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Pamela Diamante – Le invisibili. Esistenze radicali Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto”, Bari

"In questi anni la mia ricerca si è concentrata nel rendere l’opera un dispositivo attivo, uno spazio capace di dare voce, di portare il margine al centro e di aprire possibilità di pensiero critico e collettivo." Pamela Diamante

“Improvvisamente ho cominciato a parlare con tante donne e ragazze sconosciute, non avevo più cautele né ritegno: ogni pensiero esplodeva nel buio, con colori meravigliosi e io ne ero la più stupefatta. Cercavo di risvegliare quel fuoco nelle altre perché potessero gettarsi nell’acqua fredda e fare una bella nuotata. Lo choc più bello, tonico e salutare che ho mai provato”.

(Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista 1978)

Fino al 21 aprile la Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” di Bari ospita la mostra Le invisibili. Esistenze radicali di Pamela Diamante (Bari, 1985), a cura di Roberto Lacarbonara. Il progetto è tra i vincitori del bando PAC 2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. L’esposizione, sostenuta e coordinata dalla Città Metropolitana di Bari, è stata inaugurata in Pinacoteca lo scorso 21 febbraio e sarà in corso fino al 21 aprile 2026.
Al centro della Sala del Colonnato del Palazzo della Città Metropolitana di Bari svetta, tra le imponenti statue marmoree Marinaio e Agricoltore (1936-1937) di Giulio Cozzoli, l’installazione ambientale realizzata da Pamela Diamante, fulcro del progetto Le invisibili. Esistenze radicali; sedici aste verticali in ferro poggiano su strutture esagonali e sostengono dischi metallici, su cui sono bullonate delle zappette in ceramica, che ricordano le macchine agricole e gli utensili adoperati per la lavorazione della terra.
Per comprendere appieno l’opera occorre tenere bene in considerazione il centro del progetto di Pamela Diamante, ovvero la condizione lavorativa delle braccianti agricole nel Sud Italia; queste donne sono continuamente oggetto di discriminazioni e disuguaglianze riguardanti il luogo di origine, la sessualità ma anche il semplice fatto di essere donne, che ha spesso come immediata conseguenza una disparità salariale. All’origine di questa violazione dei diritti fondamentali delle donne c’è un antico pregiudizio associato al lavoro agricolo nel meridione, indice di arretratezza e inferiorità sociale, che vede la perfetta sintesi nell’espressione terrone etichettata su molte persone provenienti dal Mezzogiorno. Su tale base discriminatoria è più facile che si innestino queste forme ingiustificate di sfruttamento delle donne che Pamela Diamante ha indagato da vicino; grazie alla collaborazione con il progetto Sweetnet di Actionaid International Italia E.T.S. e Fondazione CDP, l’artista ha incontrato alcune lavoratrici migranti e dall’ascolto e dal confronto con queste ultime ha potuto raccogliere preziose testimonianze, confluite a livello formale nell’opera.

Pamela Diamante, Le Invisibili. Esistenze radicali, 2026. Installazione ambientale, ceramica e ferro, 395 x 500 x 360 cm. Acquisita dalla Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” di Bari con il sostegno del PAC2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Photo: Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza.

Ogni scelta formale caratterizzante l’opera assume un preciso significato politico e sociale. Le basi esagonali metalliche, modulari e replicabili, suggeriscono l’idea di una comunità in costruzione, quella femminile che rafforza la propria unione grazie alla condivisa lotta per la difesa dei diritti umani e sociali. Le aste di ferro sono sedici (il numero delle lavoratrici coinvolte in questo progetto) e rappresentano i corpi di queste donne, con un’altezza doppia rispetto a quella reale per introdurre una nuova prospettiva con la quale guardarle, non più dall’alto verso il basso (il punto di vista dei caporali) ma dal basso verso l’alto. Questa solidità dei corpi, rappresentata dall’elemento del ferro, evoca l’idea di perfezione meccanica, di produttività incessante che coesiste con l’altra faccia della medaglia: la vulnerabilità e la fragilità umana di queste lavoratrici, richiamata dalla ceramica (materiale molto impiegato nell’artigianato del Meridione) con la quale sono prodotte le zappette. L’installazione nasce per denunciare tale condizione di sfruttamento femminile, ma anche per restituire dignità a queste lavoratrici (alcune di loro diventate sindacaliste) che lottano strenuamente per il loro riscatto. L’opera dialoga in maniera sottile con alcune opere della collezione della Pinacoteca barese, aventi come tematica centrale la terra e la lavorazione agricola: Il riposo (1875) di Raffaele Belliazzi, Contadina senese che fa l’erba (1880-1890) di Giovanni Fattori e La raccolta delle olive (1862-1865) di Telemaco Signorini.
Il progetto Le invisibili. Esistenze radicali prevede l’uscita ad aprile del catalogo edito da Magonza, oltre all’organizzazione delle Giornate di studio presso l’Università “Paul Valéry” di Montpellier e l’Archivio di Genere “Carla Lonzi” dell’Università di Bari.

