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Conversazione con Maurizio Donzelli | Immaginàle, Galleria Massimo Minini, Brescia

"Il nostro sguardo è estrattivo, s’indirizza sempre verso un oggetto di attenzione, lo estrae dal resto che è lo sfondo, concepito come area incoerente su cui si stagliano gli oggetti. Però questo modo di guardare agli oggetti è anzitutto l’emblema...
Veduta della mostra Maurizio Donzelli. Immaginàle, gennaio-febbraio 2022, Galleria Massimo Minini, Brescia Courtesy Maurizio Donzelli e Galleria Massimo Minini Ph. Petrò Gilberti
Maurizio Donzelli, Mirror #0618, 2018, tecnica mista, cornice di legno, 104x104x7.5 cm Courtesy Maurizio Donzelli

In occasione della sua personale alla Galleria Massimo Minini a Brescia, immaginàle, Mauro Zanchi ha intervistato Maurizio Donzelli.
La mostra è in corso fino al 5 Marzo 2022.

Mauro Zanchi: Partendo dalla frase di Walter Benjamin (“la storia dell’arte è una storia di profezie”) e dalle intuizioni di Carl Einstein e di Georges Didi-Huberman – che attribuiscono a certe immagini un “potere profetico”, in grado di fornire agli spettatori un “intervallo allucinatorio che irrazionalizza il mondo” – sarebbe interessante costruire una “mostra iniziatica”, da vedere soprattutto anche a occhi chiusi. Come potremmo riattivare (o ricevere dall’esterno) presenze immaginali che provengono da una dimensione misterica (forse sacrale)? 

Maurizio Donzelli: Vedere con occhi chiusi è un ossimoro che mi ricorda il dimenticare a memoria di Vincenzo Agnetti. Ma questo riattivare la visione è in fondo l’indicazione di una via: vedere al di là di ciò che appare, vedere attraverso ciò che ci si presenta, termine che tu definisci “irrazionalizzare il mondo”. Praticare questa conoscenza è anche predisporsi a un certo tipo di ascolto. Attesa e ascolto sono il corretto atteggiamento da tenere di fronte a ogni opera d’arte.

MZ: Sarebbe interessante riprendere in considerazione facoltà probabilmente utilizzate da culture prelinguistiche, custodite in parti del cervello che solitamente non vengono utilizzate, per poter re-indirizzare lo sguardo, il pensiero e il corpo anche in una direzione più aperta ed estendibile. Come concepisci una tua opera visiva alla luce di queste premesse?

MD: Credo che sia importante dare spazio e maggior autonomia al linguaggio dell’opera. Il medium con cui ci si accosta alle arti visive è spesso guidato dalla parola razionale, la letteralizzazione, che altri non è che l’umanissimo desiderio di definire ciò che guardiamo, di incasellarlo, di comprenderlo, anche di superarlo, cento modi per dire la stessa cosa: piegare il mondo ai propri scopi. Il nostro sguardo è estrattivo, s’indirizza sempre verso un oggetto di attenzione, lo estrae dal resto che è lo sfondo, concepito come area incoerente su cui si stagliano gli oggetti. Però questo modo di guardare agli oggetti è anzitutto l’emblema della nostra intenzione verso di essi, potrei dire della nostra rapacità/necessaria.

MZ: Che ruolo ha l’oro nei tuoi dipinti? E che funzione ha all’interno dell’installazione che hai concepito nella Galleria Massimo Minini?

