Max Peiffer Watenphul. Dal Bauhaus all’Italia | Museo Casa di Goethe, Roma

In corso a Roma, fino al 10 marzo 2024, presso il Museo Casa di Goethe, la mostra retrospettiva Max Peiffer Watenphul. Dal Bauhaus all’Italia, a cura del direttore del museo Gregor H. Lersch, getta nuova luce sull’artista tedesco che ha scelto l’Italia come sua patria elettiva. Con 33 dipinti e 14 fotografie, la mostra chiarisce il percorso biografico e creativo di Peiffer Watenphul, anche attraverso l’approccio storiografico e critico sotteso al catalogo, che ne aggiorna la storia degli studi.
9 Ottobre 2023
Max Peiffer Watenphul. Dal Bauhaus all’Italia | Museo Casa di Goethe, Roma – Foto Andrea Veneri

In corso a Roma, presso il Museo Casa di Goethe, fino al 10 marzo 2024, la mostra retrospettiva Max Peiffer Watenphul. Dal Bauhaus all’Italia, a cura del Direttore del museo Gregor H. Lersch, getta nuova luce sull’artista tedesco che ha scelto l’Italia come sua patria elettiva.  
Nel suo costante peregrinare – numerosi gli spostamenti in Europa, Africa e Messico, per citare soltanto alcuni dei luoghi in cui l’artista ha viaggiato e vissuto – Peiffer Watenphul (Weferlingen, 1896 – Roma, 1976) si è da sempre contraddistinto per una specifica tendenza all’autonomia che ne ha, per questo motivo, amplificato il distacco rispetto a una scena artistica che pur conosce molto bene, e in cui si è da subito inserito. Una residenza a Roma, presso l’Accademia Tedesca di Villa Massimo tra il 1931 e il 1932, soggiorni a Venezia e Salisburgo, per arrivare al trasferimento definitivo in Italia – attraversando a piedi il confine con l’Austria allorché, nel 1946, la cittadinanza tedesca non gli consente di ottenere il permesso di soggiorno, determinando così la decisione di attraversare a piedi il Brennero per giungere a Venezia, città in cui risiede in condizioni difficili, continuando a dipingere numerose vedute note come Venedig-Bilder, i «quadri veneziani» – segnano alcune delle tappe fondamentali del percorso biografico e artistico di Peiffer Watenphul. 

La mostra, realizzata in collaborazione con il Kunstsammlungen di Chemnitz, Museum Gunzenhauser – dove, lo scorso anno, si è tenuto il primo capitolo di questa importante retrospettiva sul pittore tedesco [l’ultima mostra in Italia, invece, risale al 2000]- ripercorrecon 33 dipinti e 14 fotografie la persistenza delle idee del Bauhaus nel suo lavoro di pittura e fotografia, seguendo il percorso di Max Peiffer Watenphul dalla Germania all’Italia e contestualizzandolo nella tradizione degli artisti tedeschi in Italia e della Sehnsucht dei tedeschi per il Bel Paese, attraverso un’orchestrazione dell’impianto espositivo che segue il percorso biografico dell’artista.
Laureato in Giurisprudenza, Peiffer Watenphul è inizialmente autodidatta in ambito artistico. Per breve tempo si iscrive a una scuola d’arte privata di Monaco, e a partire dal 1919 studia al Bauhaus di Weimar, da cui si allontana tre anni più tardi senza portare a termine gli studi. Contraddistinto da un animo eclettico, che si è accompagnato sempre a una certa dose di irrequietezza, Peiffer Watenphul ha saputo sperimentare un percorso che, seppur isolato, documenta, in un arco cronologico piuttosto ampio, la caparbietà di un’espressione completamente avulsa da qualsiasi schematismo preconcetto: anacronismo e studio della composizione, uniti a una cromia in cui la materia si addensa sulla tela e il colore viene graffiato e sottratto gradualmente, sono alcune della cifre stilistiche che Peiffer Watenphul adotta con consapevolezza. Pittore di paesaggi e contesti urbani, still life e nature morte, Peiffer Watenphul profonde così nella propria ricerca visiva quelle caratteristiche di eccentricità che ne hanno caratterizzato il profilo sin dalla giovinezza.
Partendo dagli anni trascorsi presso il Bauhaus di Weimar, il percorso si articola seguendo gli sviluppi dei dipinti che hanno come soggetto l’Italia, con paesaggi veneziani e romani, in cui l’uso del repoussoir diviene una strategia compositiva in grado di conferire un effetto di dinamicità e profondità a partire dall’attenzione posta, in primo piano, su un oggetto, anche minimo, a complemento di una specifica sensibilità cromatica in cui un sottile velo atmosferico caliginoso filtra i paesaggi e i soggetti dipinti. 

