
La mostra personale di Giorgio Di Noto, Hidden Collections – parte del progetto di committenza fotografica vinto dal Museo Nazionale Romano con il Bando Strategia Fotografia 2024, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura – a cura di Alessandro Dandini de Sylva, con il coordinamento di Agnese Pergola, propone un allestimento in dialogo con le opere e gli spazi del Museo Nazionale Romano.
Il progetto prende avvio dall’esplorazione di quei luoghi solitamente esclusi dalla fruizione pubblica – l’archivio, i depositi, i laboratori di restauro – assumendo l’archeologia (e la fotografia di documentazione) non come disciplina descrittiva, ma come pratica critica. In questa prospettiva, archeologia e fotografia condividono una metodologia che opera, per continuità, attraverso scelte, sottrazioni e processi interpretativi. L’immagine fotografica viene ri-mediata ponendo l’accento sulla possibilità di investigare la smarginatura tra visibile e nascosto, tra fedeltà e visione. In questo senso, a partire dal rinvenimento di lastre e pellicole negli archivi, il fuoricampo, l’errore, l’artificio, il gesto tecnico vengono assunti come dispositivi strategici e teste di ponte tra la memoria cristallizzata dell’archivio e la sua nuova declinazione contemporanea. Forse non è un caso che Di Noto abbia concentrato una parte della ricerca legata a questa serie proprio sulla mascheratura, ovvero su quel procedimento ampiamente impiegato nella fotografia di documentazione per eliminare il contesto, isolando il reperto – o ciò che di interesse per lo scatto – verniciando la lastra di vetro o la pellicola di rosso o di giallo scuro. Tradire la messa in scena dell’immagine fotografica significa ripensarne l’immutabilità, reimmaginare qualcosa che, da secoli, viene dato per certo e considerato veritiero. Questo sconfessare benevolmente il medium riesce a caricarlo di una valenza ulteriore, già presente nella ricerca di Di Noto, legata com’è non soltanto alla conoscenza profonda della tecnica fotografica ma anche alla sua potenziale applicazione filosofica come interferenza a metà tra arte e linguaggio.



Nella grotta di Platone è il titolo del saggio – posto in apertura alla raccolta Sulla fotografia (On Photography, 1977) – in cui la riflessione di Susan Sontag sul rapporto tra fotografia, realtà e conoscenza viene interrelata al celebre mito della caverna platonica per rintracciare una vicinanza strutturale tra le due (la fotografia e la caverna): come i prigionieri della caverna scambiano le ombre per la realtà, così l’uomo moderno rischia di confondere le fotografie con il mondo stesso. Secondo Sontag, la fotografia gode di uno statuto epistemologico speciale per cui, rispetto ad altre forme di rappresentazione, essa viene comunemente percepita come una prova diretta del reale, come se l’immagine fotografica, in virtù del suo legame “meccanico” con il referente, fosse una semplice registrazione neutra di ciò che è stato davanti all’obiettivo: qualcosa è esistito, perché è stato fotografato.
Nell’offrire al nostro sguardo una “miniatura selettiva” di realtà – sottratta al flusso dell’esperienza e isolata, incontrovertibile nella sua veridicità fittizia – la fotografia e l’atto del fotografare equivalgono a un atto di appropriazione simbolica: il fotografo possiede ciò che fotografa, lo sottrae al suo contesto originario e lo rende disponibile allo sguardo, alla conservazione, al consumo, operando implicitamente in una dinamica di potere tra chi guarda e ciò che viene guardato. Tra ciò che è degno di essere ricordato e ciò che può essere ignorato, quindi, è già in atto un processo di disvelamento e occultamento, implicitamente tutelato dalla selezione che, inevitabilmente, viene operata – con criteri non sistematizzati, o sistematizzabili.
Questa riflessione certamente ha una specifica risonanza all’interno della mostra, e ancor prima, all’interno della ricerca che l’artista ha condotto nei depositi, negli archivi e nei laboratori di restauro del Museo Nazionale Romano. In questa flânerie tutta contemporanea è inscritta la possibilità di instaurare un dialogo coerente con la memoria, di rideclinare in chiave estetica e linguistica ciò che, inevitabilmente, rischia di essere abbandonato dal presente.



Idealmente, e a partire da queste premesse, si potrebbe ribaltare il raffronto che Sontag fa con il mito di Platone e pensare alla caverna non come a un luogo di occultamento e privazione dello sguardo incatenato alla riproducibilità delle ombre, piuttosto come a un contro-spazio in cui si sedimentano – come nella stratigrafia – memorie molteplici che richiedono uno sforzo ulteriore per essere riportate in vita: l’elaborazione critica, per esempio, attraverso una postura situata, allo stesso tempo, dentro e fuori (dal)la fotografia e che Giorgio Di Noto ha assunto in questo progetto, come in altre sue precedenti ricerche sulla fotografia come medium metalinguistico, come una grammatica che struttura il nostro modo di vedere, come codice culturale, visivo e sperimentale. Hidden collections – ponendosi su un crinale ibrido tra fotografia di documentazione e fotografia artistica – rivela come la relazione mediata e illusoria con il mondo possa insinuare una forma di conoscenza, limitata sì, ma profondamente capace di mostrare il potenziale inscritto nell’immagine.
Il progetto è accompagnato da un catalogo, edito da Quodlibet, con testi di Edith Gabrielli, Agnese Pergola, Alessandro Coco e Andrea Pinotti e una conversazione tra Giorgio Di Noto e Alessandro Dandini de Sylva.
Cover: Hidden Collections di Giorgio Di Noto | Museo Nazionale Romano Palazzo Massimo, Roma 2025 – Installation view






