Alla preview della 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia si è visto praticamente di tutto: il consueto circo mediatico internazionale, performance quotidiane, code interminabili e allestimenti che oscillano tra estetismo, sperimentazione ed eccesso. In mezzo a questa corsa frenetica nella produzione di contenuti e immagini, il Padiglione dell’Egitto sceglie invece una direzione radicalmente opposta.
Con Silence Pavilion: Between the Tangible and the Intangible, Armen Agop (Cairo, 1969) affronta il tema del passaggio tra intangibile e tangibile fino a ciò che l’artista stesso definisce come “mistico invisibile”. Da oltre trent’anni Agop indaga il concetto di silenzio, di introspezione e di permanenza, rileggendo la propria ricerca come un dialogo continuo tra materia e meditazione, in risonanza con l’eredità culturale e spirituale dell’antico Egitto.
Nella doppia veste di artista e curatore, Agop costruisce un allestimento concettuale e sensoriale che non si limita a presentare opere, ma orchestra un’esperienza percettiva. All’interno del padiglione ogni scelta formale, spaziale e luminosa diventa parte di una disciplina dello sguardo: un invito a rallentare e a sospendere il ritmo incalzante di questi giorni, per riuscire a entrare in relazione con ciò che non si mostra immediatamente.
L’intero spazio è sospeso in una penombra calibrata, una luce che non rivela mai del tutto e che guida il visitatore verso un’attenzione più introspettiva, quasi meditativa. Ai fruitori viene chiesto di non parlare e non scattare fotografie, muovendosi nello spazio in una condizione di ascolto e osservazione silenziosa. La mostra è commissionata dal Ministero della Cultura Egiziano e dall’Accademia d’Egitto a Roma. In questi giorni abbiamo incontrato e intervistato Armen Agop, approfondendo visione, metodo e costruzione del Silence Pavilion.
Giuseppe Amedeo Arnesano: Il Silence Pavilion propone un passaggio “tra il tangibile e l’intangibile”. Quale visione artistica e concettuale ha guidato la sua proposta per il Padiglione Egitto e come si colloca nel panorama più ampio della Biennale 2026?
AA: Ciò che viene presentato nel Padiglione Egitto è una prosecuzione del mio lavoro degli ultimi due decenni. Una continuità nell’esplorazione dei valori essenziali che mi interessano in un’opera d’arte. L’arte può avere molti aspetti e direzioni: può essere intellettuale, divertente, informativa, reazionaria, narrativa, ecc. Per me, nessuno di questi è rilevante. La chiamiamo arte visiva, ma io credo che riguardi soprattutto l’invisibile. Un’opera è, nella sua essenza, un incontro tra la materia e un essere umano. E il risultato di quell’incontro si trasmette poi a un altro, o a un terzo, in una nuova relazione come spettatore, dove l’energia condivisa nel primo incontro viene trasferita.
GAA: Da anni lavora con il silenzio come materiale, come gesto e come condizione percettiva. In un contesto globale come la Biennale – dominato da ipervisibilità e sovrapproduzione di immagini – come si costruisce invece un’opera che chiede allo spettatore di rallentare?
AA: La mia relazione con me stesso e con il mio lavoro non è percepita attraverso l’evento, anche se si tratta del più grande evento della scena artistica internazionale. La mia comprensione dell’arte è che ogni opera autentica è un trasmettitore di energia umana contenuta, al di là di qualsiasi evento temporaneo. Crescendo in Egitto e circondato dall’arte dell’antico Egitto, potevo percepire l’energia trasmessa in modo continuo dopo migliaia di anni. E mi sono sempre chiesto come fosse possibile che la scultura in granito dell’antico Egitto comunicasse sacralità anche se non avevo alcun legame con le divinità che rappresentava. Questo ha sviluppato in me una comprensione dell’arte oltre il soggetto e la rappresentazione, e l’idea che l’arte possa nutrire un’altra parte di noi che supera la nostra consapevolezza cerebrale.
GAA: Parlare di invisibile, intangibile e silenzio è dunque, per lei, un gesto quasi controcorrente. Esiste una posizione etica alla base di questo modo di pensare?
AA: Credo che siamo molto più di ciò che pensiamo di essere, e il silenzio apre percorsi verso il nostro mondo interiore invisibile, stimolando la nostra voce interiore. La nostra voce interiore esprime una saggezza intrinseca che potrebbe aver già sperimentato risposte alle nostre condizioni umane attuali.
