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Guglielmo Maggini, “Nel tuo affondare, la mia forma” | z2o Sara Zanin, Roma

In mostra, un insieme di lavori inediti in ceramica, resina e vetro, che testimoniano un passaggio deciso nella pratica dell’artista nel trattare in modo eterodosso una tradizione, tanto longeva quanto transnazionale
Guglielmo Maggini Cesta mistica, 2025-2026 Ceramica smaltata e resina cm 70 x 60 x 40 Ph. Dario Lasagni Courtesy l’artista & z2o Sara Zanin, Roma

Nella relazione tra ritmo – l’interazione e il fluire dinamico di elementi in sequenza – e forma – la struttura organizzata e visibile di questa interazione – la traccia etimologica riconducibile al verbo greco rheo, scorrere, richiama la capacità della forma di modellarsi in un movimento incessante. In questa ritmica formale, la sensazione è ciò che afferisce ai sensi, come è facilmente deducibile, ma è allo stesso tempo anche qualcosa che attraversa la forma impossessandosene. Cosa accade quando forma e sensazione portano a compimento la loro unione raccontando dell’inabissarsi dell’identità e del suo manifestarsi proprio attraverso la compagine di forme che l’opera visualizza? 

Nel tuo affondare, la mia forma è il titolo della personale di Guglielmo Maggini nella galleria z2o Sara Zanin (in corso fino al 10 luglio). In mostra, un insieme di lavori inediti in ceramica, resina e vetro testimonia un passaggio deciso nella pratica dell’artista. Andando a ritroso, la prima mostra romana di Maggini, “Come il vento nelle case” (2023), presso la seconda sede della galleria, raccontava fin nel titolo una linea di discendenza simbolica che nel modellato di Giacinto Cerrone trovava il suo ideale interlocutore a distanza. Padri putativi e figli si affrontavano vis-à-vis cercando i margini di risignificazione di un’eredità sia storica che emotiva. In quell’affondo era contenuto in nuce un aspetto forse centrale della ricerca di Maggini: come visualizzare le proprietà aptiche della scultura in ceramica? Quali sono le possibilità di dialogo tra eredità storiche ed eredità emotive? Come la genealogia degli affetti può trovare un alfabeto condiviso attraverso la pratica artistica e lambire questioni di portato ben più ampio, di tipo psicoanalitico?  

Da quella prima mostra sono trascorsi all’incirca tre anni; nel frattempo, Maggini ha ricevuto una Menzione d’Onore e un Premio di Residenza alla Biennale della Ceramica della Lettonia (2025); ha vinto un Talent Prize (2025); nel 2023 è stato tra i finalisti della 62esima edizione del Premio Faenza e, nello stesso anno, ha progettato un’installazione site-specific, “Stairing”, per lo scalone di ingresso del MIC Faenza, in dialogo con il  “Nero e oro” di Alberto Burri, ora parte della collezione permanente del Museo. Questi ultimi avvenimenti coincidono con una presa di consapevolezza sempre maggiore rispetto ad un medium, la ceramica, che l’artista impiega stando, allo stesso tempo, dentro e fuori dalla tradizione. 

Guglielmo Maggini – Nel tuo affondare, la mia forma – Installation view . Courtesy l’artista & z2o Sara Zanin, Roma – Ph. Dario Lasagni
Guglielmo Maggini MaRemoto, 2024/2025 Ceramica smaltata e resina poliuretanica cm 83 x 55 x 8 Ph. Giorgio Benni Courtesy l’artista & z2o Sara Zanin, Roma

I titoli dei lavori inclusi in questa sua seconda personale a Roma sono, ancora una volta, dei titoli evocativi, degli speciali contrappunti narrativi alle opere: Re Mida, MaRemoto, Naufragi, La cesta mistica, Fra/menti fra le dita, Ecce Homo raccontano in maniera non didascalica di una discesa dentro la memoria psichica e dell’inabissarsi della coscienza nel tentativo di raccontare di un gemellaggio speciale con la scultura e con il suo farsi luogo – metaforico e simbolico. C’è poi un aspetto non secondario, emerso con forza in questa mostra, che è la dimestichezza di Maggini nel trattare in modo eterodosso una tradizione, tanto longeva quanto transnazionale, come quella della ceramica, appropriando, ad esempio, un lessico coloristico fatto rivivere mediante un sincretismo combinatorio: il blu è quello della tradizione italiana, da Savona al Centro Italia, ma è anche il cobalto del Blu Cina arrivato in Europa nel XVII secolo. Allo stesso modo, le proprietà intrinseche della materia vengono sapientemente spinte a privilegiare una certa duttilità con cui la ceramica viene ibridata al lustro, alla trasparenza della resina, per poi cedere il passo al vetro, quest’ultimo sperimentato con silhouette che si estendono sulla parete a formare degli esili raggi trasparenti. 