OTTO DIX Richard Parrisius e Max Peiffer Watenphul, ca 1926 Foto Kunstsammlungen Chemnitz / Frank Krüger
Max Peiffer Watenphul – Attrice (ritratto di Grete Willers), 1931 Foto Berlino, Bauhaus-Archiv

A Weimar conosce Paul Klee, Johannes Itten, Otto Dix, Alexej von Jawlensky e Oskar Schlemmer – in mostra sono esposti due dipinti di Otto Dixe Alexej von Jawlensky, provenienti dalla collezione personale di Peiffer Watenphul – che influenzano il suo lavoro, per un certo senso della pittura che si struttura attraverso il lirismo del paesaggio e l’approccio sensibile alla realtà esterna, pur mantenendo delle peculiarità nella propria ricerca visiva tali da renderlo una figura divergente rispetto ai suoi contemporanei. Come descritto nella prefazione di Gregor H. Lersch al catalogo della mostra: “[…] se in un primo momento Watenphul risentì soprattutto dell’influsso di Klee, elaborando una pittura fresca, non pretenziosa, ingenua nel senso migliore del termine, caratterizzata da una riduzione formale e sempre legata alla figurazione, la sua concezione artistica e il ruolo del colore mutarono sotto l’influenza di Jawlensky e della pittura extraeuropea, ad esempio quella messicana. La sua arte divenne più lirica; le vedute urbane, che egli aveva dipinto anche in Messico, assunsero dopo la Seconda guerra mondiale un ruolo importante, con vedute di Salisburgo o Venezia, che – come Michael Semff documenta con precisione nel catalogo – egli continuò costantemente a perfezionare, nonostante tutte le difficoltà finanziarie che si trovò a fronteggiare […]“

Un capitolo a parte è dedicato alla produzione fotografica, sperimentata fin dai tempi del Bauhaus.  Le fotografie di architettura, scattate soprattutto durante il soggiorno all’Accademia Tedesca di Roma Villa Massimo, alcuni scatti di soggetti sia maschili che femminili, eseguiti tra gli anni Venti e Trenta – in relazione ai quali Elisabeth Otto parla di “queer Bauhaus”, a voler sottolineare l’interesse verso soggetti dall’identità non binaria – costituiscono il nucleo centrale di questo focus dedicato al medium fotografico. Le fotografie degli anni Trenta dimostrano una modernità – a voler usare un termine fin troppo circoscritto e riduttivo – assoluta, sia per la scelta dei soggetti che per una peculiare articolazione della composizione: in fotografia, infatti, sembra che Peiffer Watenphul scelga una strategia simile a quella impiegata in pittura; il repoussoir è utilizzato come un McGuffin, un dispositivo magico che traspone il piano della visione e, concretamente, accentra l’attenzione su un primo piano ingrandito, per ottenere, di conseguenza, una profondità di campo maggiore. Nelle fotografie, Piazza del Popolo ci viene restituita attraverso un close-up su una delle fontane, il Campidoglio attraverso la fitta infilata di gradini – che, con un salto temporale, sembrano essere stati richiamati nelle fotografie scattate da Rauschenberg a Roma all’inizio degli anni Cinquanta. 

Fa da contrappunto alle opere in mostra l’installazione site-specific di Ruth Beraha (Milano, 1986), dal titolo Degenerata, ispirata al dipinto Natura morta con fiori di Max Peiffer Watenphul, esposto in occasione della mostra Entartete Kunst di Monaco del 1937, e andato perduto. Un contatto ristabilito tra Modernismo e nuovi linguaggi del contemporaneo, a testimonianza di un dialogo riuscito tra la Casa di Goethe e l’artista coinvolta nel progetto. 

La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue, in italiano e tedesco, edito da Electa, a cura di Gregor H. Lersch – Direttore del Museo Casa di Goethe e curatore della mostra, Frédéric Bußmann – Direttore generale delle Kunstsammlungen Chemnitz e Anja Richter – Direttrice del Museum Gunzenhauser, Chemnitz, con saggi di Florian Korn, Anja Richter e Michael Semff.

Max Peiffer Watenphul. Dal Bauhaus all’Italia | Museo Casa di Goethe, Roma – Foto Andrea Veneri
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