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Poetry for revolutions. A Group Show with Manifestos and Proposals | Istituto Svizzero, Roma

Con la curatela di Gioia Dal Molin e Salome Hohl, Peotry for revolutions è la mostra che, nata da una conversazione tra le due curatrici riguardo il ruolo di responsabilità politica attiva in un’epoca segnata da crisi stringenti, segna una...

Shirana Shabazi – Poetry for Revolutions. A Group Show with Manifestos and Proposals, installation view at Istituto Svizzero, Roma, 2023. © Daniele Molajoli

Con la curatela di Gioia Dal Molin e Salome Hohl, Peotry for revolutions è la mostra che, nata da una conversazione tra le due curatrici riguardo il ruolo di responsabilità politica attiva in un’epoca segnata da crisi stringenti, segna una collaborazione tra l’Istituto Svizzero di Roma e il Cabaret Voltaire di Zurigo con due mostre in contemporanea in entrambi gli spazi. Come illustra il testo curatoriale di Gioia Dal Molin: “[…] Il progetto espositivo Poetry for Revolutions si nutre del dialogo ininterrotto tra me e Salome Hohl. Un dialogo sulla nostra responsabilità politica (anche come curatrici) e sul nostro raggio d’azione (anche nel contesto istituzionale). Dinanzi alla recrudescenza del fascismo, a una guerra disumana in Medioriente, all’apatia nei confronti delle crisi ecologiche e sociali e al fatto che i corpi possano subire violenza a causa delle origini e dell’orientamento sessuale delle persone, dobbiamo e vogliamo chiederci sempre e di nuovo: quello che facciamo è sufficiente? […]”. La mostra è perciò il risultato di un racconto corale che affronta temi di attualità come la crisi ecologica e le dinamiche sociopolitiche in cui contestualmente risulta evidente la forza propulsiva del linguaggio come dispositivo permeabile, uno strumento fluido e flessibile capace di riattivare i corpi e lo spazio nelle loro dinamiche di reciproca interdipendenza, politica, etica, sociale. Ad emergere è una ricerca che evade dagli stretti incasellamenti delle arti visive contemporanee per abbracciare una metodologia trasversale che richiama, nel rapporto con gli artisti e le artiste invitate, una relazione contestuale di scambio, insieme alla ricerca d’archivio e, in senso più ampio, a una riflessione che fa convergere parola, testo, linguaggio, installazione e suono. Attraverso lo scambio con gli artisti e artiste, gli scrittori e scrittrici – Bassem Saad, Ceylan Öztrük, Guerreiro do Divino Amor, Giorgio Zeno Graf, Industria Indipendente, Ivona Brđanović, Maya Olah, Mathis Pfäffli, Michèle Graf & Selina Grüter, MigrArt/DACZ (Deniz Damla Uz & Niştiman Erdede), Ramaya Tegegne, RM, Sandra Mujinga, Shirana Shahbazi, Ursula Biemann, insieme ai documenti storici di Rivolta Femminile, del collettivo Le Nemesiache e dell’artista Anna Oberto –  Poetry for revolutions appare come una chiara dichiarazione d’intenti nel voler tracciare, all’interno della cornice istituzionale, una strada rinnovata e consapevole di ciò che ci circonda, recuperando quel potenziale resistenziale di lotta e di liberazione espressiva da sempre contenuto nel manifesto e, con esso, nella parola e nell’immagine. 

Shirana Shabazi – Poetry for Revolutions. A Group Show with Manifestos and Proposals, installation view at Istituto Svizzero, Roma, 2023. © Daniele Molajoli
Sandra Mujinga, Touch Face 1-3, 2018, PU leather, polyester, lycra fabric and reflective fabric 270x40x30cm © Daniele Molajoli

Un ruolo non secondario occupano all’interno dell’economia della mostra i documenti e i materiali d’archivio che raccontano del femminismo degli anni Sessanta e Settanta, in relazione al ruolo propulsivo nella riscoperta del linguaggio come strumento rinnovato di espressione delle libertà individuali, di manifesto politico essenzialista, di svolta epocale nella tangenza con la città e i suoi contesti. 

Choreographed Manifestos di Ceylan Öztrük ci accoglie articolando sulla parete davanti ai nostri occhi una coreografia di manifesti dai quindici artisti e artiste in mostra, quindici interventi che riproducono su formato A4 gli originali, esposti nella sala successiva, nati dal dialogo intorno al potenziale de-strutturante del manifesto come dispositivo mediale per indagare il presente e come strumento di chiamata all’azione: i quindici manifesti si occupano della catastrofe ecologica, del potere del linguaggio e dell’industria farmaceutica, riflettono sul rapporto con le ideologie e le risorse, formulano desideri in tempi distopici, preconizzano un ribaltamento netto dei ruoli di genere e disegnano immaginari collettivi. Sono manifesti linguistici e figurativi, astratti, concreti, poetici, pronti a essere presi e portati in strada da chi vorrà tesaurizzare il patrimonio di parole, immagini, proposals. Oltre ai manifesti, in mostra vengono presentate le opere di Ceylan Öztrük, Mathis Pfäffli e Sandra Mujina, le fotografie di Shirana Shahbazi, l’opera sonora di Industria Indipendente, le videoinstallazioni di Bassem Saad e di Ursula Biemann,  e l’installazione neon di Michèle Graf e Selina Grüter, all’ingresso principale di Villa Maraini. 

