Portare il CIELO al cielo. Marcello Maloberti alla Biennale di Bangkok

"CIELO è scritto al contrario, di mio pugno e volutamente in italiano, perché mi piaceva l’idea che stuzzicasse la curiosità delle persone portate a chiedersi che cosa volesse dire quella scritta così rovesciata."
12 Dicembre 2022
Marcello Maloberti, CIELO, 2022 Performative installation – Bangkok Art Biennale 2022 – Foto Soopakorn Srisakul

Marco Scotini, International advisory committee di Bangkok Art Biennale 2022, invita Marcello Maloberti all’edizione “CHAOS: CALM” per la quale l’artista presenta CIELO, un obelisco contemporaneo con una scritta luminosa e capovolta che tanto rispetta quella ricerca sul linguaggio delle celebri MARTELLATE, esposte lo scorso marzo alla Triennale di Milano nella mostra curata da Damiano Gullì. CIELO rimarrà esposta all’interno del museo Bangkok Art & Culture Centre come una sorta di archeologia contemporanea per tutta la durata della Biennale. (22 ottobre 2022 – 23 febbraio 2023).

Alberto Navilli: Partiamo in medias res con un solo apparente elogio della banalità. Come nasce CIELO per la Biennale di Bangkok?

Marcello Maloberti: Proprio in questi giorni stavo riflettendo su quella che chiamo epifania della visione. Arriva all’improvviso, quasi sovrappensiero, ed è molto difficile parlarne. Ma credo sia molto importante quello che viene dopo, cioè analizzare il ragionamento svolto e discutere sulla qualità del lavoro finito attraverso una visione più critica. Sottolineo: non spiegarlo, come dico sempre, a SPIEGARE IL MIO LAVORO MI SEMBRA DI SCUSARLO. Comunque, Marco Scotini mi ha invitato a questa Biennale, per la quale a dir la verità ho cambiato tre progetti, non ero mai soddisfatto. Tutto è nato dall’immaginare una specie di obelisco, una sorta di monumento fragile. Anzi in realtà un anti-monumento, perché ho pensato di usare una gru di 25 metri, uno strumento di lavoro che spesso si usa per gli allestimenti delle mostre. Mi interessava quest’idea di trasformazione da strumento a opera, che anzi diventa quasi un evento, visto che per tre giorni un operaio ha dovuto posizionare più e più volte la scritta in neon bianco, prodotto a Bangkok. Definire a posteriori questo lavoro rimane difficile: sicuramente ne percepisco la monumentalità, che viene contemporaneamente messa in crisi; sento l’idea di performance ma credo si tratti più che altro di installazione performativa, visto che l’idea di corpo dell’artista, già abbondantemente sviscerata negli anni Settanta, non è così centrale. È una situazione che si crea.

AN: Interessante quest’idea dell’installazione performativa. In sostanza, l’idea dell’opera prevede un lavoro collettivo e specializzato da svolgere. Mi sembra un modus operandi che condividi con una classe di artisti della tua generazione.

MM: Assolutamente, a me interessa moltissimo la presenza del lavoro dell’operatore. IL LAVORO DEGLI ALTRI È SOGGETTO DEL MIO LAVORO. In molte situazioni ho coinvolto più e più collaboratori, penso al Macro di Roma con quella specie di guard-rail a forma di fulmine. Come se l’aspetto fisico del corpo e della sua fatica fosse naturale parte dell’opera. Per questo divento un regista, perché non posso mai dimenticare quel mio sguardo che rende tutto forse più magico. Perché per realizzare le mie visioni serve il mondo. Anzi proprio ultimamente mi sono accorto di quanto il mio modo di vedere le cose possa anticipare certe situazioni. Io mi sento un po’ poeta, forse i poeti anticipano un po’ le visioni? 

Marcello Maloberti, CIELO, 2022 Performative installation – Bangkok Art Biennale 2022 – Foto Soopakorn Srisakul

AN: Ironia della sorte, anche CIELO pare abbia anticipato di una manciata di giorni la scoperta del dipinto rovesciato di Mondrian a Düsseldorf… scherzi a parte, a cosa ti riferisci in particolare?

MM: Quella di Mondrian è una coincidenza incredibile! Mi riferisco al tema delle parole scritte a mano, cioè il mio generare immagini che faccio da almeno dieci anni. Ma non ho mai perseverato in uno stile, siamo sempre in divenire. Il mio lavoro è fatto di segni, di forme che tornano e di abbandoni, di punti di riferimento che fanno un tessuto. In effetti, fare tessuto è fare testo, per citare Il piacere del testo di Roland Barthes del 1973.

AN: A Possagno, Carlo Scarpa voleva “ritagliare l’azzurro del cielo”. A Bangkok, tu lo indichi. Che relazione si stringe tra le MARTELLATE e questa operazione tautologica?

