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I tanti volti di garage BENTIVOGLIO, Bologna

A Bologna, da qualche tempo, una nuova vetrina sul lato di Palazzo Bentivoglio illumina in orario serale il tratto iniziale di Via del Borgo di San Pietro. Chi vi è passato davanti nel corso di questi mesi non ha potuto...

Agostino Iacurci, Ruinenlust, 2024, garage BENTIVOGLIO _ Palazzo Bentivoglio, Bologna | ph. Carlo Favero

A Bologna, da qualche tempo, una nuova vetrina sul lato di Palazzo Bentivoglio illumina in orario serale il tratto iniziale di Via del Borgo di San Pietro. Chi vi è passato davanti nel corso di questi mesi non ha potuto non notare, anche solo con la coda dell’occhio, peculiari allestimenti di oggetti, talvolta di facile identificazione, talaltra di natura meno comprensibile, che in ogni caso a tutto fanno pensare tranne che ad un negozio tradizionale affacciato sulla strada. Sul vetro, la scritta garage BENTIVOGLIO suggerisce l’originaria destinazione del fondo, costituito da un unico vano di piccole dimensioni; ma il contenuto attuale di questo (letterale) cubo bianco ha poco a che fare con i mezzi a motore che un tempo vi erano ospitati. Dallo scorso anno, infatti, Palazzo Bentivoglio ha risemantizzato il proprio garage in uno spazio scenico in cui “attivare” di volta in volta singole opere d’arte e arredi di design facenti parte della propria collezione, in grado di catalizzare gli sguardi in movimento dei passanti distratti dalla fretta. Il tratto connaturante del progetto è proprio la volontà di interagire con il proscenio mutevole della via attraverso il prezioso display di opere e oggetti, trasfigurati in dispositivi d’incanto dai cinque muri (e dal sesto “muro” trasparente) della scatola spaziale, che più che superfici di esposizione operano come quinte di una fantasmagoria. Al momento dell’apertura pilota, lo spazio si è intriso della luce rossa emanata da un unico graffito di neon posto sulla parete di fondo, stilopòdi (2017) di Davide Trabucco (Bologna, 1987), che è anche curatore del progetto garage BENTIVOGLIO. La sequenza di steli verticali, collegati tra loro alla sommità, traccia ambivalentemente una rudimentale palafitta autoportante o un glifo runico che diffonde nel volume cubico il suo messaggio arcano. Call me by your notes (2023), il secondo progetto ancora una volta a firma di Davide Trabucco e allestito in occasione della 37° edizione del festival Il Cinema Ritrovato della Cineteca di Bologna, si è al contrario giocato tutto sulla superficie della vetrina, opacizzatasi da schermo di contenimento di un’atmosfera a piano di posa di un mosaico di sequenze giustapposte l’una sull’altra di fotogrammi di diversi film, selezionati e montati in modo da evocare un’altra pellicola, Call me by your name di Luca Guadagnino.

A partire da settembre 2023 è iniziata la programmazione ufficiale a cadenza mensile. Il primo appuntamento è stato dedicato all’installazione Megagalattico (2017) di Irene Fenara (Bologna, 1990): quattro video, proiettati in obliquo e parzialmente sovrapposti l’uno sull’altro su una parete laterale e sull’angolo adiacente, mostrano estratti di registrazioni di telecamere di videosorveglianza attinte dalla rete. Domina sulle altre la ripresa di una moltitudine di luci multicolori che paiono tratteggiare uno scorcio di galassia, ma che in realtà sono originate da una fonte elettronica, nello specifico alcuni server in attività, i quali manifestano la loro vera natura nel video proiettato più in basso. Questo cielo compresso e frammentato scolpisce asimmetricamente lo spazio del garage; una scheggia esonda di sbieco dalla vetrina. Tra ottobre e novembre 2023, è stata la volta del primo intervento dedicato a pezzi di arredo, che ha visto protagoniste la sedia e lo sgabello della serie Pirkka (1956), progettata dal designer finlandese Ilmari Tapiovaara (1914-1999) per l’azienda Laukaan Puu. Le sedute uniscono la praticità dell’assemblaggio a pressione ad una certa eleganza conferita dagli elementi in legno pregiato. La sinuosa semplicità dell’oggetto trova una sottolineatura espositiva in un allestimento minimale, composto da moduli costituiti da lamiere piegate a 90 gradi e montate in modo da ottenere sia un piano di appoggio rialzato per lo sgabello, sia uno sfondo su cui far sbalzare la sedia. Il generale disassamento del precedente allestimento si ricompone così in una rigorosa frontalità assiale, che mette in risalto per contrasto i gambi inclinati che sorreggono le sedute. La dicotomia tra elementi verticali e obliqui ritorna protagonista ne Il giardino perduto (2018) di Matteo Nasini (Roma, 1976), esposto a partire dal 15 novembre. Tre fusti di colonna di altezze diverse, variopinti e scanalati in profondità, sono disposti in una coreografia assecondando tre diverse possibilità di abitare lo spazio, in rapporto con il proprio baricentro. Più prossima alla vetrina, la colonna di altezza intermedia sta dritta in verticale, in accordo con la sua natura; quella più alta, inclinata, trova invece un punto di equilibrio in corrispondenza dell’angolo opposto, appoggiandosi all’incrocio tra le pareti e il soffitto. Infine, il terzo fusto è steso a terra e orientato in accordo con l’altra diagonale che biseca l’ambiente. La giustapposizione delle colonne tratteggia le rovine di un tempio postmoderno, o forse del portico di un giardino abbandonato. Da metà dicembre ha preso il posto di questo scenario mitico un ambiente più domestico e intimo, la camera Positano (1958) progettata nelle sue varie componenti da Luisa Aiani (1914-1990) e Ico Parisi (1916-1996) per l’azienda MIM – Mobili Italiani Moderni. Il letto con testiera-contenitore e il mobile toeletta nell’allestimento proposto erano illuminati unicamente dalla lampada ad applique 222 di Arteluce, disegnata da Gino Sarfatti (1912-1985) ed integrata nel comodino: l’enfatizzazione dell’atmosfera intima del set di mobili mediante una fonte di luce “notturna” ha rappresentato un modo fino ad allora inedito di interagire sul piano dell’illuminotecnica con lo spazio del garage, già plasmato dalla luce rossa della prima opera di Trabucco e dalle proiezioni di Fenara.

