Intervista di Francesca Campli —
“Che strada devo prendere?” chiese.
La risposta fu una domanda: “Dove vuoi andare?”
“Non lo so”, rispose Alice.
“Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza.”
Non ho mai cercato di spiegare o trovare risposte per le opere e nelle mostre che visitavo. “L’arte non deve essere spiegata, ma ti deve toccare, devi sentire qualcosa (davanti la mia opera). Altrimenti ho fallito”, questo lo dichiarava l’immensa Louise Bourgeois ma potrebbero essere le parole di molti artisti, essendo questo un pensiero da molti condiviso e ripetuto.
Poi però salta fuori spesso, di fronte a un’opera, attraversando una mostra, la mia curiosità nello scoprire quali riferimenti ha l’artista, quali impulsi o desideri la guidano nella realizzazione dei suoi lavori, nella scelta dei materiali, in quell’azione misteriosa e centrale che è il processo creativo. E questo risveglio interiore, questa urgenza di aprire un dialogo, emerge ovviamente davanti ad opere dove io stessa mi ritrovo, nelle quali rintraccio sensazioni e stati d’animo a volte inconsapevoli, altre più che familiari.
Questo è accaduto visitando la mostra di Adelaide Cioni, Grande Assurdo, a cura di Saverio Verini e presentata una mattina di questa calda estate nelle sale di Palazzo Collicola, a Spoleto.
All’ingresso mi sono sentita un po’ un’Alice davanti ad un bivio, nel Mondo delle Meraviglie che stava esplorando. Poi, avanzando, stupore e domande si sono affiancate a me e mi hanno accompagnato lungo la visita alle sale fino a raggiungere Adelaide, che ho coinvolto in una lunga conversazione…
FC – La tua mostra riveste letteralmente Palazzo Collicola. Le tue opere si inseriscono lungo le pareti, scivolano negli spazi, prendono la forma e le dimensioni delle stanze e dei corridoi, calzando sulle architetture, ma vanno anche oltre, proponendo una nuova planimetria, suggerendo un ritmo diverso nell’attraversamento del Palazzo e aprendo nuove relazioni con lo spazio. Come nasce l’idea di questa mostra?
AD – All’inizio, quando Saverio [Verini] mi ha invitata a fare una personale a Palazzo Collicola, non avendo molto tempo a disposizione, avevamo pensato di mostrare opere già esistenti, più qualche opera nuova; ma quasi subito ho capito che non era quello che volevo. Ho pensato, non sono vecchia, non sono morta, mi voglio divertire, facciamo una mostra di lavori tutti nuovi, pensata esattamente per questi spazi. Confesso anche che lo spazio in questione -le sale del piano terra del Palazzo – l’ho sempre trovato difficile, ho sempre pensato non vorrei mai fare una mostra qui, e invece alla fine ha funzionato bene. Altri spazi del museo non mi avrebbero dato la stessa libertà di azione. Così, durante una passeggiata pomeridiana, guardando Monteluco e il bosco di fronte Spoleto, in uno stato quasi meditativo, ho visto i lavori, una stanza dopo l’altra, una specie di visione, e nel giro di un’ora e mezzo ho concepito tutta la mostra. Quella che oggi visitate è – con un paio di piccole modifiche – esattamente la visione che ho avuto quel pomeriggio.



FC – Quindi tutte opere site-specif, pensate e sviluppate qui?
AD – Sì e no, nel senso che alcuni di questi lavori li avevo immaginati già molto tempo fa, i bozzetti per le sculture in gesso li avevo fatti nel 2017, pensando che un giorno li avrei realizzati, oppure le due grandi braccia che avevo in mente già da qualche anno.
In un certo senso è stata l’occasione per vedere svilupparsi nello spazio immagini che avevo in mente già da tanto. È stato anche un azzardo anche, perché avendo poco tempo a disposizione ho scelto di recuperare tecniche che non usavo dagli anni dell’accademia, ma che sapevo di amare e che avevo voglia di riprendere. Abbiamo rischiato, sia io che Saverio, scegliendo di ascoltare queste mie intuizioni.
FC – Quanto la mostra è legata a questo territorio, alla città di Spoleto?
AD – Il progetto della mostra è stato pensato per questo Palazzo, ma si lega a Spoleto in modo più ampio. Mi sono trasferita qui tre anni fa, Spoleto è diventata la mia base e la mia casa. L’Umbria è già un territorio pieno di richiami – è il territorio di Giotto, qui a Spoleto è arrivato e ha lasciato il segno Sol LeWitt- ma al di là di questi riferimenti che sono sempre vivi, sono venute fuori, durante la preparazione della mostra, una serie di aiuti inaspettati, senza i quali non ce l’avremmo fatta. È stato come se il territorio stesso sostenesse la mostra. Prima di tutto la collaborazione con gli studenti del Liceo artistico Sansi Leonardi Volta: grazie ad un’esperienza fatta con la scuola lo scorso aprile – promossa dai Mahler & LeWitt Studios – abbiamo coinvolto gli studenti del terzo anno che mi hanno aiutata nell’allestimento e la produzione delle opere. Il loro aiuto è stato fondamentale perché molti dei lavori richiedono ore e ore di manodopera. Si è venuto a creare una specie di cantiere al piano terra di Palazzo Collicola, con un allestimento lunghissimo di tre settimane.