MD: L’oro ha una grande ricchezza simbolica, è il richiamo allo splendore, alla regalità, agli elementi lucenti del mondo che ci spingono alla contemplazione. Tutti i paradisi di tutte le culture hanno queste caratteristiche legate alle luci vivide e alla rilucenza, ma penso anche ai dorati bagliori del sole sulle acque. Il richiamo alla vibrazione della luce sull’oro è il richiamo a un’idea più generale di visionarietà, perché nel riverbero della luce socchiudiamo gli occhi e non riusciamo a cogliere pienamente ciò che osserviamo. 
Ho collocato l’installazione nello spazio della Galleria Massimo Minini pensando alla navata di una chiesa, a quel senso prospettico implicito, qualcosa che ponesse lo spettatore vicino e lontano in una sorta di rappresentazione. 
Ma guardare la trama dei due ori messi ai lati delle pareti è anche un non-guardare, in fondo se guardo una vibrazione di luce prodotta da impercettibili cromatismi dorati, che cosa sto guardando veramente? Forse sto attivando quello che tu chiami “il prelinguistico”, che è il meccanismo profondo della nostra capacità visionaria. 

MZ: Cosa rappresenta per te, ora, l’indagine visuale per via astrattista (nel senso di micro/macro-cosmico)? Quali trame, sistemi, strutture, rendi visibili nei tuoi dipinti?

MD: Nella storia dell’arte l’astrattismo ha precisi ambiti e categorie: astrattismo, pittura analitica, informale, ecc. Pur riconoscendo il grande fascino che queste opere hanno su di me, non mi sento pienamente convinto su un punto: l’idea di opera disincarnata dal mondo, di opera autoreferenziale come mondo a sé, e ancor di più trovo questo difetto nell’arte concettuale.
Io credo che invece nel mio percorso siano riconoscibili le allusioni a strutture di tante cose reali che ci circondano: le fronde degli alberi, i colori del fogliame, le alghe che si muovono fluidamente nelle acque, l’intreccio dei rami che si antepone al cielo… insomma tutto un mondo presente e reale, ma che fa da sfondo e dispiegamento alle nostre osservazioni. Spesso i materiali, o meglio le immagini che uso, non sono neanche collegati tra loro, ma si susseguono uno con l’altro, proprio come accade se viaggiando guardiamo il mondo oltre il finestrino.

Maurizio Donzelli, O, 2021, collage e resina su tavola, 116x116x6 cm Courtesy Maurizio Donzelli e Galleria Massimo Minini Ph. Petrò Gilberti

MZ: Pensi sia possibile indurre ogni persona a divenire un luogo naturale delle immagini? Come si potrebbero trasformare le immagini interiori in realtà, dove ogni immagine è intesa come “imago agens” capace di richiamare alla memoria una rete di associazioni di idee, frequenze, collegamenti di senso, come accadeva nel Teatro della Memoria Cinquecentesco ideato da Giulio Camillo Delminio, dove ogni immagine o opera erano intese anche come fossero sigilli e talismani magici necessari per attirare influenze sottili e celesti? 

MD: Le immagini non hanno una loro autonomia, necessitano dell’osservatore e viceversa. È come in chimica con il catalizzatore: si devono unire il componente A al componente B e solo allora si ottiene il composto definitivo. Oppure, come dicono i fisici, senza la coscienza la materia rimane in uno stato indeterminato di probabilità (R. Lanza). Per questo credo che sempre ogni persona sia “un luogo naturale” dentro cui scorrono le immagini e che l’immaginazione, ancor prima del linguaggio, sia il carattere distintivo e peculiare della nostra specie.

MZ: Mi risuona in testa una profezia di Marshall McLuhan, e visto tutto quello che è in azione ora nell’iconosfera, nell’infosfera e nella rete, spero che possa realizzarsi prima possibile: “Nel futuro vivremo in un mondo simile all’antico spazio acustico tribale, dove la magia tornerà a vivere”. Tu come immagini il tuo futuro, oltre l’era dell’iperconnettività sterile?

Come traduci formalmente nelle tue opere le “immagini primordiali” (Urbilder), ovvero qualcosa in grado di collegare il destino personale con quello collettivo, di rappresentare l’invisibile che è nel mondo visibile?