Irene Fenara, Megagalattico, 2017, garage BENTIVOGLIO _ Palazzo Bentivoglio, Bologna | ph. Carlo Favero

È da gennaio 2024, con Ruinelust (2024) di Agostino Iacurci (Foggia, 1986), che questa nuova dimensione notturna e sognante ha trovato una sua sintesi con l’immaginario del mito, già evocato dalle colonne di Nasini: in questo caso è protagonista della vetrina un tempietto dipinto in legno, feltro, ferro e neon ispirato al bozzetto di una decorazione parietale di Felice Giani (1758-1823), artista a cui in quel momento era dedicata una mostra negli ambienti ipogei di Palazzo Bentivoglio (Felicissimo Giani, dal 2 dicembre 2023 al 25 febbraio 2024). Dalla sommità del tempietto di Iacurci, realizzato appositamente per il garage su invito del curatore Davide Trabucco, pende un neon a forma di spicchio di luna. Il titolo in tedesco, traducibile con “attrazione per le rovine”, risponde a quello che l’artista ha definito “un sentimento di piacere nostalgico, peculiare del preromanticismo tedesco, che può essere esteso, in chiave esistenziale, a quella sorta di sensazione di malinconia mista a piacere che si prova nell’autocompiacimento per i propri fallimenti. Una sorta di ‘allegria dei naufraghi’ come la definisce Desiati prendendo in prestito il titolo di una raccolta di poesie di Ungaretti”. A partire dal 6 marzo, garage BENTIVOGLIO ha intrapreso una seconda fase di appuntamenti, che raccoglie e rilancia le riflessioni che gli stessi curatori della collezione di Palazzo Bentivoglio si sono posti in merito alle proprie opere. L’intervento inaugurale, Horological piazza (2008) di Pablo Bronstein (Buenos Aires, 1977), consiste in quattro orologi antichi posti su piedistalli e affiancati da un acquerello appeso, che li rappresenta. Tre diversi linguaggi, scultura, disegno e scrittura (il nome dell’opera riportato sulla vetrina), si fronteggiano e si rimpallano vicendevolmente un’idea spaziale, quella di un luogo deputato alla misura del tempo, paradossalmente proiettato in una dimensione – la vetrina che “sigilla” e musealizza – estranea al fluire del tempo stesso. Dato che Horological piazza è approdata solo di recente alla collezione di Palazzo Bentivoglio, questa ipotesi di allestimento risulta anche essere un esperimento laboratoriale tramite cui testarne le possibilità espressive, in vista del suo ricollocamento negli ambienti storici del palazzo. E laboratori espressivi saranno anche i prossimi allestimenti, che saranno dedicati a opere e oggetti di Franco Albini, Edmund de Waal, Ettore Sottsass e Aldo Rossi.

Matteo Nasini, Il giardino perduto, 2018, garage BENTIVOGLIO _ Palazzo Bentivoglio, Bologna | ph. Carlo Favero
Pablo Bronstein, Horological piazza, 2008, garage BENTIVOGLIO _ Palazzo Bentivoglio, Bologna | ph. Carlo Favero