Paolo Novelli. Il giorno non basta | Galleria Massimo Minini

"...il fine è di approdare ad un’opera dalla lettura aperta, che nella mia esperienza passa attraverso una reale constatazione dell’ “importanza di non capire tutto”. Questo processo, se condotto con un minimo di onestà intellettuale, aiuta a condividere con gli altri un territorio di mistero e di possibilità che rende ai miei occhi l’immagine robusta nel tempo, con un senso non totalmente determinato, precostituito e contingente."
1 Marzo 2022
Paolo Novelli. Il giorno non basta – Installation view – Galleria Massimo Minini, Brescia

Mauro Zanchi: Che valore hanno nella tua ricerca attraverso il medium fotografico i termini “determinazione” e “intransigenza”? 

Paolo Novelli: Qualità dei contenuti e forma; quest’ultima al servizio dei contenuti; non sono prerogative del medium fotografico, ma se decidi di stare all’interno del perimetro dell’arte contemporanea, non credo ci sia scelta. In questo senso, mai trovato artista interessante per il quale non valgano parole come determinazione ed intransigenza; esiste poi una “regola del gioco”, applicata da alcuni, con relativi costi umani: proporre un nuovo lavoro solo quando hai qualcosa da dire. 

Mauro Zanchi: Cosa si cela nelle tue immagini con le finestre cieche, là dove una forma geometrica ha preso il posto di una apertura verso l’esterno o verso l’interno?

Paolo Novelli: Come nei lavori precedenti, il fine è di approdare ad un’opera dalla lettura aperta, che nella mia esperienza passa attraverso una reale constatazione dell’ “importanza di non capire tutto”. Questo processo, se condotto con un minimo di onestà intellettuale, aiuta a condividere con gli altri un territorio di mistero e di possibilità che rende ai miei occhi l’immagine robusta nel tempo, con un senso non totalmente determinato, precostituito e contingente. Il resto spesso mi appare come una serie di apparati che un artista impara a gestire, talvolta anche per debolezza o convenienza. Poi, sai, dialetticamente si può sostenere tutto ed il suo contrario. Oggi, in particolare nel sistema dell’arte contemporanea, credo sia molto più impegnativo sostenere lo sguardo ed il giudizio altrui dicendo: ‘ciò che tu vedi è la verità’. L’orribile verità è che i lavori devono difendersi da soli; “orribile” perché una volta realizzati non li puoi più cambiare; certe carriere decollano postume, proprio perché le immagini sono libere di esprimersi, senza l’Autore lì a sovrascrivere i sottotitoli; il primato dell’immagine sulla parola, una delle ragioni per cui vale la pena occuparsi di arti visive. 

Mauro Zanchi: Tu vai a cercare i luoghi che hai già in mente per tradurli in forma attraverso le tue riprese fotografiche? Quanto spazio lasci al fattore caso nell’incontro con i tuoi soggetti? 

Paolo Novelli: Giovanni Gastel diceva che realizzava un nuovo progetto ricostruendo in studio qualcosa di trovato e assorbito per strada. Ecco io mi dirigo in altra direzione. Diversa, non migliore. Ciò che trovo e assorbo là fuori lo voglio migliorare con altre cose simili che sono già là fuori; quest’ingenua ed esaltante convinzione mi trascina per almeno i due anni successivi. ‘La realtà supera la fantasia’, retorica se vuoi, ma nulla di più vero; certo si può anche fingere non sia così.

Mauro Zanchi: Addentriamoci nella trama iconologica e semantica che lega la successione dei tuoi progetti, da “Persona” (1997-2002) fino alle opere più recenti. 