Di seguito alcune domande all’artista Pamela Diamante —

Leonardo Ostuni: Il titolo Le invisibili. Esistenze radicali del progetto fa riferimento alla difficile condizione lavorativa delle braccianti agricole nel Sud Italia, vittime di disuguaglianze, disparità salariale e violazioni dei diritti fondamentali. Ci spieghi più nel dettaglio la scelta e il significato di questo titolo?

Pamela Diamante: La scelta del titolo nasce dal desiderio di portare alla luce una realtà che spesso rimane ai margini dello sguardo pubblico: le braccianti agricole, molte delle quali migranti. L’invisibilità a cui fa riferimento il titolo non riguarda soltanto la scarsa rappresentazione mediatica o istituzionale, ma anche una condizione più profonda di marginalizzazione sociale e lavorativa.
Allo stesso tempo, l’espressione esistenze radicali richiama il significato etimologico di “radice” (radix), suggerendo una presenza profondamente radicata e resistente. Nonostante le condizioni difficili in cui operano, queste donne sviluppano una forte capacità di radicarsi nei territori che abitano, di costruire relazioni e di generare comunità. Attraverso forme di solidarietà, sostegno reciproco e organizzazione collettiva, trasformano la propria esperienza in una presenza attiva e consapevole, capace non solo di resistere alle condizioni di sfruttamento, ma anche di metterle in discussione.

LO: L’idea di questa installazione nasce a seguito dell’esperienza di ascolto e confronto con le lavoratrici migranti che hai conosciuto durante la collaborazione con il progetto Sweetnet di Actionaid International Italia E.T.S. e Fondazione CDP. Come è stata quell’esperienza? C’è qualche storia che ti è rimasta più impressa?

PD: Con il progetto Le mangiatrici di terra ho iniziato a utilizzare gli strumenti agricoli come elementi simbolici per interrogare l’immaginario legato al Sud Italia, spesso stereotipato e discriminato attraverso narrazioni di subalternità. A partire da questa ricerca mi sono chiesta quali siano oggi le forme contemporanee di subalternità che attraversano il Sud in modo più pervasivo.
Il confronto con le lavoratrici migranti, reso possibile grazie al supporto di ActionAid International Italia e Fondazione CDP nell’ambito del progetto Sweetnet, è stato determinante per orientare questa riflessione. Ho potuto confrontarmi non solo con braccianti agricole, ma anche persone e realtà impegnate nella difesa dei diritti delle lavoratrici, delle donne e delle persone migranti.
Le storie che mi hanno colpita di più sono quelle di Adriana Patrichi e Viola Huzynets, donne straordinarie che, dopo aver vissuto sulla propria pelle lo sfruttamento nei campi, hanno trovato la forza di riscattarsi. Oggi, attraverso il loro lavoro e il loro impegno attivista, aiutano altre donne a sviluppare maggiore consapevolezza dei propri diritti e a non sentirsi sole di fronte alle ingiustizie.

LO: L’opera indaga e denuncia una condizione di sfruttamento femminile sempre più intollerabile nelle campagne del Sud Italia, invitando queste donne vittime di abusi a fare comunità. Da donna e artista del sud, pensi che l’arte in generale e questa installazione in particolare possano, se non arginare questo tipo di problema, accendere una luce necessaria sulla vicenda?

PD: Purtroppo l’arte non ha il potere di cambiare direttamente il mondo, ma può trasformare lo sguardo con cui lo attraversiamo. In questi anni la mia ricerca si è concentrata nel rendere l’opera un dispositivo attivo, uno spazio capace di dare voce, di portare il margine al centro e di aprire possibilità di pensiero critico e collettivo.
Ringrazio tutte le soggettività che hanno abitato questi “spazi di parola”, riempiendoli con le loro storie, i loro vissuti e le loro proiezioni di futuri possibili. Un ringraziamento particolare va a chi, in questo progetto, ha scelto l’anonimato, perché in condizioni di vulnerabilità pronunciare il proprio nome può essere un atto pericoloso. Con l’augurio che arrivi presto il giorno in cui quel nome non dovrà più essere negato, ma potrà essere pronunciato e gridato a gran voce.

Pamela Diamante, Le invisibili. Esistenze radicali
21 febbraio 2026 – 21 aprile 2026
A cura di Roberto Lacarbonara
Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto”, Bari

Pamela Diamante, Le Invisibili. Esistenze radicali, 2026, particolare. Installazione ambientale, ceramica e ferro, 395 x 500 x 360 cm. Acquisita dalla Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” di Bari con il sostegno del PAC2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Photo: Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza.