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Luca Vitone. Identificazione del luogo | LabOratorio degli Angeli, Bologna

Una serie di lavori risalenti all'inizio della carriera di Vitone viene riattivata a distanza di trent'anni mediante un intervento di restauro "performativo" in divenire nel corso della mostra.
Luca Vitone. Identificazione del luogo, LabOratorio degli Angeli, exhibition view | ph. Francesco Rucci

Come ogni anno durante il periodo di Art City, il LabOratorio degli Angeli, laboratorio di restauro che prende il nome dalla chiesa e dall’annesso oratorio che lo ospitano, mette a disposizione i propri spazi ad un artista che possa interfacciarsi con il luogo e con le sue peculiarità. Per l’edizione 2025, curata da Leonardo Regano, è stato coinvolto Luca Vitone (Genova, 1964), un artista che ha sicuramente un fulcro importante della sua poetica nel confronto attivo con i luoghi con cui è chiamato ad interfacciarsi e con la loro identità storica e geografica, e che ha proposto una modalità di riattivazione performativa della serie Identificazione del luogo, tra i primi progetti portati avanti nella sua carriera. In occasione delle prime mostre tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, una modalità espressiva per lui ricorrente è stata quella di lavorare sulla pianta del luogo espositivo in cui si teneva la mostra – nella sua prima personale alla Galleria Pinta di Genova, nel 1988, aveva ricoperto il pavimento dello spazio con una rappresentazione 1:1 della sua piantina e aveva impedito l’accesso – oppure, in contrapposto, sulle rappresentazioni cartografiche delle zone limitrofe, che in qualche modo si appropriavano dello spazio. Più precisamente, in una serie di mostre tenutesi tra 1989 e 1992, Vitone fece uso delle mappe catastali relative alle strade e agli edifici prospicienti alle finestre delle gallerie in cui era chiamato ad intervenire, riproducendole su pannelli di plexiglass semi-trasparente o su delle tende, poi installati di fronte alle finestre stesse. In questo modo, idealmente, le carte catastali restituivano una “veduta” impossibile dei quartieri antistanti alle finestre davanti a cui erano installate. Ma, rispetto alle caratteristiche proprie della tradizione della pittura paesaggistica, erano tante le differenze a saltare agli occhi. Innanzitutto, in un’operazione come questa è evidente il cambio di orientamento di novanta gradi del piano della visione, dall’orizzontalità urbanistica alla verticalità “panoramica”, modalità che gli consentiva, peraltro, di sorpassare idealmente gli ostacoli rappresentati dagli edifici situati di fronte alle finestre della galleria, che impedivano con il proprio ingombro una visione a perdita d’occhio.

Luca Vitone. Identificazione del luogo, LabOratorio degli Angeli, exhibition view | ph. Francesco Rucci

Inoltre, il ricorso ad uno strumento tecnico come la carta catastale, scevro di qualsivoglia dettaglio esornativo non funzionale alla trasmissione immediata delle informazioni, restituisce l’impressione di una resa più depurata e rarefatta del territorio, oltreché totalmente orientata all’evidenziazione dei suoi caratteri antropici. Ad essere rappresentate, in sostanza, erano soltanto le sagome ridotte a geometrie delle strade e degli edifici, ma ciò non implicava in alcun modo un’attitudine positivista, per la quale l’obiettivo prevalente sarebbe stato trasmettere informazioni limpide ed intelligibili: non è possibile, infatti, ricavare in alcun modo dei dati dai numeri presenti su ciascun corpo di fabbrica, e i nomi delle strade o dei siti di interesse sono spesso tagliati a metà (come se il profilo della finestra, in prospettiva, impedisse di vedere la prosecuzione degli assi viari ai lati di quanto inquadrato). Per inciso, negli stessi anni Vitone sviluppava le cosiddette Carte atopiche, spogliate di ogni riferimento toponomastico, alla riscoperta del nudo territorio pre-antropico. Negli interventi susseguitisi in quel torno di anni la finestra non era comunque mai privata del suo ruolo primigenio di filtro tra interno ed esterno, né impediva di conseguenza il passaggio della luce solare, che anzi accendeva di riverberi le superfici semitrasparenti di plexiglass o di tessuto – e, nell’esperienza di un visitatore di allora, il freddo strumento di irreggimentazione topologica posto in condizione di misurarsi nuovamente con le energie e i flussi vitali della natura. “Esploravo l’idea di un rapporto tra noi e i luoghi che abitiamo, e ragionavo sul fatto che noi viviamo in una riproduzione di un luogo non più originario – commenta oggi Vitone – Ciò che rimane di un paesaggio in realtà è la sua convenzione, la sua riproduzione cartografica. Questa però ci dà gli elementi per leggere ciò che noi in teoria potremmo vivere”.

Luca Vitone. Identificazione del luogo, LabOratorio degli Angeli, exhibition view | ph. Francesco Rucci

Da quelle esperienze Vitone aveva ricavato anche delle xerocopie, che, lungi dall’essere semplici immagini di documentazione delle operazioni, offrivano a loro volta l’occasione di ulteriori sperimentazioni formali. In occasione di ogni mostra, invece di fissare semplicemente in fotografia l’allestimento definitivo, l’artista ha fotografato l’interno vuoto dello spazio espositivo puntando verso le finestre prive di tende e di pannelli; solo in un secondo momento, una volta stampata ciascuna immagine, ha proceduto ad applicare a collage l’equivalente delle carte catastali installate in mostra, mediante dei fogli trasparenti. In alcuni casi questi fogli sono stati applicati su dei distanziatori, lasciando una camera d’aria di qualche millimetro, che ha contribuito a creare un effetto di stratificazione e di trasparenza. Oggi, a distanza di più di trent’anni, i pannelli e le opere fotografiche della serie Identificazione del luogo tornano ad essere esposti e attivati, mediante un intervento di restauro performativo in divenire. Questa attività, che sarà portata avanti fino al termine della mostra dai restauratori del LabOratorio, va incontro alla necessità pratica di operare delle procedure di restauro delle opere (in alcuni casi soggette a un certo grado di deperimento), ma si sposa anche alla poetica di quei lavori, per i quali era così importante il radicamento e l’interazione con un luogo specifico. Alle pareti dei vari ambienti si distribuiscono alcune opere il cui trattamento di conservazione è stato già ultimato, mentre le ultime rimaste giacciono sui tavoli dell’ex-oratorio, e nelle giornate di apertura al pubblico si può osservare il procedere degli interventi mirati. In un qualche modo, per quanto temporaneo, un ulteriore ribaltamento del piano di visione (stavolta, inverso, dalla verticalità all’orizzontalità) è tornato ad interessare le mappe catastali; la dimensione più operativa dell’oggetto-mappa è stata riattivata in una forma inedita di interazione, che le opere della serie Identificazione del luogo non avevano ancora esperito. In questo modo, dalle più distanti sedi originarie di produzione e dopo decenni da apolidi, si radicano nel qui e ora dell’oratorio pluricentenario; con un apparente paradosso, mediante il processo conservativo di rimozione dei segni del tempo assumono su di sé una traccia ulteriore di vissuto.

Luca Vitone. Identificazione del luogo, LabOratorio degli Angeli, exhibition view | ph. Francesco Rucci