Come si diceva all’inizio, l’aspetto che guida questa mostra, curata da Giuseppe Armogida, è una certa capacità di dare forma al movimento inteso come mutamento incessante. Questa metamorfosi alimenta l’opera e l’artista in uno scambio che arriva a farsi uno: nella pratica di Maggini l’estensione personale, identitaria, attraverso il lavoro, è qualcosa di non separabile da esso. Forse è per questo motivo che le tracce interiori si estendono sull’opera sotto forma di elementi indiziali, e si spazializzano facendosi corpo. Ne è un esempio il nucleo di sculture in ceramica e resina intitolato Naufragi; queste sfere mancate – sulla cui superficie sono fissate le tracce di una mano, oppure fermate delle fenditure che raccordano dentro e fuori – sono ottenute dall’abbraccio dell’artista impresso sull’argilla ancora cruda. L’abbraccio che cinge la sfera ancora fresca è un contatto agito – potenziale gesto di costrizione della materia, quasi a non volerla lasciare andar via – nel tentativo di imprimere un sudario e di congelare un contraddittorio gesto di affezione non soltanto verso l’oggetto, ma piuttosto verso l’Altro inteso come mondo. 

Guglielmo Maggini – Nel tuo affondare, la mia forma – Installation view . Courtesy l’artista & z2o Sara Zanin, Roma – Ph. Dario Lasagni
Guglielmo Maggini – Nel tuo affondare, la mia forma – Installation view. Courtesy l’artista & z2o Sara Zanin, Roma – Ph. Dario Lasagni

Questa dimensione esterna con cui il corpo dell’artista e il corpo della scultura si rapportano è anche una dimensione data per frammenti, che Maggini tenta di ricomporre; entrando all’interno dello spazio della galleria si è salutati dalla presenza imponente di Re Mida, un gruppo scultoreo che, come scrive Armogida nel suo testo, “accoglie il visitatore come una figura riemersa da una profondità remota” e “si inserisce nel percorso di ricerca che l’artista porta avanti da tempo attorno al rapporto tra padri e figli, cuore stesso del sapere artigiano come forma di trasmissione incarnata”. Re Mida prosegue la ricerca che Maggini ha condotto a Gubbio, all’interno della storica manifattura Fumanti, dove ha impiegato degli stampi in gesso dismessi per generare nuove forme, lavorando su un’archeologia tutta contemporanea. Il frammento ricomposto in una babele di forme poste le une sopra le altre, e trattate a lustro, assume un equilibrio precario attestandosi nello spazio come monumento temporaneo alla caducità delle cose, e, ancora una volta, alla loro inafferrabile, quanto necessaria, trasformazione. 

In questo scambio tra tempo presente e tempo passato, la scultura si invera nella relazione archetipica tra padri e figli, in una dinamica di reciprocità che è sempre instabile e, per questo, soggetta al cambiamento. Il rapporto con la tradizione ceramica e, per esempio, con la ceramica contemporanea di Lucio Fontana (Ecce Homo), rimane integrato alla possibilità di transitare liberamente da un momento all’altro, senza una direzione obbligata. In questo movimento, ancora una volta, è inscritta una nuova strada che Maggini sta percorrendo. La scultura prende spazio e si confronta con il locus anche attraverso delle esplosioni subitanee (Fra/menti fra le dita) che ripensano gli elementi formali (la voluta, l’elemento decorativo) come tante interpunzioni capaci di inserirsi nell’architettura dei luoghi per interromperla, cambiarne l’orientamento e rinnovare la percezione sensibile sulle cose dell’ordinario. 

Guglielmo Maggini – Nel tuo affondare, la mia forma – Installation view. Courtesy l’artista & z2o Sara Zanin, Roma – Ph. Dario Lasagni
Guglielmo Maggini – Nel tuo affondare, la mia forma – Installation view. Courtesy l’artista & z2o Sara Zanin, Roma – Ph. Dario Lasagni