GAA: Il padiglione mette in gioco luce, buio, suono, odore e materia. Se dovesse descriverlo senza mediazione istituzionale: qual è il primo suggerimento che il visitatore percepisce entrando? E pensa che questa esperienza possa generare reazioni diverse in un pubblico occidentale – spesso abituato a una modalità di ricezione più analitica e visiva – rispetto a un pubblico mediorientale o asiatico, dove silenzio e intangibile hanno una tradizione culturale più profonda? Infine, quale traccia concreta e non simbolica spera che ogni visitatore porti con sé uscendo?
AA: Al visitatore viene offerta la possibilità di essere silenzioso e di unirsi a se stesso. Vedo che alcune culture hanno ritmi e relazioni con il tempo differenti, che a mio avviso dipendono dalla relazione che la persona ha con se stessa. La domanda essenziale tra culture è: quale relazione si deve prioritizzare? La relazione con il nostro mondo interiore o quella con il mondo esterno? L’invito verso il sé interiore può risultare più familiare ad alcune culture rispetto ad altre, ma io insisto nel mantenere l’invito aperto a tutti.


GAA: La mostra si sviluppa “dal più intangibile al più tangibile, e poi verso il misticamente invisibile”. Questa sequenza orienta e modella inevitabilmente lo sguardo dello spettatore. Come ha costruito questa architettura percettiva? L’ha concepita come un viaggio, un rito o una coreografia che guida – e in parte dirige – l’esperienza del visitatore?
AA: I tre spazi, nella loro essenza, offrono percorsi verso mondi interiori. L’invito a osservare l’invisibile in uno spazio, seguito dall’invito a toccare il granito – che proviene dal cuore della terra – può condurre a connettersi con il nucleo della nostra essenza; e quando ciò accade, si tratta di un’unificazione con l’universo, un evento cosmico.
GAA: Nella terza stanza si ascoltano i suoni del fare (scalpello, penna) e quelli del corpo (respiro, battito), insieme a una composizione olfattiva al profumo di loto. Perché era importante includere questi elementi immateriali e come entrano in dialogo con la scultura?
AA: Mi interessa l’aspetto immateriale della materia. Per me, il carattere più affascinante del granito, ad esempio, è la sua energia interna: può essere invisibile per alcuni, ma è lì. Credo che l’invisibile, l’inaudito e ciò che è nascosto dentro di noi siano forse gli elementi più fondamentali ed essenziali, quindi la loro coesistenza è naturale.
GAA: La sua storia familiare attraversa il genocidio armeno e la successiva accoglienza in Egitto. Come risuonano queste memorie nella sua ricerca artistica? E come vive l’atto di rappresentare l’Egitto portando con sé una storia diasporica?
AA: In armeno esiste una parola, koyadevel, che significa continuare a esistere; forse il granito incarna questo significato per me. L’Egitto ha attraversato molte culture, religioni, lingue ed etnie, che lo hanno portato oltre la nostra attuale comprensione di termini come “paese” o “nazione”. L’accumulo di esperienze umane diverse ha sviluppato in Egitto una sinergia incondizionata. Così, il fatto che io, seconda generazione di un sopravvissuto al genocidio armeno, rappresenti l’Egitto in una piattaforma come la Biennale dimostra la posizione dell’Egitto rispetto alle questioni internazionali di nazionalismo, etnicità e razza, semplicemente andando oltre.
GAA: Le tensioni che riguardano l’Armenia e il Medio Oriente sono tornate oggi centrali. Nel campo artistico, sente che la sua voce sia isolata o fa parte di una rete culturale più ampia che lavora per mantenere viva l’attenzione sulla storia e sul presente del popolo armeno?
AA: Credo che le nostre esperienze umane siano più profonde delle condizioni geopolitiche temporanee. I governi indottrinano i loro popoli, e io credo in un’arte capace di risvegliare le voci interiori delle persone, che nella loro essenza tendono a convivere in armonia.
GAA: Vive a Pietrasanta dal 2000, in un luogo che è quasi un laboratorio internazionale della scultura. In che modo questo contesto ha influenzato la sua pratica? E come percepisce oggi il sistema dell’arte italiano, sospeso tra tradizione e contemporaneità?
AA: Credo che l’energia creativa accumulata a Pietrasanta la renda un luogo unico, che continua ad attrarre energie da tutto il mondo.
Cover: Armen Agop in studio. Photo by Partricia Franceschetti