Paolo Novelli: Solitudine e silenzio, che poi sono cose cercate nella vita di tutti giorni; le incontro quando realizzo un nuovo progetto; in fondo, tutti i miei lavori hanno a che fare con questo: le figure assorte e distanti di Persona, le porte di Niente più del necessario (1998-2006), i camposanti di Vita brevis, Ars Longa (2002) le nebbie di Grigio notte (2004-2006), i tunnel di Interiors (2007-2012), le finestre ecc. Francois Truffaut aveva estremizzato questo concetto affermando: “nella vita di un Autore contano solo le prime tre opere, tutto il resto è carriera”; non so se vale anche per me. Sta a te giudicare se il settimo progetto aggiunge qualcosa al terzo. A me preme che, nel bene e nel male, il lavoro sia mio, non come proprietà, ma come paternità. Esserne il padre; questa presunzione si fonda anche su una fortuna evidente: alle nostre spalle trovi soli cento anni di pellicola, affollati, ma pur sempre un secolo solo; pensa a chi dipinge… 

Paolo Novelli – Day n. 4 (2017-2018) gelatin silver print, courtesy Galleria Massimo MInini

Mauro Zanchi: “La notte non basta” (a capire). Cosa sottende questo aforisma nella tua ricerca dell’immagine giusta? 

Paolo Novelli: I titoli spesso sono un gioco (più o meno intelligente, più o meno ironico), che in realtà arriva il più delle volte a lavoro finito; in quel caso l’idea che mi divertiva è semplice; quando le cose vanno male, qualcuno a fine giornata ci rincuora con frasi come: “dormici sopra, fai passare la notte e domani mattina vedrai…”. Poi ti svegli e non è cambiato nulla. A volte rimane solo un desiderio, incalzante: scappare; cosa che alla fine non succede quasi mai; da qui la seconda parte del dittico “il giorno non basta”, con ipotetico sottotitolo “a fuggire”; in effetti qui trovi solo finestre murate, mentre là nella notte, finestre chiuse o socchiuse. Ma ripeto, queste mie parole non dicono nulla del lavoro, sono solo intrattenimento, l’opera alla parete è sempre sola. 

Mauro Zanchi: La tua cifra stilistica o formale cosa lascia intravvedere al di là della prima apparenza, oltre le costruzioni rigorosissime che sottendono il fascino delle tue immagini? 

Paolo Novelli: “La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine che è la mia debolezza” (Pierpaolo Pasolini). 

Mauro Zanchi: Come dirigi il passaggio dalle riprese del reale in analogico – del paesaggio interiore ed esteriore al contempo – alla camera oscura, alla pellicola che passa nei bagni e nello sviluppo, alla stampa, alla scelta della carta, ai sottili passaggi dei grigi e dei neri? 

Paolo Novelli: La forma deve divenire sostanza. Se per esempio i miei lavori parlano del vuoto, ritengo di aver bisogno di un nero profondo, come Anish Kapoor necessita del suo Vantablack; la profondità dei neri la ottengo con una camera oscura esperta. Beninteso, la stampa analogica la scelgo come valore aggiunto, non come elemento portante; neppure la scelgo per partito preso, ma solo perché a Milano esistono ancora stampatori come Toni d’Ambrosio, subentrato al mio storico stampatore Giancarlo Patera.
Diversamente è bene scendere subito dalla carrozza e passare quanto meno al motore a scoppio; trovo da sempre inconsistente il dibattito digitale/analogico; un analogico standard mi infastidisce più che una qualsiasi stampa digitale. In ogni caso, preferisco non rinunciare all’haute couture finché esiste.
Circa le modalità operative (l’attesa del risultato del negativo), sono gusti, attitudini personali: io devo riflettere prima di scattare, consapevole che i tentativi a disposizione sono limitati come lo è la durata dell’intensità del mio guardare; quell’inevitabile tensione è la colonna vertebrale dello scatto; “non devo aver niente, per credere a tutto” dice Paolo Benvegnù. Estrarre dal negativo tutto ciò che vi ho messo spetta allo stampatore (carte, ingranditori ecc..) e qui parliamo francamente di un’Arte a sé stante; in tanti anni mai scovato un Autore che stampasse meglio dei grandi stampatori internazionali. A decidere se il risultato è raggiunto sono solo io; a decidere se il progetto merita di essere stampato, secondo le mie indicazioni, è solo lo stampatore; lui dà il meglio se ha capito; e se lui ha capito è coinvolto; tu devi essere presente. 

Paolo Novelli. Il giorno non basta – Installation view – Galleria Massimo Minini, Brescia

Mauro Zanchi: Come hai pensato la sequenza delle tue fotografie nell’allestimento della mostra ora in corso nella Galleria Massimo Minini? 

