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NULLA È PERDUTO. Arte e materia in trasformazione | GAMeC, Bergamo

Trio pour retombee radioactive (1978) è l’installazione sonora di Lars Fredrickson (1926-1997) che ci trascina in Nulla è perduto. Fredrickson aveva studiato chimica per poi lavorare, nel dopoguerra, in un laboratorio di ricerca dell’esercito svedese, ed infine arruolarsi come ufficiale...

Nulla è perduto. Arte e materia in trasformazione Veduta dell’installazione – GAMeC, Bergamo, 2021 Foto: Antonio Maniscalco Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo
Leonora Carrington Oink, 1959 olio su tela 40 x 90,9 cm Collezione Peggy Guggenheim, Venezia © Leonora Carrington, by SIAE 2021

Trio pour retombee radioactive (1978) è l’installazione sonora di Lars Fredrickson (1926-1997) che ci trascina in Nulla è perduto. Fredrickson aveva studiato chimica per poi lavorare, nel dopoguerra, in un laboratorio di ricerca dell’esercito svedese, ed infine arruolarsi come ufficiale radiofonico nella marina mercantile. Il suono magnetico di questo “trio per la ricaduta radioattiva” è generato da un contatore Geiger – strumento di misura utilizzato per rilevare la presenza e l’intensità di particelle ionizzanti – interagente con la voce e il respiro del poeta belga Jean Daive (1941). Le basse frequenze che il corpo umano fa risuonare dentro di sé si traduce in una composizione ipnotizzante e aliena. È questo il preambolo al capitolo dedicato all’elemento dell’aria nella mostra attualmente in corso presso GAMeC, a cura di Lorenzo Giusti e Anna Daneri.

Nulla è perduto. Arte e materia in trasformazione è il secondo capitolo della Trilogia della Materia, un progetto espositivo inaugurato da GAMeC nel 2018 con Black Hole. Arte e matericità tra Informe e Invisibile ed un discorso trasversale attorno al tema della materia. L’incipit della mostra è la prima enunciazione del principio di conservazione della materia di Antoine-Laurent de Lavoisier (1743-1794) “Rien ne se perd”. La massima era contenuta nel Trattato di chimica elementare (1789) in cui, come ci ricorda Lorenzo Giusti, era anche negata l’esistenza del flogisto in favore di una scienza votata alla verifica dei fatti. 
L’idea di una materia sempre viva, presente e in costante trasformazione, è declinata nelle quattro sezioni della mostra, ciascuna delle quali è dedicata ad un elemento naturale (Fuoco, Terra, Acqua e Aria).
Le alchimie non sono escluse da questo percorso: emergono attraverso opere dada e surrealiste, quali “sacro fuoco dell’arte” capace di superare il limite determinato da Lavoisier. Les hommes n’en sauront rien (1923) di Max Ernst (1891-1976) è un esempio di assunzione della sapienza alchemica a modello di “occultamento” (André Breton, 1924). In questo dipinto enigmatico campeggia una sintesi dei princìpi maschile e femminile, che rimanderebbe a una eclissi in cui sono congiunti il Sole (M) e la Luna (F). 

Nulla è perduto. Arte e materia in trasformazione Veduta dell’installazione – GAMeC, Bergamo, 2021 Foto: Antonio Maniscalco Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo

Il rebis è il principio androgino generato dall’unione degli opposti e che designa la pietra filosofale, ciò a cui tende la ricerca alchemica. Sul retro della tela, che Max Ernst regalò a Breton, è scritto: “GLI UOMINI NON NE SAPRANNO NULLA. La falce di luna (gialla e simile a un paracadute) impedisce al fischietto di cadere a terra. Quest’ultimo, poiché ci si occupa di lui, s’immagina di ascendere verso il sole. Il sole è diviso in due, per meglio ruotare. La modella è distesa in una posa onirica. La gamba destra è piegata all’indietro (movimento gradevole e preciso). La mano protegge la Terra. Con questo movimento, la Terra assume l’importanza di un organo sessuale. La luna attraversa molto rapidamente le sue fasi e le sue eclissi. Il dipinto è curioso nella sua simmetria. I due sessi si bilanciano lì. Ad André Breton / cordiali saluti / Max Ernst”.

La sezione dedicata all’elemento terra ci accoglie con Volcán (1979) di Ana Mendieta. In questo film girato in super8 Mendieta imprime la sua silhouette modellando della terra sulla sponda di un lago a Old Man’s Creek, in Iowa. L’interno di questa sagoma di terra, la cui cavità appare riempita di salnitro, prende fuoco, e la forza delle fiamme sostituisce il candore bianco con nubi nere, mosse da una lieve brezza che increspa anche la superficie del lago. Il fuoco purificatore, la fecondità terrena, il sacro naturale, l’evocazione del corpo di Mendieta tramite “siluetas” sono alcuni elementi materici con cui l’artista ha lavorato in questa trasmutazione del suo corpo in forza vulcanica proprio in prossimità di una fonte di acqua, che fa riecheggiare anche altri significati, tra cui il politeismo della santeria cubana.

