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Lo spazio della durata | Clarissa Baldassarri, Linea, Lecce

In poco più di dieci ore Clarissa Baldassarri realizza un’azione performativa attraverso un processo di sottrazione materica, che prende in esame il valore dello scorrere del tempo, un argomento nel quale l’artista ha trovato una forte ispirazione nel saggio intitolato...

Clarissa Baldassarri – Installation view – Courtesy Linea, Lecce

In poco più di dieci ore Clarissa Baldassarri realizza un’azione performativa attraverso un processo di sottrazione materica, che prende in esame il valore dello scorrere del tempo, un argomento nel quale l’artista ha trovato una forte ispirazione nel saggio intitolato L’ordine del tempo del fisico teorico Carlo Rovelli. Ciò che resta in esposizione sono due fotografie e un cumolo di granelli in polistirolo.

Baldassarri lavorando su di un grosso blocco a forma di parallelepipedo in polistirolo, mette in risalto nel testo dello scienziato il seguente brano: “Se osservo lo stato microscopico delle cose, la differenza tra passato e futuro scompare. Il futuro del mondo, per esempio, è determinato dallo stato presente, né più né meno di come lo sia il passato. Diciamo spesso che le cause precedono gli effetti, ma nella grammatica elementare delle cose non c’è distinzione tra causa ed effetto. Ci sono regolarità simmetriche fra futuro e passato… Nella descrizione microscopica non c’è un senso in cui il passato sia diverso da futuro”. L’operazione di Clarissa Baldassarri diviene quasi un esercizio concettuale basato anche sulla nozione di entropia, ovvero la misura del disordine inserita nel secondo principio della termodinamica, in base al quale l’entropia è importante perché genera una chiave di lettura dell’Universo, e dunque una riflessione microscopica sul fenomeno della vita che lentamente ci porta dal passato verso un inesorabile futuro. In occasione della mostra leccese abbiamo dialogato con Clarissa Bladassarri.

Giuseppe Amedeo Arnesano: In questo lavoro hai citato un passo tratto dalle pagine de L’ordine del tempo, un saggio del fisico Carlo Rovelli.  In che modo ti avvicini a queste tematiche e attraverso quale percorso raggiungi la formalizzazione dell’opera in esposizione da Linea?

CB: Mi sono avvicinata al mondo della fisica da poco e a dire il vero quasi per caso. Questo libro mi è capitato letteralmente tra mani e l’ho divorato. Pur non avendo neanche le basi (forse minime) del mondo della fisica, Leggendolo mi sono accorta come in realtà quello che leggevo era immediatamente raffigurabile e raffigurato nella mia mente. Penso che l’attività del pensare di un fisico teorico non sia diversa da quello di un artista, un filosofo o un teologo. Ci sono visioni, intuizioni, che si manifestano nelle nostre menti e successivamente ognuno fa ricorso alla propria “tecnica”, “formula” o “immagine” per metterle nero su bianco, o bianco su bianco, o il bianco sul vuoto. Spesso, quello che diverge i vari campi di ricerca è la nomenclatura che si attribuisce alle cose. Ci sono nomi che a volte portano all’unisono, altri che invece conducono a separazioni anche all’interno dello stesso campo di ricerca (basti pensare alle religioni).
Il lavoro che ho portato da Linea nasce da una mia intuizione, sensazione sul valore dello scorrere del tempo, sulla sua durata nata in seguito ai periodi di quarantena che abbiamo vissuto, riscontrando poi delle relazioni con le teorie fisiche sul tempo. Vedere come protagonista attiva lo scorrere del tempo cambiare intensità in relazioni agli eventi che sono venuti a mancare, ha cambiato contemporaneamente il mio modo di vedere gli spazi. In fondo che importanza ha vivere su un luogo rispetto ad un altro se gli eventi sono limitati nelle nostre case? Cosa cambia vivere a Napoli o a Potenza Picena se le azioni erano limitare al dormire, a leggere o a fare il pane? Il ridimensionamento degli eventi (ciò che poi identifica i luoghi) ci ha fatto vivere un tempo più lento, diverso. Più si entra nel piccolo più la percezione di tempo cambia fino a sparire. È questa l’idea che mi ha congiunto alle tematiche della fisica, il collegamento che ho fatto. Carlo Rovelli ha parlato tramite formule, teorie. Io ho cercato di dargli una forma, o in questo caso, metterla in discussione attraverso l’operazione avvenuta in questa mostra.

Clarissa Baldassarri – Installation view – Courtesy Linea, Lecce

GAA: Concettualmente la tua ricerca riguarda i limiti percettivi espressi tramite tecniche e materiali sempre diversi. Come percepisci l’oggetto scultoreo e che importanza attribuisci alla ripetizione del gesto?

CB: L’oggetto scultore non è nient’altro che il prodotto finale di un pensiero. A volte è integro nella sua presenza, a volte invece è frammentato ma si riconduce sempre alla sua interezza anche se a primo sguardo non ce ne rendiamo conto. È la messa in scena di un limite, della questione che apre le porte ad un dibattito, ad uno scambio, come nel caso del lavoro presentato da Linea. Può essere materiale o immateriale.
Quello che conta è la sua interazione con lo spazio. La ripetizione del gesto ti fa entrare nel tempo della durata, l’unico vero tempo che esiste. Si perde la cognizione di un prima e un dopo, ti rendi conto del cambiamento solo alla fine dell’azione, quando ti allontani, quando ne esci. Non a caso tutte le tecniche artistiche usate dai monaci, o realizzate in strutture religiose sono basate sul concetto del rituale. 

GAA: Per esempio?

CB: Basti pensare al mosaico, al marmo, ai mandala. Tanti piccoli frammenti accostati o distaccati l’uno dall’altro che alla fine formano una forma, un disegno, una superficie. Assumono lo stesso valore di una preghiera, di un riflettere, di un viaggio all’interno lo stato microscopico o macroscopico della materia che acquista significato dopo l’azione avvenuta.

GAA: Nel 2021 il fisico teorico Giorgio Parisi ha vinto il Nobel per la fisica, riuscendo a dimostrare come nel mondo dell’infinitamente piccolo, governato da caos, esistono delle regole. In occasione dell’operazione intitolata Lo spazio della durata hai scomposto un blocco di polistirolo in numerosissime granelli, qual è il valore che conferisci al passaggio di stato della materia e quali sono i riferimenti in termini contemporanei del momento performativo? 

CB: È proprio questo il punto. Nell’opera fotografica “Da un parallelepipedo in polistirolo…” e nell’istallazione”…a un parallelepipedo in polistirolo” per me non c’è stato uno passaggio dello stato della materia. Quello sarebbe avvenuto se avessi frantumato ogni singolo pallino in polistirolo che componeva il blocco, ma nell’atto performativo sono stata attenta a separarli senza trasformare ulteriormente ogni singolo elemento.
Avrei cambiato lo stato della materia se l’avessi bruciato, polverizzato o sciolto. L’atto performativo è stato importante ma allo stesso tempo nullo. È per questo motivo che ho volutamente deciso di non registrare per intero la performance ed è per lo stesso motivo che i nomi dei due lavori rimangono invariati.

Clarissa Baldassarri, Lo spazio della durata 
Linea

Via D’Annunzio, 77 Lecce
Fino al 26.02.2022

Clarissa Baldassarri – Installation view -Courtesy Linea, Lecce
Clarissa Baldassarri – detail – Courtesy Linea, Lecce