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I gesti sfidanti e atletici di Pino Pascali | Fondazione Prada, Milano

La sede milanese di Fondazione Prada presenta una ricca retrospettiva su Pino Pascali, a cura di Mark Godfrey, visitabile fino al 23 settembre
Immagine della mostra “Pino Pascali” Fondazione Prada, Milano Foto: Roberto Marossi Courtesy: Fondazione Prada

Testo di Angelica Lucia Raho

Alberto Boatto ha scritto: «Qualcosa a metà degli anni Sessanta si era aperto – o si era creduto o sognato o interpretato che si fosse aperto – nel cuore della società supertecnologica e funzionale, al centro dell’universo metropolitano, e Pascali ne aveva tra i primi intravisto le crepe e con un gesto fra lo sfidante e l’atletico aveva spalancato le braccia per allargare ancor di più la spaccatura, per impedire che si richiudesse» (Alberto Boatto, Pascali oggi, in Pino Pascali, catalogo a cura di Anna d’Elia, Edizioni Laterza, Bari, 1983).
Lo scorso marzo Fondazione Prada ha inaugurato un’articolata retrospettiva dell’artista, ricca di importanti prestiti e riproduzioni, a cura dello storico dell’arte britannico Mark Godfrey. Al piano terra del Podium sono ricostruite tre mostre fondamentali: la prima personale, nel 1965 alla galleria La Tartaruga, a Roma, tra le opere Il Colosseo (1964), Maternità (1964) e Teatrino (1964); si continua con la galleria Gian Enzo Sperone, a Torino, dove espone nel 1966 le armi come Missile “Colomba della pace” (1965); e nel 1968 Bachi da setola e altri lavori in corso presso la galleria L’Attico, a Roma, con Il ponte (1968) di lana d’acciaio in prestito dal MoMA. Sempre all’Attico, Nuove sculture con gli animali sulla tela sagomata come La decapitazione delle giraffe (1966), Il dinosauro riposa (1966)e Testa di drago (1966), pomo della discordia che ha sancito la rottura tra Fabio Sargentini e il padre. Le sculture, insieme a Il Mare (1966), di cui si sente una grande mancanza in questa retrospettiva, con la loro iperbolica invadenza sconvolgono il pensiero di Sargentini, conducendolo prima a ricercare la sede del garage, poi ad allagarla. La natura totalizzante delle opere di Pascali rappresenta il primo passo verso i festival dell’Attico, a partire da Ginnastica Mentale nel 1968, subito dopo la morte di Pascali, nato dalle discussioni notturne tra Sargentini, Simone Forti e Anna Paparatti. Gli spazi così ricostruiti e perimetrati testimoniano una progettazione totale e scenografica, armonia tra spazio e opere, anche se – per motivi di tutela – oggi ne abbiamo un’esperienza museale castrata, un’algida distanza causata da piattaforme e piedistalli.

Immagini della mostra “Pino Pascali” Fondazione Prada, Milano Foto: Roberto Marossi Courtesy: Fondazione Prada

Allo stesso modo, al piano superiore, si ricrea l’assetto alla Biennale di Venezia del 1968, durante la quale l’artista ha ritirato le sue opere per protesta, su cui si è espresso Achille Bonito Oliva: «Mentre molti artisti scelsero di girare i quadri al muro come forma di “sciopero dell’arte” […] Pascali dimostrò di avere più coraggio, affermando che il dissenso politico dell’artista non doveva implicare la scomparsa dell’opera, ma passare attraverso l’opera stessa, dimostrando in questo modo di aver capito un dato fondamentale, ovvero che l’arte è un’azienda indiretta, non frontale come l’azione politica» (Achille Bonito Oliva in Lanfranconi Matteo, Una conversazione con Achille Bonito Oliva, in Lancioni Daniela (a cura di), Anni ’70. Arte a Roma, Iacobelli Editore, Roma, 2013). In questa sezione della mostra le opere assumono una forma didattica: si spiegano i materiali, spesso talmente effimeri da minare la certezza della forma (con le parole di Boatto), il focus è sul “come” invece che sulle cose di cui è composta la sua “finta” ricreazione del mondo e della natura. Tra i cimeli uno sgabello in peluche dal suo studio e Bomba a mano (Diario) (1967), dalla collezione di Fabiana Sargentini, la granata con un messaggio segreto all’interno che Pascali aveva donato, tra gli altri, anche a Paparatti e Germano Celant. 

Nella galleria Sud sono raccolte le gigantografie del servizio fotografico di Ugo Mulas, realizzato per L’Uomo Vogue, le foto di Claudio Abate, Andrea Taverna e il film di Luca Patella SKMP2 (1968). «Questa è la storia di un uomo segnato da un’immagine della sua infanzia», è la frase d’esordio del film Pino (2020), regia di Walter Fasano, formato per gran parte dalle fotografie scattate da Pascali stesso. Il film restituisce quello che nella mostra è assente: il suo legame con il mare, l’identità mediterranea e tutto il lavoro precedente al successo, che invece è stato rispolverato da numerose gallerie in occasione di Miart, brillando di luce riflessa. Le immagini sono importanti, restituiscono il senso di un artista “esibizionista”, come lo ha definito Godfrey, per la sua frequente presenza in personali e collettive, per la cura di ogni mostra come in un teatro, per l’interazione e il gioco con le sue opere, caratteristiche che lo hanno reso una icona.

PINO PASCALI
A cura di Mark Godfrey
28 marzo – 23 settembre 2024
Fondazione Prada
Largo Isarco 2, Milano

Immagini della mostra “Pino Pascali” Fondazione Prada, Milano Foto: Roberto Marossi Courtesy: Fondazione Prada