MD: Questo è un argomento molto denso che ci richiederebbe tanto tempo e tanta dedizione. Credo che il tuo sia un sollecito richiamo alla responsabilità che ogni forma artistica ha nei confronti della società circostante e quindi della storia. Nessuna epoca è in grado di stabilire in modo conclusivo cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa sbagliato. 
Purtroppo il grande delirio contemporaneo è di crederci capaci di comprendere e vivere “le realtà” sempre “in presa diretta” e attraverso strumenti affidati unicamente alla tecnologia e all’iperconnettività. L’identità individuale in questo modo viene svalorizzata e desacralizzata, perché resa temporaneo frammento nel grande e incoerente fluire della comunicazione.

MZ: È possibile attivare i processi della conoscenza attraverso rappresentazioni di concetti astratti, rendere visibili entità vive dotate di poteri magici (già prese in considerazione nel Rinascimento dalla cultura ermetica e neoplatonica), di mostrare il potere talismanico dell’immagine? 

MD: Non saprei risponderti con precisione. Oggettivamente quel pensiero ha creato straordinarie opere d’arte e stimolato grandi idee che ancor oggi ci sostengono e sono vive. Riguardo al potere talismanico dell’immagine e più in generale delle arti io ne sono pienamente convinto, cito come principale esempio la musica.

MZ: Quali sono le energie iconiche che agiscono nelle tue opere?

MD: Come dicevo poco prima il primo richiamo è quello del mondo organico e della natura, filtrato attraverso le sue strutture, e il richiamo che queste strutture, che queste forme producono nella nostra psiche. Un giorno ho trovato un’illuminante poesia di un poeta tedesco che non conoscevo (Joseph von Eichendorff). La poesia recita: Dorme una canzone in tutte le cose / Che sognano senza fine. E il mondo comincia a cantare / Se solo trovi la parola magica.

MZ: Lasci spazio a una sorta di misticismo nella tua visione, dove il misticismo lo intendo anche secondo una definizione di McLuhan, come fosse “la scienza di domani sognata oggi”?

MD: Dovremmo essere più attenti alle cose che ci circondano, esse ci richiamano alla contemplazione. Dovremmo essere meno attratti dalla compulsività del mondano; dico -dovremmo richiamarci- perché comunque condividiamo un destino e ognuno dovrebbe sforzarsi in questa direzione. La contemplazione richiede abbandono, incantamento, e il gesto dell’abbandonarsi è contemporaneamente“il come” e “il cosa”.

MZ: Quanta proiezione auto-analitica c’è nella tua pratica giornaliera della traduzione in opera attraverso il medium pittorico?

MD: Il “come” e il “cosa” ritornano anche qui nella pratica giornaliera dello studio, nella preparazione, nella attesa, nell’esaltazione per un nuovo risultato; credo che quando gli artisti lavorano perdano molte volte il contatto con l’io identitario, lasciandosi attraversare da qualcosa di più fluido a cui fatico dare un nome.

Veduta della mostra Maurizio Donzelli. Immaginàle, gennaio-febbraio 2022, Galleria Massimo Minini, Brescia Courtesy Maurizio Donzelli e Galleria Massimo Minini Ph. Petrò Gilberti
Maurizio Donzelli, Cartesio’s Drawings, 2021, installazione site-specific su tavolo re-board, 100x150x78 cm Courtesy Maurizio Donzelli

MZ: Dove vorresti esporre le tue opere? In uno spazio inteso come nelle corti rinascimentali italiane, dove nel Quattrocento e nel Cinquecento erano dinamizzate opere intese secondo la visione neoplatonica ed ermetica, con riferimenti a pratiche di stampo iniziatico: alchimia, filosofia, astrologia, magia, cabala, mitologia, divinazione con i tarocchi?

MD: Sarebbe bello sentirsi parte di un circolo di simili e avere la sensazione che tutto sia collegato e in relazione con le altre cose. Carl Gustav Jung a questo proposito parla di sincronicità , una sorta di varco inaspettato nell’esperienza quotidiana. Purtroppo questo è il tempo delle idee isolate e della confusione, della sovrapposizione caotica, il tempo in cui nella stessa sala di un museo possono convivere indifferentemente idee completamente opposte, collegate solo da un principio di selezione temporale, arbitrario e a volte interessato. 

