
La corrente edizione di Video Sound Art, il festival a cura di Laura Lamonea che ogni anno trova sede in diversi spazi connotati e non convenzionali della città di Milano, approda quest’anno, in occasione della sua XV edizione, all’ambiente ipogeo dei Magazzini Raccordati nel Tunnel della Stazione Centrale. Il titolo scelto per quest’anno, Never Ground, trae spunto dall’omonima opera video di Natália Trejbalová (Košice, Slovacchia, 1989), prodotta da Video Sound Art e realizzata grazie al sostegno dell’Italian Council (l’opera entrerà nella collezione di Museion). Per l’occasione abbiamo rivolto qualche domanda all’artista.
Federico Abate: Never Ground appare perfettamente in linea con l’edizione corrente di Video Sound Art, che ha per tema il sottosuolo nelle sue varie declinazioni. In effetti, in essa fai riferimento all’esplorazione delle profondità della terra, che metti in correlazione con l’esplorazione spaziale, al crocevia tra recenti scoperte scientifiche in ambito speleologico e una narrazione immaginifica sul mondo sotterraneo come Viaggio al centro della Terra (1864) di Jules Verne. Puoi parlarci di cosa hai voluto raccontare con questo progetto?
Natália Trejbalová: Il video è un viaggio spazio-temporale tra gli spazi sotterranei del nostro pianeta e luoghi possibilmente al di fuori della Terra, in un loop che ritrae la discesa e la risalita. Il progetto è ispirato a diverse ricerche scientifiche, legate ad esempio all’esplorazione delle forme di vita extra-terrestri partendo dalla ricerca sugli organismi e sulle condizioni estreme presenti sul nostro pianeta. Un altro aspetto interessante sono gli analog sites, che sono delle aree su Terra che per le loro condizioni sono simili ad altri pianeti e si usano per testare la tecnologia che si va a adottare sui siti extra-terrestri, come ad esempio Marte. Quindi sicuramente mi interessava parlare dell’ambiguità e di permeabilità di quello che è terrestre ed extra-terrestre, o intra-terrestre ed extra-terrestre. Soprattutto di ciò che è legato alle potenzialità dell’esplorazione, perché i sistemi delle grotte e gli spazi sotterranei sono gli unici ancora non esplorati e perciò non colonizzati dall’umano. Anzi, non sappiamo nemmeno quale sia la percentuale di tutti i sistemi di grotte che abbiamo già esplorato sulla Terra.


FA: Quali sono stati gli stimoli che ti hanno spinto a tracciare il collegamento tra scienza e fantascienza, tra sottosuolo e spazio profondo? Cosa scaturisce da questo cortocircuito?
NT:Nel mio lavoro mi ispiro molto spesso sia alle ricerche scientifiche attuali che alla narrazione speculativa, in particolare alla fantascienza. Quello che mi interessa principalmente è il potenziale di immaginare e re-immaginare il nostro mondo, a cui sia la scienza che la fantascienza aspirano. Ad esempio, nel libro Never Ground, da poco uscito per Mousse, ci sono varie citazioni e testi che parlano di Athanasius Kircher, uno studioso gesuita vissuto nel ‘600, i cui trattati mescolano sia le nozioni scientifiche dell’epoca sia le sue intuizioni più fantastiche, di cui alcune anche anticipatorie – tra cui l’idea della connessione tra i vulcani o il concetto di panspermia. Per quanto riguarda il legame tra il sottosuolo e lo spazio profondo, è qualcosa a cui sono arrivata grazie al libro di Francesco Sauro, Il continente buio, in cui si parla sia del programma dell’agenzia spaziale europea che prevede l’addestramento degli astronauti in sistemi di grotte, sia dello studio dell’evoluzione degli organismi presenti in quegli stessi ambienti per capire le possibilità della vita al di fuori della Terra. Un altro legame tra il sottosuolo e lo spazio profondo è quello legato all’estrazione dei minerali e delle risorse necessari per costruire le tecnologie che ci permettono di arrivarci (o anche solo di scrivere questa intervista, ad esempio).
FA: Nel tuo video metti insieme riprese di ecosistemi reali con scene ricostruite in studio. Puoi spiegare il processo tecnico di costruzione di queste scene fantascientifiche analogiche?