Phantasm Manifesto è l’opera che Ceylan Öztrük ha realizzato appositamente per la mostra; tre monumentali colonne in carta, collassate sul pavimento, e defunzionalizzate, invadono lo spazio. Qui il concetto di monumento viene completamente stravolto, la colonna coclide – familiare al contesto urbano della città di Roma – perde le velleità propagandistiche, le grandi narrazioni cadono a terra, stordite. Forest Mind, la video-installazione di Ursula Biemann, è ambientata nelle foreste tropicali del sud della Colombia; la dicotomia tra un pensiero di stampo occidentale, votato al razionalismo, e il sapere indigeno, legato a una intrinseca conoscenza organica del tutto, conduce a una riflessione sulla gerarchizzazione dei saperi improntati al colonialismo e sulla coesistenza di tutte le specie

Ceylan Öztrük, Choreographed Manifestos, 2023, sheets of paper formed from steel with printed manifestos by: Bassem Saad, Ceylan Öztrük, Guerreiro do Divino Amor, Giorgio Zeno Graf, Industria Indipendente, Ivona Brđanović, Maya Olah, Mathis Pfäffli, Michèle Graf & Selina Grüter MigrArt/DACZ (Deniz Damla Uz & Niştiman Erdede), Ramaya Tegegne, RM, Sandra Mujinga, Shirana Shahbazi, Ursula Biemann © Daniele Molajoli
Ceylan Öztrük, Choreographed Manifestos, 2023, sheets of paper formed from steel with printed manifestos by: Bassem Saad, Ceylan Öztrük, Guerreiro do Divino Amor, Giorgio Zeno Graf, Industria Indipendente, Ivona Brđanović, Maya Olah, Mathis Pfäffli, Michèle Graf & Selina Grüter MigrArt/DACZ (Deniz Damla Uz & Niştiman Erdede), Ramaya Tegegne, RM, Sandra Mujinga, Shirana Shahbazi, Ursula Biemann © Daniele Molajoli
Ursula Biemann, Forest Mind, 2021, 4K video, 31′, English and Spanish © Daniele Molajoli

Switchboards e Collectors è la serie di sculture di Mathis Pfäffli che appaiono in vari punti della mostra, collocandosi in luoghi liminali, interrompendo la continuità dell’architettura dello spazio, o scomparendo all’interno di essa. Interessato alle condizioni di produzione in cui l’arte viene creata, Pfäffli realizza spesso le proprie sculture con oggetti trovati, ponendo domande sulla sostenibilità e la durevolezza delle opere in sé, della pratica artistica e di un contesto precario. Le immagini di Shirana Shahbazi provengono da un viaggio in Iran di tre mesi compiuto dall’artista con la famiglia nella primavera del 2014. L’opera sonora LA MIA BATTAGLIA NON È CHE SEMANTICA RIVOLUZIONE, che risuona nella tromba delle scale, è firmata dal collettivo Industria Indipendente (Martina Ruggeri ed Erika Z. Galli). Partendo da un verso della poetessa Amelia Rosselli, Industria Indipendente compone un manifesto sonoro dedicato alla multiformità di linguaggio e significato, alla creazione di un altrove appartenente a un corpo sociale collettivo. La videoinstallazione Congress of Idling Persons di Bassem Saad mostra le prospettive di artiste/i e attiviste/i (la scrittrice palestinese Islam Al Khatib, il DJ e traduttore Rayyan Abdel Khalek, la musicista Sandy Chamoun e la sindacalista Mekdes Yilma) sui tumulti politici in Libano, sul movimento globale Black Lives Matter e sulle varie rivolte nella cornice della primavera araba. Touch Face, le tre sculture di Sandra Mujinga collocate nel Giardino d’inverno, affrontano il tema della blackness e dell’identità sviluppando visioni afro-futuristiche. Infine, l’installazione al neon ladder di Michèle Graf e Selina Grüter, collocata sopra il cancello dell’ingresso principale, suggerisce una potenzialità – una scala con cui poter scavalcare il muro – ma anche una frustrante idea di inaccessibilità, di impermeabilità dello spazio. 

 “Forse è arrivato il momento di usare le scale e prendere d’assalto le istituzioni?” è con questa domanda che, chiudendosi, il testo curatoriale ci invita ad aprire e percorrere nuove strade, tracciando sentieri di responsabilità etica e politica a richiamare la necessità, ora come non mai, di un posizionamento chiaro e deciso che tenga conto, potremmo aggiungere, anche delle posizioni di privilegio inscritte nelle dinamiche di potere interne, ed esterne – manifeste e nascoste – al mondo dell’arte oggi. 

Ceylan Öztrük, Phantasm Manifesto: 5 Pieces, 2023, print on paper, approx. 239 cm high in total © Daniele Molajoli