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Intervista con Isabell Heimerdinger e Jonathan Monk | Quartz Studio, Torino

Ci troviamo a Torino, dove Quartz Studio festeggia i dieci anni di attività con un dialogo inedito tra Isabell Heimerdinger (Stoccarda, 1963) e Jonathan Monk (Leicester, 1969). I due artisti, coppia anche nella vita, rendono omaggio all’Italia, alle sue più...

Isabell Heimerdinger, Untitled (Mosaic), 2016 marble and glass tiles, courtesy of Isabell Heimerdinger and Mehdi Chouakri Berlin photo Beppe Giardino

Ci troviamo a Torino, dove Quartz Studio festeggia i dieci anni di attività con un dialogo inedito tra Isabell Heimerdinger (Stoccarda, 1963) e Jonathan Monk (Leicester, 1969). I due artisti, coppia anche nella vita, rendono omaggio all’Italia, alle sue più celebri icone e tradizioni artistiche. Partendo da un’esperienza romana di diversi anni fa, la mostra ricalca le tappe di un viaggio attraverso lo stivale, dove i ricordi degli artisti si mescolano all’immaginario del grand tour. Ultima destinazione è Torino, dove l’incontro con l’Arte Povera produce raffinati e ironici richiami alle forme, ai materiali, ai soggetti distintivi dei maestri torinesi. In occasione di questa mostra abbiamo posto alcune domande agli artisti, per approfondire alcuni aspetti della loro progettualità e conoscere il percorso che li ha portati fino a qui.

B.R. La mostra è dedicata al nostro Paese, l’Italia, alla sua arte, alle tradizioni, ai suoi immaginari e cliché. Un contesto che voi conoscete bene. Infatti, l’idea della mostra nasce da una vacanza romana che risale a qualche anno fa. Ci raccontate il vostro viaggio e perché avete scelto di portarlo qui a Torino?

Jonathan: Made in Italy… Abbiamo vissuto a Roma per un po’ e trascorso tante estati sulle spiagge italiane. Alcune opere realizzate a Roma ci sembravano adatte e alla fine le abbiamo ritenute la scelta più ovvia per la mostra torinese. Il processo di selezione non è stato né lungo né complesso: tutte le strade portano a Roma…

B.R. Parlando del tuo lavoro, Isabell, come, a partire da un percorso legato al cinema, ti sei avvicinata alla tecnica della ceramica e cosa rappresenta per te questo passaggio all’interno del settore dell’arte.
Isabell: Prima di iniziare la mia investigazione sul cinema di Hollywood, ho ottenuto una laurea in scultura. Imparare la ceramica a Roma mi ha condotto all’aspetto manuale della creazione artistica, ed è stato facile per me apprenderlo. È una pratica con cui posso dedicarmi nei momenti in cui non sto lavorando a un film. Quando siamo tornati da Roma, sono riuscita ad aprire il mio studio a Berlino, dopo soli quattro mesi di frequentazione dei corsi di Sebastiano Allegrini! Considero la mia produzione in ceramica come indipendente dalla mia pratica artistica. Tuttavia, ci sono progetti specifici, come la mia mostra da Norma Mangione, in cui le due sfere si fondono. Per rispondere più precisamente alla tua domanda: potendo attingere a background differenti, il mio lavoro continua ad evolvere ed è interessante per me vedere emergere sempre nuove connessioni. Ho iniziato a notare la presenza della ceramica nel cinema! Forse è l’inizio di qualcosa di nuovo?”