NT: Per la produzione dei miei video lavoro spesso con varie tecniche legate agli effetti speciali che si usavano nel cinema prima del digitale. Quindi principalmente con i set in miniatura dei paesaggi e dei vari ambienti e l’utilizzo di materiali specifici in reazione, filtri, obiettivi particolari ecc. Mi interessa che alcuni di questi props diventano poi anche sculture e quindi hanno una doppia funzione e valenza. Spesso sono sviluppati e formalizzati in due momenti diversi della produzione del lavoro – prima come props e poi come sculture. Alcuni di questi sono presenti anche nella mostra presso Video Sound Art.
FA: Rispetto alla tua pratica artistica, in che modo pensi che la nostra percezione del pianeta cambi quando consideriamo non solo la superficie ma anche le sue profondità?
NT: Rispetto alla mia pratica, ragionare sulla nostra comune percezione del pianeta è una grande fonte di ispirazione, perché credo sia particolarmente emblematica di vari cambiamenti che stiamo attraversando come società. Per questo sono interessata anche al mondo delle teorie del complotto che riguardano la percezione del pianeta, ad esempio, in questo caso, la teoria della Terra Cava che si ritrova anche in Viaggio al centro della Terra di Jules Verne (spoiler). Dietro questo mio interesse c’è sempre l’indagine e la domanda su come sia possibile approcciarsi come umani di fronte alla complessità dell’ecosistema di cui facciamo parte e di cui fa parte una quantità inimmaginabile di forme di vita e vitalità diverse, con la consapevolezza che la nostra permanenza qui è solo una brevissima parentesi nella storia del pianeta.


FA: L’installazione video in che modo dialogherà con lo spazio sotterraneo reale dei Magazzini Raccordati, nei tunnel della Stazione Centrale di Milano? Quali sensazioni speri che il pubblico viva scendendo fisicamente nel sottosuolo e guardando la tua opera, che immagina un viaggio sotterraneo interplanetario?
NT: Credo che una delle considerazioni fatte da Laura Lamonea sia legata all’architettura degli spazi dei Magazzini Raccordati rispetto all’immagine del video e quindi anche all’idea di attraversamento e alle connessioni invisibili o nascoste a cui gli spazi dei Magazzini possono alludere. Ormai da anni abito molto vicino a questi tunnel e finché non li ho visitati per la prima volta, sono sempre stati un grandissimo mistero e perciò anche fonte di immaginazione. E lo rimangono tutt’ora, perchè soltanto una parte di questi tunnel è visitabile. Ovviamente non posso essere sicura delle sensazioni che uno prova visitando la mostra, e credo che dipendano molto da persona a persona; spero che almeno ad alcuni l’opera riesca a trasmettere quello che ho provato io durante le riprese, quindi un senso della scoperta.
FA: La pubblicazione a quattro mani con Stella Succi (Mousse) racconta il progetto avvalendosi di richiami a frammenti letterari, filosofici e scientifici. Come si intreccia il libro con l’opera video?
NT: Il libro è una parte complementare per la comprensione di tutto il progetto. Ci sono vari testi che avevo consultato per la ricerca sul video, alcuni dei quali suggeriti proprio da Stella durante le nostre conversazioni, come il libro di Francesco Sauro; alcuni, ad esempio, sono testi che avevo già letto da adolescente, come il libro di China Mièville. Altri testi invece li ho approfonditi durante il lavoro e ci sono anche quelli che abbiamo aggiunto a video terminato. In quel modo il libro, pur rimanendo una finestra molto soggettiva sulla relazione tra il sottosuolo e l’esplorazione spaziale, è anche una ricerca di per sé, che ci ha permesso di trarre anche altre conclusioni oltre all’opera stessa: in particolare, l’ossessione ottocentesca per il mondo sotterraneo e alcuni parallelismi che si possono tracciare tra il presente e il diciannovesimo secolo, come la corsa alle risorse legata allo sviluppo e alla trasformazione tecnologica, e di conseguenza anche l’impulso alla colonizzazione, oggi spinta fino ad uscire addirittura dai confini terrestri.