MM: CIELO è scritto al contrario, di mio pugno e volutamente in italiano, perché mi piaceva l’idea che stuzzicasse la curiosità delle persone portate a chiedersi che cosa volesse dire quella scritta così rovesciata. Certo, questo lavoro sulla parola si ricollega alle mie Martellate ora edite da Flash Art, che sono nate in quest’ultimo periodo di lockdown. Avevo perso la voglia di fare immagini. NON VOLEVO MOSTRARE VOLEVO DIRE. Da qui quest’idea di poesia, anzi di frontalità della poesia. E il suo capovolgimento la fa quasi cadere, diventa un corpo grave. Non solo inverte il punto di vista, ma passa da essere immagine all’essere azione. In effetti, il tema della vertigine mi appassiona dal 1992, con l’opera La vertigine della signora Emilia. E da lì mi sono divertito a mischiare le carte. 

AN: Parole al cielo insomma. Il CIELO al cielo di Bangkok.

MM: Esattamente, un’idea di fuga verso l’alto. E anzi CIELO è nata proprio a Bangkok per Bangkok, città piena di luci, di insegne, di sopraelevazioni. E diventa una sorta di oggetto di archeologia contemporanea, per il fatto che appare come un reperto contro il tempo. E non sappiamo se si distrugge o se rimane. Se rimane, diventa memoria di quello che è stato. Ma mi entusiasmava molto l’idea dell’Oriente che guarda il cielo. Già alla Biennale di Pune nel 2017, curata da Luca Cerizza e Zasha Colah, con la mia opera KOLOSSAL avevo trasportato una grande palma luminosa su un piedistallo. In quell’occasione mi sono accorto di quanti significati assume, proprio in Oriente, quest’idea di fuga verso il cielo. 

AN: Ma il rovesciamento fa pensare allo Zoccolo del mondo di Manzoni…

MM: Proprio Manzoni, e tutti quei lavori dove l’immaginazione serve a creare l’immagine finale. Penso anche all’Italia rovesciata di Luciano Fabro, mio maestro. O ancora prima a qualche ready-made di Duchamp, come la ruota di bicicletta. O anche i capovolgimenti di Georg Baselitz. Ma ho pensato molto alla colonna infinita di Brancusi, che forse per primo ha messo in crisi l’idea di basamento, poiché la ripetizione del basamento è l’infinito. RIBALTARE È SEXY, cita una mia MARTELLATA.

Marcello Maloberti, CIELO, 2022 Performative installation – Bangkok Art Biennale 2022 – Foto Soopakorn Srisakul

AN: Questo è un aspetto particolarmente interessante che già hai sfiorato in apertura, l’idea dell’anti-monumento. La monumentalità deriva sicuramente dalla dimensione effettiva del lavoro e dal suo posizionamento. Ma la reversibilità della struttura lo fa diventare un oggetto effimero e fragile, quasi a sottolineare in modo non invadente la possibilità di un “altro” spazio pubblico. Infatti è in cielo e non ha alcun basamento propriamente detto, cioè non ha obbligato nessuna architettura permanente. Mi ricorda un tema che fa parte della ricerca curatoriale di Marco Scotini, penso alla mostra “Il piedistallo vuoto” del 2013.

MM: È una riflessione assolutamente lecita che ho fatto e arriva dalla mia frase NON BISOGNA ABBATTERE LE STATUE MA I PIEDISTALLI. Quasi una visione un po’ politica, per me la politica è sinonimo di poesia, la politica deve tornare ad essere natura. L’insegna è grandissima e al neon bianco, come se si dovesse sublimare in questo momento neutro. Tutte le volte che uso i colori mi sembra di fare decorazione. Il mio CIELO non ha colore. IL BIANCO È UN COLORE DIMENTICATO, UN COLORE SMARRITO.

AN: Questo ragionamento coincide con l’idea del contro-monumento di Young, proprio quel Gegen-Denkmal tipico dell’ambito tedesco degli anni Ottanta che nasce per opporsi alle caratteristiche stereotipiche di espressività e memorialità dell’arte monumentale. Mi sovviene il lavoro che Horst Hoheisel svolge alla fontana Aschcrott di Kassel, ricordato a documenta 13.

MM: Mi citi questo monumento invisibile, adoro questo lavoro, lo trovo geniale, visionario. Amo la percezione di questa assenza, che diventa sempre più presente, tangibile. Il legame tra i nostri lavori riguarda più il concetto di ribaltamento, di de-costruzione del monumento, di ciò che è visibile e invisibile e l’opposizione tra l’alto e il basso. L’opera di Horst Hoheisel affronta però il tema della memoria. Nel mio caso CIELO nasce da un discorso più poetico e non tratta la cancellazione della storia. 

AN: Il futuro del CIELO?

MM: Intanto vorrei portare all’interno del catalogo la traduzione della parola cielo in quasi tutte le lingue del mondo, ma tutte girate al contrario. E poi vorrei che CIELO stesse a Bangkok, dove è nato e dove spero rimanga esposto. Oppure fare una serie di esposizioni itineranti, magari una proprio qui a Milano, come se andassi a toccare i cieli in una sorta di tour. Mi auguro nel mio lavoro di rimanere sempre me stesso, come diceva Pier Paolo Pasolini ne Lo scandalo radicale: «…voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili». 

Marcello Maloberti, CIELO, 2022 Performative installation – Bangkok Art Biennale 2022 – Foto Soopakorn Srisakul
Marcello Maloberti, CIELO, 2022 Performative installation – Bangkok Art Biennale 2022 – Foto Soopakorn Srisakul
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