Isabell Heimerdinger and Jonathan Monk, 2024 installation views from the show courtesy of the artists and Quartz Studio Torino photo Beppe Giardino

B.R. Ritornando sul tema della mostra, qual è stato il tuo rapporto con la città di Roma, con la sua tradizione cinematografica, e come ora, a distanza di anni, sopravvive in te l’impronta di questa esperienza.
Isabell: È interessante che tu me lo chieda. Non conoscevo Roma prima di trasferirmi lì. La mia idea della città era effettivamente plasmata dai film che avevo visto quando ero più giovane. Nonostante – e forse causa di – anni di studio del latino, la mia conoscenza dell’antichità era molto limitata. Mettere insieme un quadro più completo e contemporaneo della città da diverse fonti, compresa la nostra esperienza quotidiana, è stato un processo decisamente interessante. L’impatto più evidente risiede nel fatto che conservo nella mia mente un’immagine molto colorata di Roma e dei suoi dintorni, ma l’interno, le parti che sono rimaste nascoste per noi, le vedo ancora in bianco e nero.”

B.R. Tu, Isabell, vieni dal mondo del cinema e la tua ricerca spesso riflette l’immaginario e le condizioni della produzione cinematografica. Come credi che emerga dal lavoro che hai portato da Quartz?

Isabell: L’opera con il neon rientra in una serie di testi ancora in progress che si basa sui titoli dei necrologi di persone coinvolte nella lavorazione dei film. Mi è sempre piaciuta la compressione in poche parole – che possono essere potentissime – di un’intera vita e di un’intera carriera. Nei mosaici l’aspetto filmico non è molto rilevante, ma se lo cerchi potresti trovarlo nella composizione gestuale, nell’uso di un’immagine all’interno di un’altra immagine e persino negli sfondi.

B.R. Da anni Quartz lavora sui giochi delle coppie, dando spazio al rapporto tra artisti o curatori uniti da sodalizi professionali o da legami affettivi, amicali e familiari. Questa è la prima volta che vi trovate a presentare un progetto condiviso per una mostra. Qual era il vostro obiettivo iniziale e come ha funzionato il dialogo in mostra?

Jonathan: Per me le collaborazioni raddoppiano il divertimento e dimezzano la fatica. Il progetto per Quartz si potrebbe interpretare più come un incontro casuale che come una specifica collaborazione. Non abbiamo lavorato insieme alla selezione delle opere, l’incontro si è realizzato davvero durante l’allestimento a Torino. Le opere funzionavano bene insieme nello spazio espositivo.

B.R. Come si è svolto il dialogo con Quartz e come credete che la mostra restituisca la ricerca che avete svolto in questo spazio?

Jonathan: La collaborazione con Quartz ha attraversato momenti impegnativi con qualche fraintendimento, ma alla fine si è trovato il percorso ideale e tutti l’abbiamo seguito. Non credo avessimo in mente Torino durante la creazione di ogni opera (forse solo il disegno di Mario Merz). Ovviamente il contesto ispira il lavoro, ma non si sa mai come funzionerà l’insieme in uno spazio diverso.

B.R. Luciano Fabro, Mario Merz, il mosaico bizantino, sono solo alcuni dei riferimenti che si addensano nelle vostre opere. Qual è il vostro rapporto come artisti rispetto ai mostri del passato e come concepite il rapporto tra citazione e originale?

Jonathan: Per noi è più che altro un rimando o una trasformazione: originale e copia non rientrano nella nostra ricerca. Forse sono un punto di partenza da cui sviluppare ulteriormente il discorso, che si tratti di un iPhone a mosaico o di un frigo-igloo… C’è sempre movimento, persino i magneti da frigo a forma di Vespa sono fatti per uscire dall’Italia, come le immagini di Gesù bambino mandato a casa via WhatsApp.

B.R. Spesso la superficie di ironia, gioco e irriverenza che si intuiscono immediatamente nei vostri lavori nasconde messaggi stratificati. Qual è l’asso nella manica del vostro lavoro?

Jonathan: Mario Merz nel frigo. 

Isabell Heimerdinger and Jonathan Monk, 2024 installation views from the show courtesy of the artists and Quartz Studio Torino photo Beppe Giardino
Isabell Heimerdinger, Untitled (Mosaic), 2016 marble and glass tiles, courtesy of Isabell Heimerdinger and Mehdi Chouakri Berlin photo Beppe Giardino