Prezioso anche l’affiancamento di altri amici e artisti, come Stefano Emili e Tommaso Faraci, Roman Aristarkhov che mi ha sostenuta in tutti i modi possibili, ma anche le maestranze del Carnevale di Sant’Eraclio che mi hanno aiutato con le strutture in ferro, Cristina Bosi per la sartoria, e altri artigiani della zona, il brand di moda Fabiana Filippi che mi ha fornito parte dei tessuti.
FC – Un lavoro che sembra propagarsi nel territorio, non tanto in quanto terreno sul quale far vivere e installare le opere, ma un territorio vivo, che partecipa con l’intervento pratico di chi lo abita e lo arricchisce ogni giorno, di chi fa vivere le maestranze e i materiali che qui hanno origine e tradizione, di chi arriva a sentirsi parte di un disegno artistico che in qualche modo cura e rende magico lo spazio anche da loro vissuto.



FC- In tutti i tuoi lavori ritroviamo questo spirito di gioco e uno stimolo alla meraviglia, mossi da elementi e forme che richiamano una lettura del mondo che ricorda quella infantile: pura, elementare, definita. Le forme che crei sono semplici, prese dal quotidiano, ma isolandole e ripetendole perdono il loro significato e si aprono a nuove possibilità, diventano dei pattern. Cosa ti affascina di questi segni e delle forme che animano i tuoi lavori? Affiorano da memorie biografiche o arrivano alla tua attenzione per caso? In loro sopravvive un senso letterale o sono pura linea, puro gesto?
AD – La mia ricerca da qualche anno si concentra sui motivi decorativi astratti che ritornano in diverse parti del mondo, in diverse epoche. Triangoli, cerchi, griglie, trattini, sono tutte forme che diamo oggi per scontate, ma noi le facevamo già 40mila anni fa. Viene da pensare a un bagaglio di segni prelinguistico, come se queste immagini le avessimo iscritte in noi: qualcosa che ci accomuna in quanto esseri umani, e che chiunque nel modno sente come familiare.
Ad ogni modo, mi piace che i miei lavori arrivino in maniera diretta, senza bisogno di una mediazione: poter raggiungere e attrarre qualsiasi genere di osservatore, adulto o bambino, abituale visitatore di mostre o meno, che possano entrare in queste visioni e fare le loro associazioni mentali, mnemoniche. Sono forme che si offrono allo sguardo e non giudicano, e in quanto tali restano aperte, interpretabili in modo del tutto soggettivo da chi le incrocia: forme in grado di riattivare la memoria di ognuno di noi, creando collegamenti, connessioni con altre immagini, forme, paesaggi, figure.
FC- Il grande assurdo che nomina la mostra richiama il teatro dell’assurdo della seconda metà del ‘900, che metteva al centro “l’alienazione dell’uomo contemporaneo, la crisi, l’angoscia, la solitudine, la totale impossibilità di ogni comunicazione attraverso situazioni e dialoghi surreali, costituiti da squarci di quotidianità scomposti e rimontati in modo da creare un effetto comico e tragico al tempo stesso”. In realtà immergendomi -anzi, vestendomi- dei tuoi colori e dei materiali delle tue opere, non riconosco un sentimento di instabilità, né mi assale angoscia o panico. Tuttalpiù ci si può sentire alienati e sospesi in una dimensione surreale, affacciata sull’inconscio. Dove hai percepito l’assurdo e come questo percorso esprime questa sensazione?
AD – Il teatro dell’assurdo in fondo è coerente con questa visione: all’apparenza mostra situazioni tranquille, quotidiane, che sono però piene di incoerenze e non-sense…
“Tutto questo senso…”, diceva Pasolini, stanco del continuo bisogno che abbiamo di trovare un senso a tutto, che poi a che ci serve? Che ce ne facciamo? La vita non è logica e sensata, la contraddizione è parte della nostra natura e ci guida, è piuttosto qualcosa di più profondo e imponderabile che ci muove. Quindi volevo fare una mostra che non tenesse in considerazione il senso, che anzi lo ignorasse.
FC – Si può leggere Grande Assurdo come un racconto di più livelli?
AD – Non lo vedo come un racconto, ma come un percorso, con una precisa Entrata e una Uscita. Un percorso a forma di anello. Sono immagini sconnesse tra loro, dei non-sense appunto.
Una volta terminato l’allestimento però, quando ho iniziato ad accompagnare i primi visitatori in mostra, ad un certo punto ho notato che forse, ma solo forse, potevo intravedere un filo: uscendo dalla penultima stanza c’è un momento in cui leggi nella stessa inquadratura “si esce” e “si entra”, poi un’ultima piccola opera/ambiente, che ti fa percepire una pausa e subito dopo la possibilità di un nuovo inizio; tra i due, la grande sfera fuorimisura. Se proprio dovessi cercare un’interpretazione allora potrebbe essere quella della reincarnazione, dove l’anima, che sarebbe la sfera, una volta arrivata al termine, si purifica nella stanza del fuoco ed è pronta per reincarnarsi ancora, se le va. Ma questa è solo una delle possibili letture, solo una delle tantissime altre.
Mostra visitabile dal 27 giugno 2026 al 10 gennaio 2027