MZ: Giochiamo a far circolare nella mente (e nel corpo-mente) alcune presenze/parole che abbiamo condiviso idealmente in questi anni: ineffabile originario, pathos immaginale, primitività nel Genius loci, ripetizione rituale, inafferrabile diafanità, sospendersi nella latenza delle immagini, rallentare e dilatare il tempo, trasfigurarsi nella magia naturale. Cosa pensi dopo aver lasciato scorrere in te queste possibilità immaginative?

MD: Questi termini che citi sono anche parole-fulcro su cui riflettere e su cui riprogettare possibili futuri. Credo che, per una volta tanto, al posto di lamentarci nel privato di come vanno le cose, dovremmo anche prenderci più responsabilità e maggiori attenzioni rispetto a quanto facciamo. Trasfigurazione, immaginale, Genius loci, diafanità, sembrano parole altisonanti, desuete, oppure inconsuete, ma sono termini significativi da approfondire, che aprono nuove vie per un’arte futura. 
Potremmo iniziare da due cose importanti. La prima ci riguarda come autori: far coincidere questi termini al nostro operare, far passare i nostri lavori attraverso un principio di trasformazione e di estrazione. La seconda è fare rete e sostenere chi, nonostante questo stato di crisi, percorre i nostri stessi sentieri, perché riconoscere e riconoscersi è importante quanto produttivo.

MZ: Cosa risuona nelle profondità dei tuoi Mirrors? 

MD: Mirror è simultaneamente due cose. La prima delinea una sorta di metafora del vedere: l’osservatore spostandosi di fronte all’opera vede di volta in volta un dettaglio differente, è un processo inconcluso che non ha solamente un punto di vista ma molte possibili variabili, arrivando poi a conclusione quando l’opera sembra chiudersi e divenire uno specchio. 
Lo spettatore è obbligato a considerare la sua posizione nello spazio rispetto all’opera. 
Per questa ragione l’immagine coincide con ogni proprio punto di vista possibile in una gamma di possibilità, e ogni posizione nello spazio è un elemento decisivo del vedere, ma nello stesso tempo lo spettatore si accorge che questo punto di vista è fluido e cangiante in base alla luce e alla posizione assunta di momento in momento. La seconda cosa altrettanto importante è che essendo anche uno specchio ha, come tutte le superfici riflettenti, un carattere seduttivo, tende a sorprenderti e attrarti perché è fondamentale che il linguaggio dell’opera generi una forza di attrazione autonoma legata alla sorpresa e al piacere della scoperta.

MZ: Come fai coagire la superficie dell’immagine con ciò che è contenuto all’interno del Mirror?

MD: Come descritto precedentemente io sono contemporaneamente autore e spettatore dei Mirrors.
La superficie dell’immagine è spesso per me una novità e trovo essenziale che qualcosa venga sottratto al mio dominio, perché l’immagine sembra rivelarmi qualcosa che io stesso non conosco. Io lavoro sul contenuto dei Mirrors, sulle forme, sui colori, sulla composizione, chiamiamolo un lavoro fatto tutto “all’interno”, ma che è assolutamente incompleto fino a che non vi appongo la lente prismatica; solo allora questa paziente o febbrile costruzione viene alla superficie, diviene opera. Prima è solo l’esercizio di un presupposto. È come quando un pittore, concluso un quadro, arretra di qualche passo, certamente per osservarlo meglio, ma anche per allontanare da sé quell’intimità di cui il quadro si è nutrito.

Maurizio Donzelli, Mirror #3318, 2018, tecnica mista, cornice di legno, 190x80x7.5 cm Courtesy Maurizio Donzelli
Particolare dell’opera Maurizio Donzelli, Mirror #3318, 2018, tecnica mista, cornice di legno, 190x80x7.5 cm Courtesy Maurizio Donzelli
Maurizio Donzelli, Etcetera drawing, 2019, installazione site-specific su tavolo re-board, 100x150x78 cm Courtesy Maurizio Donzelli