
La neve cade verso l’alto. Sale lentamente, come se stesse tornando da qualche parte.
In Lina Bo Bardi – A Marvellous Entanglement una frase dell’architetta italo-brasiliana attraversa nove schermi: il tempo lineare è un’invenzione occidentale. Il tempo, scrive Bo Bardi, non procede da un punto all’altro. È un groviglio. In qualsiasi momento possiamo scegliere un punto e inventare soluzioni senza un inizio e senza una fine. Guardando le installazioni di Isaac Julien a Museum Dreams, da gres art 671 a Bergamo, viene da chiedersi se questa invenzione occidentale non abbia trovato nella fotografia una delle sue forme più convincenti. Un’immagine. Un istante. Prima e dopo. La fotografia ha offerto alla modernità un modo straordinariamente efficace di pensare il tempo: come successione di istanti separabili, fissabili, archiviabili. Una cosa accade. La fotografia la trattiene. Poi ne accade un’altra. Isaac Julien prende questa linea e la spezza. Tre schermi per due cowboy che non riescono a guardarsi. Due per una conservatrice che pensa in creolo nel Sir John Soane’s Museum. Tre per attraversare Baltimora. Nove perché Lina Bo Bardi possa incontrare se stessa. Cinque perché le statue africane entrate nei musei occidentali possano forse tornare a parlare. L’immagine è intorno a noi. Se guardo uno schermo, ne perdo un altro. Qualcosa accade alla mia destra mentre sono voltata a sinistra. Un’immagine termina mentre un’altra ricomincia. Non posso vedere tutto e soprattutto non posso stabilire una volta per tutte che cosa venga prima e che cosa venga dopo. Il montaggio non organizza soltanto le immagini: disorganizza il tempo. Leda Maria Martins chiama tempo espiralar una temporalità fatta di ritorni, reversibilità, dilatazioni, contrazioni, nella quale passato, presente e futuro possono essere simultanei. È un tempo che non procede soltanto in avanti. Curva, ritorna, attraversa il corpo. La memoria non sta dietro di noi: continua ad accadere. Le installazioni di Julien sembrano avvicinarsi a questa forma del tempo senza illustrarla. In Vagabondia una conservatrice nera attraversa uno dei musei più inglesi d’Inghilterra parlando e pensando nel creolo della madre dell’artista. Il creolo non è tradotto. Per una volta è il museo a non capire.



Poi gli oggetti cominciano a ripiegarsi, lo spazio si altera, passato e presente perdono la loro distanza. Il luogo costruito per conservare e ordinare la storia comincia a sognare. Ventidue anni dopo, in Once Again… (Statues Never Die), Julien torna agli oggetti africani sottratti, classificati, esposti nei musei occidentali. Torna ad Alain Locke, Albert Barnes, Richmond Barthé, al modernismo nero e alla violenza coloniale. Ma non torna indietro. La restituzione non può essere un semplice rewind della storia. Non esiste un fotogramma originario al quale riportare le cose, come se tutto quello che è accaduto nel frattempo potesse essere cancellato. Julien esegue piuttosto una restituzione poetica per permettere al passato di entrare in nuove costellazioni. Le statue non tornano semplicemente al loro posto. Cambiano tempo. Forse è anche per questo che le immagini di Julien possono permettersi di essere così belle. Sontuose, lente, sensuali. Colori saturi, corpi, velluti, musica, sculture, architetture. Anche davanti alla brutalità della storia, Julien non rinuncia al piacere. Non concede alla violenza il diritto di determinare per sempre la forma delle immagini che l’hanno attraversata. Forse la libertà è anche questo. Non soltanto raccontare ciò che è stato fatto ai corpi, agli oggetti, alle culture, ma sottrarsi a un tempo in cui ciò che è accaduto dovrebbe decidere per sempre ciò che verrà dopo. In A Marvellous Entanglement, Fernanda Montenegro incontra Fernanda Torres. Madre e figlia interpretano Lina Bo Bardi in due età differenti e possono apparire contemporaneamente. Una donna incontra se stessa. Nove schermi non raccontano nove storie. Costruiscono un tempo nel quale le storie non devono più stare in fila. Forse è questo che il multischermo di Isaac Julien fa alla fotografia: non la espande semplicemente nello spazio. Ne curva il tempo. Passato e presente si guardano. I morti attraversano i vivi. Gli oggetti ricordano altri luoghi. Le immagini scompaiono e ritornano. Poi, per un istante, la neve cade verso l’alto.
Isaac Julian. MUSEUM DREAMS
gres art 671, Bergamo
Fino al 04.10.2026
Cover: Isaac Julien, Baltimore, 2003, installation view, Museum Dreams, gres art 671, 2026, ph. Diego De Pol, courtesy the artist and Victoria Miro © Isaac Julien
Nel contesto della mostra Metamorfosi. Ovidio e le arti – il grande progetto espositivo nato dalla collaborazione tra il Rijksmuseum di Amsterdam e la Galleria Borghese – dal 15 settembre al 25 ottobre 2026 sarà presentata l’installazione filmica dell’artista e regista britannico Isaac Julien, All That Changes You. Metamorphosis (2025), a cura di Lorenzo Giusti.


