Rarely has reality needed so much to be imagined: ₳Ɽ฿ł₮ɆⱤ Ø₣ ₩ØⱤⱠĐ₴, Jon Rafman da Ordet

Le opere della prima mostra personale in Italia di Jon Rafman, ci mettono di fronte alla struttura complessa della realtà contemporanea, in cui identità astratte condivise da una comunità che le ha originate, le 'egregore', convivono in maniera simbiotica identificandosi in rappresentazioni memetiche.
13 Marzo 2022
Jon Rafman, Minor Daemon I, 2022, installation view, ₳Ɽ฿ł₮ɆⱤ Ø₣ ₩ØⱤⱠĐ₴, Ordet, 2022 Courtesy the artist and Ordet, Milan Photo Credit: Nicola Gnesi
Jon Rafman, Minor Daemon I, 2022, installation view, ₳Ɽ฿ł₮ɆⱤ Ø₣ ₩ØⱤⱠĐ₴, Ordet, 2022 Courtesy the artist and Ordet, Milan Photo Credit: Nicola Gnesi

Rarely has reality needed so much to be imagined: la descrizione della bio del profilo Instagram di Jon Rafman è una citazione di Chris Marker (1921-2012), nome d’arte di Christian François Bouche-Villeneuve, regista, produttore cinematografico e fotografo francese.
Il cinema di Marker è oltre la dicotomia tra realtà e finzione, una sintesi di ricordi e scene giustapposte, frammentario e riflessivo, che affianca alla tradizione del Cinéma Vérité un’istanza documentaristica.
La citazione riportata da Rafman esplica il nodo centrale della produzione del regista francese, delle possibilità narrative che la tecnica documentaristica offre. E se la maggior parte delle opere di Marker sono definite documentari, sfociano più in una narrazione fantascientifica che immagina le possibilità di una nuova realtà.

La nuova realtà di Rafman, a diversi decenni di distanza da La Jetée (1962), cortometraggio più famoso di Marker, fa i conti con quel mondo digitale che fin dalla sua nascita ha sollevato delle istanze e delle possibilità imprevedibili e difficilmente leggibili come comparabili con il mondo fattuale, ma che lo sono diventate col tempo. Rafman si muove in un metaverso che già interseca e si sovrappone alla nostra realtà: il metaverso di Facebook che chiede ai suoi utenti di fare testamento rispetto alle sorti del proprio profilo in caso di morte, o di piattaforme come Active Worlds e Second Life che da uno stato embrionale di luoghi di rifugio dal reale sono diventati degli ambienti. 
Come Hito Steyerl scrive in Duty Free Art, “Internet al culmine delle sue potenzialità non è un’interfaccia ma un ambiente” (H. Steyerl, Duty Free Art, Johan&Levi, p.136).

Rafman affronta questo ambiente giocando e sperimentando, riconoscendone le potenzialità e il potere, seguendo l’urgenza di immergersi e navigare senza preconcetti in questo spazio digitale, inteso come luogo di sperimentazione e di ambientazione dei suoi racconti.
Le opere della prima mostra personale in Italia di Jon Rafman, ₳Ɽ฿ł₮ɆⱤ Ø₣ ₩ØⱤⱠĐ₴, da Ordet fino al 26 marzo, ci mettono di fronte alla struttura complessa della realtà contemporanea, in cui identità astratte condivise da una comunità che le ha originate, le ‘egregore’, convivono in maniera simbiotica identificandosi in rappresentazioni memetiche.

Nella prima opera che si incontra nello spazio espositivo, Egregore (2021), Rafman presenta una selezione di immagini trovate in rete e post prodotte con alterazioni di vario genere, che raccontano la varietà di immaginari che compongono quello che può definirsi un inconscio collettivo, fatto di grottesco, nonsense, violenza, una sorta di raccolta di scarti e detriti recuperati dagli angoli abbandonati dell’internet. 

Il lavoro di esplorazione del web e degli universi di immagini che lo compongono è al centro di un’altra opera che Rafman porta avanti dal 2008, 9-eyes, in cui l’artista raccoglie screenshot da Google Streetview di un mondo che ha le sembianze del reale ma che nella singolarità delle scene catturate appare costituito di immagini non documentarie della realtà ma modificate, alterate, che facciamo fatica a credere siano scatti veri perché perfetti materiali per nuovi meme.
La distanza tra le esperienze della vita quotidiana, la loro rappresentazione fittizia o reale e i mondi “altri”, è il luogo del lavoro di Rafman. 

