Giovanni Kronenberg in dialogo con Richard Nonas | Z2O Project, Roma

Entrambi gli artisti hanno sviluppato, in contesti differenti, una predilezione per oggetti e materiali inermi, muti e silenti, come il legno, le pietre, i metalli, i minerali e gli oggetti comuni. Intervista con Giovanni Kronberg
22 Novembre 2022
Giovanni Kronenberg, Senza titolo 2020 legno, sodalite brasiliana 38 x 20 x 16 cm – Courtesy dell’artista – Photo Cosimo Filippini

Sabato 26 novembre presso lo z2o project di Roma inaugura la mostra di Giovanni Kronenberg in dialogo con l’artista americano Richard Nonas. La selezione delle opere in mostra vuole stabilire un’ideale conversazione tra i due artisti, per far emergere tra le due pratiche i punti di contatto e di divergenza (fino al 11gennaio 2022).
Entrambi gli artisti hanno sviluppato, in contesti differenti, una predilezione per oggetti e materiali inermi, muti e silenti, come il legno, le pietre, i metalli, i minerali e gli oggetti comuni. La mostra è realizzata in collaborazione con P420, Bologna, che rappresenta Richard Nonas in Italia, ed è accompagnata da un testo dello storico dell’arte Riccardo Venturi. 

Simona Squadrito: A breve inaugurerà presso z2o project di Roma la tua mostra personale, articolata attraverso un dialogo e confronto con le opere di Richard Nonas.
Sono passati quasi vent’anni dal tuo primo incontro con l’artista americano, che allora era il tuo Visiting Professor al Corso Superiore di Arte Visiva della Fondazione Ratti di Como. Vuoi raccontarmi questa esperienza? Pensi che il confronto con Nonas abbia lasciato una traccia nella tua poetica?

Giovanni Kronenberg: Durante la residenza alla Fondazione Ratti del 2003, non ero per niente interessato alle opere di Richard, né tantomeno alle esperienza o al pensiero che lui ci riportava durante il workshop. Ai miei occhi, semplicemente, risultava un artista poco interessante. E’ stato solo diversi anni dopo, sfogliando per caso un suo catalogo, che ho trovato non solo molto bello il suo lavoro, ma anche alcune analogie tra le sue sculture – e il suo approccio generale alla mostra – ed il mio. Ho trovato la stessa familiarità e fascinazioni per operazioni scultoree semplici, basiche; una vicinanza nelle modalità installative, inteso come rigore e rispetto delle opere nello spazio. Rileggendo alcuni suoi scritti ho trovato analogie con le mie attitudini verso l’opera d’arte e la sua fruizione. Tutto questo casualmente, a più di 10 anni dalla mia esperienza da studente con lui. Non so dirti se la mia esperienza da studente con lui ha lasciato qualche traccia nel mio lavoro, questa cosa la diranno nel caso gli spettatori della mostra. 

S.S: Mi ha molto incuriosita la tua passione per oggetti e reperti naturali di varia natura, che tu collezioni in virtù della loro natura polisemantica e eteroclita. Che ruolo gioca l’attività di collezionare nel tuo processo creativo?
G.K: E’ la parte embrionale della mia opera. Mi interessano e vengo attratto da oggetti che mi comunicano tante cose nello stesso momento, dalla forte polisemia. Li prendo e li tengo a casa, o in studio; alcune volte senza neanche toccarli per anni. Ad un certo momento emerge in me il desiderio di metterci le mani, di provare a lavorarli. Alcune volte il risultato mi soddisfa e diventano opere che espongo nelle mie mostre. Altre volte non mi soddisfa, e rimangono nel mio studio. Alcuni oggetti non sono mai usciti dal mio studio e non diventeranno mai opere. O forse si. Considero la mia un’arte di rivelazione e non la puoi programmare. 

S.S: Alla tua tendenza all’ accumulo si contrappone nell’allestimento delle mostre una tendenza all’ isolamento dell’oggetto e una selezione parsimoniosa e centellinata delle opere. Ritornando alla mostra romana – basata su un ristretto numero di lavori recenti – qual è stata la ratio di questa selezione? In che rapporto hai pensato le tue opere con quelle di Nonas?
G.K: Tendo a esporre poche opere perché le opere d’arte sono oggetti complessi e bisogna cercare di rispettare questa complessità il più possibile. Alcuni artisti sono bravissimi a lavorare con dinamiche di accumulo e li stimo, ma credo che, in riferimento al mio lavoro, la sacralità – un’osservanza che le opere d’arte impongono e da sempre presente nell’arte più misteriosa – si ottenga attraverso dinamiche spaziali capaci di forzare o di far emergere l’iconicità dell’oggetto.
Per la mostra, partendo comunque da due ricerche artistiche distanti nel tempo e nei contesti, abbiamo cercato di trovare una prossimità di materiali – il legno, il metallo e le pietre, per esempio – e una prossimità installativa che facesse risaltare un’arte dalla forte attitudine spirituale e meditativa. 

S.S: Il dialogo tra scultura e disegno è ormai una costante del tuo lavoro. Come descriveresti questo rapporto, sia nella prassi creativa che nell’allestimento, in cui disegni e sculture sono collocati in prossimità?
G.K: Questa con Nonas è una mostra di scultura, non potrebbe essere altrimenti. Ci sarà un solo mio disegno, di piccole dimensioni, realizzato a matite colorate e foglia di rame, un materiale metallico che si riverbera con un’altra mia scultura in mostra. 

S.S: C’è un altro artista, vivente o del passato recente con cui ti piacerebbe dialogare in una mostra?
G.K: Credo che l’arte sia un mestiere di tradizione e non di rivoluzione. Ci piace e ci rimangono in mente i grandi nomi rivoluzionari del linguaggio, ma l’arte è invece un solco di prossimità e discendenze. Credo che le mostre che mettono in dialogo due artisti di generazioni differenti siano tra quelle più interessanti, in questo momento. Personalmente, mi auguro di poter approfondire questo format sempre più spesso. 

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