Il fuoco è un elemento che ritorna ancora in Fire-Child (1971), film in cui Gordon Matta-Clark documenta la raccolta di materiale infiammabile da parte di un uomo indigente nei pressi del Ponte di Brooklyn per potersi riscaldare e la creazione di un secondo fuoco da parte dell’artista, vicino ad una struttura da lui creata con una rete metallica, scarti e un poco di malta. Questa struttura muraria improvvisata, ricoperta di carta di giornale, sarà poi lambita da fiamme. La sacralità del “focolare” domestico è destabilizzata dalla postura anti-monumentale e di “dearchiturizzazione” di Matta-Clark.

Installata a non più di tre passi di distanza da Der letzte Schnee (2004-2021), un congelatore che Roman Signer ha utilizzato per conservarvi una nevicata, ci sono cinque fotografie che compongono Hot Water Suite (3) (1991-1993) di Roni Horn. Queste immagini, stampate su carta offset, alternano a vedute di fonti di energia primaria – come geyser islandesi, nubi e una grotta d’acqua – fotografie di infrastrutture che convogliano quelle stesse acque e vapori naturali.

Cerith Wyn Evans_Come (I), 2017 – Nulla è perduto. Arte e materia in trasformazione Veduta dell’installazione – GAMeC, Bergamo, 2021 Foto: Antonio Maniscalco Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo
Roni Horn Hot Water Suite (3), 1991-1993 5 fotografie offset 29 × 39 cm ciascuna Ed. 15 Courtesy l’artista e Galleria Raffaella Cortese, Milano Collezione privata, Livorno Foto: Lorenzo Palmieri

L’opera dell’artista svedese Nina Canell, Muscle Memory (2021) è un’installazione ambientale site-specific per lo Spazio Zero della GAMeC, realizzata grazie al Meru Art*Science Research Program. Il pavimento di questo spazio del museo bergamasco è ricoperto di conchiglie. Materiale e durata si condensano sotto i piedi di chi attraversa lo spazio, facendo scricchiolare un tempo geologico. La copertura del pavimento di calcestruzzo della galleria con conchiglie composte di carbonato di calcio apre ad interrogazioni circa l’influenza che l’approccio industriale alla lavorazione minerale ha sul modo in cui percepiamo i materiali (meccanicisticamente e passivamente come indicherebbe l’artista?) 

La mostra è accompagnata da un catalogo, che oltre a focus sulle singole opere in mostra dei curatori e di critici e storici dell’arte, presenta approfondimenti sulle implicazioni dei processi fisico-chimici della materia. Interessanti sono la riproposizione di un estratto da Sistema periodico (1975) di Primo Levi, la storia di un atomo di carbonio raccontata da Tom Battin, Professore in Scienze Ambientali all’École Polytechnique Fédérale de Lausanne e di numerosi altr* studios* provenienti da ambiti scientifici e antropologici.

Nulla è perduto. Arte e materia in trasformazione

A cura di Anna Daneri e Lorenzo Giusti

GAMeC, Bergamo

15.10.2021-13.02.2022

Con opere di: Ignasi Aballí, William Anastasi, Isabelle Andriessen, Davide Balula, Lynda Benglis, Alessandro Biggio, Karla Black, Michel Blazy, Renata Boero, Dove Bradshaw, Victor Brauner, Dora Budor, Pier Paolo Calzolari, Nina Canell, Leonora Carrington, Giulia Cenci, Tony Conrad, Tania Pérez Córdova, Lisa Dalfino & Sacha Kanah, Giorgio de Chirico, Edith Dekyndt, Marcel Duchamp, Olafur Eliasson, Leandro Erlich, Max Ernst, Joana Escoval, Cerith Wyn Evans, Lars Fredrikson, Loïe Fuller, Cyprien Gaillard, Pinot Gallizio, Hans Haacke, Roger Hiorns, Rebecca Horn, Roni Horn, Paolo Icaro, Bruno Jakob, Yves Klein, Gary Kuehn, Liliane Lijn, Gordon Matta-Clark, David Medalla, Ana Mendieta, Otobong Nkanga, Jorge Peris, Otto Piene, Man Ray, Pamela Rosenkranz, Mika Rottenberg, Namsal Siedlecki, Roman Signer, Robert Smithson, Gerda Steiner & Jörg Lenzlinger, Yves Tanguy, Wolfgang Tillmans, Erika Verzutti, Andy Warhol.

Nulla è perduto. Arte e materia in trasformazione Veduta dell’installazione – GAMeC, Bergamo, 2021 Foto: Antonio Maniscalco Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo
Robert Smithson Glue Pour, 1969 Inkjet print su carta d’archivio 33 x 33 cm Holt / Smithson Foundation © Robert Smithson, by SIAE 2021
Nulla è perduto. Arte e materia in trasformazione Veduta dell’installazione – GAMeC, Bergamo, 2021 Foto: Antonio Maniscalco Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo
Roman Signer Der letzte Schnee / The Last Snow, 2004/2021 congelatore, neve 82 x 56 x 46 cm © Roman Signer Courtesy l’artista e Karma International, Zürich