Jon Rafman, ₳Ɽ฿ł₮ɆⱤ Ø₣ ₩ØⱤⱠĐ₴, installation view, Ordet, 2022 Courtesy the artist and Ordet, Milan Photo Credit: Nicola Gnesi
Jon Rafman, ᖴᗩᑕIᗩᒪᔕ I, 2021, video still. Courtesy the artist
Jon Rafman, Punctured Sky, 2021, installation view, ₳Ɽ฿ł₮ɆⱤ Ø₣ ₩ØⱤⱠĐ₴, Ordet, 2022 Courtesy the artist and Ordet, Milan Photo Credit: Nicola Gnesi

L’artista si appropria degli strumenti e dei dispositivi usati per alienarsi dall’ambiente circostante, i videogiochi e le realtà parallele dell’on-line, e li mette a servizio della sperimentazione artistica e della ricerca nel rapporto tra la sensibilità umana e l’assenza di empatia del mezzo.

Minor Deamon I (2022) prosegue il percorso iniziato con Dream Journal (2016-2019), una video istallazione che esplora gli effetti della tecnologia e dell’eccesso di informazioni sulla psiche contemporanea. Un progetto che è nato dalla pratica dell’artista di animare attraverso software 3D i suoi sogni. In Minor Daemon I il progetto prosegue con l’uso dello stesso vocabolario delle sottoculture di internet e dei videogame, e la storia narra il destino di due giovani uomini, delle loro avventure grottesche e spaventose in un universo surreale e distopico. Anche le sedute disposte nello spazio espositivo a disposizione dei visitatori sembrano essere arrivate direttamente da quel mondo, a rafforzare la coesistenza e lo scambio continuo tra realtà confinanti.

Le altre due sale dello spazio sono dedicate a Facials I (2022) e a Punctured Sky (2021). Facials I mostra una serie di scansioni 3D appiattite di volti umani deformati, modificati e mutanti che pongono l’accento sul tema della riconoscibilità, del volto in quanto elemento distintivo di ogni essere umano – come accade anche nel riconoscimento facciale di molti dispositivi tecnologici –   che si adatta e si confronta con delle superfici piatte, usate anche nei software di progettazione di videogiochi. 

Infine, in Punctured Sky (2021), è la voce dell’artista a guidarci nella narrazione di una crisi esistenziale dovuta alla distorsione e cancellazione dei ricordi e di elementi del passato che compongono la sua identità. L’opera è ispirata a un particolare fenomeno folkloristico del web, i creepypastas, storie dell’orrore copiate e incollate in forum e bacheche del web in genere confinate allo spazio digitale, ma che in rari casi sono sfociate in fatti reali come per l’accoltellamento di Slender Man. In Punctured Sky il luogo di azione è lo scollamento tra i ricordi del protagonista, la verità oggettiva e la realtà degli altri. In quest’opera emergono degli elementi che sono entrati a far parte in maniera ormai organica del nostro presente, soprattutto relativamente alle dinamiche legate alla nostra esistenza su piattaforme come Instagram, che hanno dato luogo a una iperrealtà sempre più incomprensibile, e questa incapacità di comprensione ha generato nuove angosce, nuove psicosi e una costante necessità di mettere in dubbio anche l’evidenza.

Soprattutto nel momento storico che stiamo attraversando, la mostra ₳Ɽ฿ł₮ɆⱤ Ø₣ ₩ØⱤⱠĐ₴, ci pone di fronte ai limiti, incoraggiandoci a superarli, della nostra capacità di analisi della realtà, di considerazione dell’esistenza di un mondo frammentato fatto di “egregore” differenti che sommate costituiscono il presente, di cui ognuno ha una visione ridotta, semplificata e riferita alla propria identità culturale. 

Jon Rafman, Minor Daemon I, 2022, installation view, ₳Ɽ฿ł₮ɆⱤ Ø₣ ₩ØⱤⱠĐ₴, Ordet, 2022 Courtesy the artist and Ordet, Milan Photo Credit: Nicola Gnesi
Jon Rafman, Punctured Sky, 2021, video still. Courtesy the artist
Jon Rafman, Punctured Sky, 2021, video still. Courtesy the artist
Jon Rafman, Punctured Sky, 2021, video still. Courtesy the artist
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