

La materia ferita e l’intenzione di un più poetico e chiarificante attraversamento sono al centro di una iniziativa per l’arte, che sembra abbracciare e far sua la necessità di ripercorrere più strade e improrogabili incroci, lungo la storia del tempo.
Entro un percorso appositamente pensato e studiato per gli spazi del MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna, l’esordio incentivato dalla presenza di un gesso preparatorio canoviano, dilaniato nei suoi bei lineamenti dalla distruzione portata del Secondo conflitto mondiale, esprime già con gran potenza il disastro e la lacerazione drammatica compartecipe di un dato e doloroso vissuto.
Nella città romagnola, che tra il 1943 e il 1944, fu segnata da infuocati e pesantissimi bombardamenti, il gesso prescelto, proveniente dal Museo Gypsotheca di Possagno, si mette in ascolto e dialogo con un volto attraversato e macerato dall’azione di Nicola Samorì (Forlì, 1977). Mirabili dettagli, splendenti sulla pelle di porcellana di una giovane nobildonna, aprono alla voragine cristallina di un vuoto, che non sa farsi ferita. Entro le vie di fuga spalancate dalla scelta d’artista muove la sorpresa epidermica di una chiamata alla partecipazione, che interroga visioni e possibilità. Il desiderio del tatto ne attraversa ogni battito e passaggio. Le increspature avertite a fior di pelle e la tenacia della mano d’artista a voler giocare e motivare più strati di una presenza donata al pubblico attivano attraversamenti, che l’occhio compie portando alla memoria sensazioni e conoscenze pregresse.
Nella libertà di associazione, incentivata nel dialogo mirabile con il maestro di un tempo altrove, ogni passo pensato per il primo piano del MAR celebra l’inclinazione a respirare arte sulla scorta di più stadi del tempo, mai sigillati o definitivi in se stessi. Se l’incubo di quello che la guerra ha causato, anche nell’estetica e per l’immaginario, attanaglia e riflette a buona ragione quanto una generazione sta spettralmente rivivendo sulla propria pelle, un passo in più oltre due presenze artistiche, che si riflettono nella ferita inferta, conduce agli anni della formazione ravennate per l’occhio e l’ispirazione dell’artista Samorì. Ravenna con i suoi mosaici, la ricca tradizione e lo splendore del marmo, che suggella gli storici edifici e le basiliche, si è per tempo offerta come motivazione e trampolino di lancio ispirativo di quello che, in qualche modo, la pittura e materia maneggiata da Samorì sarebbero diventate.




Rappresentazioni, urgenze e sfoghi liberatori di una presenza materica, che per il dipinto sa tramutarsi in altro, conducono così all’attenzione sperimentazioni, che si sono attuate in ricordo e per la memoria di ogni conoscenza e curiosità rintracciate nel far di un’arte senza tempo. L’estetica e contorni della figurazione, negli anni fulgidamente restituiti e sperimentati da Samcanoorì, offrono un richiamo poeticamente serrato in ascolto della grande tradizione della pittura: andando dai bei corpi aggraziati di muse eterne e imperscrutabili, sino a misteriosi contorni maschili inghiottiti dal fondo scuro e pronti a scorticarsi la pelle, l’universo simbolico di Nicola Samorì abbraccia una rivisitazione personale e significante rispetto all’incontro di una materia per l’arte indomita.
Il gesto, nell’immaginario torturante e violento di un’epidermide ferita e asportata come nel supplizio finale di un santo, per sua scelta e poetica apre all’immensità di paesaggi onirici e infiniti come la terra del sogno. Scultura e pittura dialogano nella possibilità di sovvertire istanze e anatomie date per certo. Metamorfosi, dramma, sacralità e supplizio si incontrano e dialogano entro un terreno dell’affermazione, che abbraccia il dinamismo di quanto ancora, sperimentalmente possa derivare.
Il servitore di una perfezione assillante, il celeberrimo maestro Canova, che ricusava la quotidianità della vita più ordinaria in devozione di quelle sue creature in marmo (quelle stesse presenze che a lavoro finito soffriva nel veder andar via), incontra oggi la sperimentazione e la mano di un artista del tempo sconosciuto e nuovo, chedifferentemente ha legato il suo nome a una degradazione e oltraggio solenne della materia dell’arte, cingente la più viva drammaticità e la più pungente poesia.
Come recita il titolo codificato per l’evento, Supremalia, una pregnante tensione tra l’alto di un’afferrabilità intelligibile e il controcanto di un desiderio pulsante, che ammalia e caratterizza il magma energico del sottosuolo e della terra, si incontrano per spingersi e percorrere assieme l’itinerario di una dualità, potente e necessaria, come l’ambivalenza e il sapore intenso della vita stessa.
Cover: Nicola Samorì, Marlene, part.,2023, olio su tela, cm. 150×200, ph©RolandoPaoloGuerzoni (dettaglio)