Paolo Novelli: Considero l’allestimento di una mostra come un film; i primi cinque minuti sono fondamentali, nessuna regola ma, checché se ne dica, ti giochi tutto lì: attenzione dello spettatore, comprensione del progetto, seduzione, aspettative; “aprire in grande e chiudere forte”, ho sentito dire da Jan Fabre; la  pretesa è quella; la mia precedente mostra in Triennale godeva di uno spazio completamente differente, l’enorme sala vetrata al primo piano, ma l’obiettivo è rimasto lo stesso; vedi, avverto sempre una specie di etica, nell’occupare seppur temporaneamente la retina di chi guarda la parete.

Mauro Zanchi: Mi interessa approfondire il taglio delle tue inquadrature nelle serie La notte non basta (2011-2013) e Il giorno non basta, dove il tuo sguardo si mette sempre un po’ di traverso. Cosa si cela in questa scelta?

Paolo Novelli: Sono inquadrature istintive. Per il resto, una questione puramente operativa; la fotografia è una scienza esatta o quasi. Se fotografi una luce direttamente, per di più in una notte fredda e tersa, il riflesso sulla lente (esagono) è certamente impresso sul negativo, e in analogico i riflessi nell’immagine te li tieni, punto. In digitale e relativo photoshop, potevo terminarlo in due mesi. Ho impiegato due anni, cercando piccoli miracoli, indotti “empiricamente” da piccoli spostamenti della camera; questo approccio è la ragione dell’esistenza del progetto, come di altri, e della mia posizione autonoma nella Fotografia. Olivo Barbieri mi disse: “fotograficamente sono tutte sbagliate, ma è un errore che può funzionare”; il mio stampatore storico, dopo lo sviluppo dei primi rulli, aggiunse: “non è che, se per puro culo, te n’è uscita una, puoi pensare di farci un progetto”; infatti è stata un’esperienza che non ripeterò. Considera anche una modesta disponibilità di mezzi; vedi, il problema di essere “povero” è che occupa tutto il tuo tempo (Willem de Kooning); il problema di essere “ricco” è che occupa quello degli altri (Terence Davies); motivo per cui mi finanzio da solo e, da quando lavoro con Galleria Massimo Minini (dal 2011), potrei non farlo. Vicende comunque non eroiche, cose che scegli tu, cose sempre esistite, quando si fa ricerca.

Mauro Zanchi: Facciamo un salto indietro nel tempo. Andiamo all’origine delle tue scelte formali. Da dove nasce il tuo estremo rigore? 

Paolo Novelli: Lo sguardo precede l’intenzione. L’annoso mistero della Fotografia.

Mauro Zanchi: Niente più del necessario (1998-2006) è un lavoro molto enigmatico e chiaro al contempo, eloquente nella sua invalicabilità, dove tu rendi visibile il mistero del quotidiano mediato dalla presenza di oggetti, porte, maniglie, stipiti, spiragli. Cosa è presente in questa serie?

Paolo Novelli: Una dichiarazione di intenti; una sorta di manifesto rispetto alla strada da intraprendere, anche in opposizione al breve periodo a Fabrica (Agenzia di comunicazione di Benetton), su loro invito, allora diretta da Oliviero Toscani.

Mauro Zanchi: Quali sono stati i tuoi maestri naturali?

Paolo Novelli: Henri Cartier-Bresson ha contagiato tanti agli esordi, me compreso, e lui stesso credo sia stato contagiato da André Kertész; ad ogni modo, le cose migliori sull’Arte della Fotografia le ho apprese agli inizi da Lanfranco Colombo; paradossalmente mi parlava più delle persone che dei loro lavori. C’est à dire: comprendi chi sei e accetta il tuo destino.

Paolo Novelli. Il giorno non basta
Fino al 5.03.2022
Galleria Massimo Minini, Brescia

Paolo Novelli – Night untiteld n. 6 (2004) gelatin silver print
Paolo Novelli – Study n. 2 (2011) gelatin silver print, courtesy Galleria Massimo MInini
Paolo Novelli – The hole n.18 (2007) gelatin silver print, courtesy Galleria Massimo Minini, Brescia
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