
Se è vero che per essere contemporanei bisogna essere sempre un po inattuali allora il reenactment di 1975+27 a Sant’Andrea de Scaphis è un intervento più contemporaneo che mai.
L’anno è il 1975. Fabio Sargentini invita tredici artisti, da sabato 25 gennaio a venerdì 31, a intervenire alla mostra 24 ore su 24 alla galleria l’Attico a Roma. Gli artisti coinvolti sono Alighiero Boetti, Sandro Chia, Francesco Clemente, Gino De Dominicis, Tano Festa, Mimmo Germanà, Jannis Kounellis, Eliseo Mattiacci, Luigi Ontani, Luca Maria Patella, Vettor Pisani, Emilio Prini e Ilija Soskic.
Ogni artista è chiamato a realizzare un intervento performativo ed effimero ma soprattutto ogni artista è chiamato a relazionarsi con il tempo “in scala 1:1” cioè producendo l’intervento ad un orario preciso e prefissato.
Gino De Dominicis sceglie di chiudere la mostra occupando le ultime due ore della giornata del 31 gennaio, dalle 22 alle 24. L’artista sparge sul pavimento della galleria una serie di puntine da disegno fino a comporre la frase NOI SIAMO LE PUNTINE. Il titolo dell’opera è 1975+27, probabilmente l’anno dell’esposizione abbinato alla sua età anagrafica.
A distanza di più di cinquant’anni questa singolare performance è stata riproposta da Luca Lo Pinto nello spazio di Sant’Andrea de Scaphis a Roma, nel quartiere Trastevere dal 13 Marzo al 18 Aprile 2026.
Gino De Dominicis è stata una figura chiave dell’arte contemporanea italiana. Artista eclettico ed estroso ha praticato diverse discipline, spaziando dalla pittura alla scultura, senza mai farsi catalogare in un ruolo prestabilito. Carismatico ed eccentrico è stato anche autore di svariati atti performativi pur senza amare particolarmente il termine performance che riteneva più vicino all’ambito del teatro che dell’arte.
Curioso e attento ha praticato l’arte in sè per sè, unica disciplina in grado di trovare in se stessa le ragioni della propria sussistenza e come tale, viatico per l’immortalità del corpo inteso come valore estetico realizzabile solo attraverso l’opera d’arte.
Nella sua ricerca inoltre l’artista marchigiano si è dedicato al superamento della contrapposizione tra Oriente e Occidente rapportandosi ad esempio alla cultura sumera ed in particolare al mito di Gilgamesh, metà uomo e metà dio che spesso ha incarnato, e della dea della bellezza Urvasi.



Nella sua pratica artistica De Dominicis ha sempre declinato i suoi ragionamenti in maniera surreale, ironica e dissacrante superando nella tautologia segnica del gesto la dimensione concettuale dell’arte delle avanguardie del secondo dopoguerra.
In Zodiaco del 1970 ha rappresentato in maniera concreta i dodici segni zodiacali disponendoli in semicerchio come in un tableau vivant, una bambina per la Vergine, un leone vivo, dei pesci, un toro etc…
In Mozzarella in carrozza ha disposto una mozzarella vera e propria all’interno di una carrozza.
I suoi interventi spesso hanno suscitato scandalo come quando per la Biennale di Venezia del 1972 ha presentato Seconda soluzione di continuità (L’universo è immobile) facendo accomodare un giovane affetto dalla sindrome di Down (simbolo dell’uomo capace di conservare intatta la propria fanciullezza e perciò il solo capace di ambire all’immortalità) in mezzo a vari oggetti dal valore simbolico ed archetipo.
1975+27 rappresenta una delle straordinarie tautologie meta-concettuali di De Dominicis.
Aver riproposto questo intervento a distanza di tempo all’interno dello spazio (non più sacro) di una chiesa ha avuto quasi il sapore di un’apparizione.
Come se in Sant’Andrea de Scaphis il curatore Luca Lo Pinto fosse riuscito a rievocare lo zeitgeist di quella temperie culturale straordinaria degli anni ‘70.
Cosa voleva dirci Gino De Dominicis con quest’opera? È una semplice provocazione, una boutade o forse c’è qualcosa di più?
E’ una riflessione sul segno e sul superfluo perché è nel gesto stesso che l’opera trova la sua giustificazione senza bisogno della legittimazione del pubblico o degli spazi di un museo.
Così come al contrario l’oggetto che arte non è, non lo diventa solo perché occupa lo spazio di una galleria.
Ma soprattutto chi sono quei “NOI” che “SIAMO LE PUNTINE”?
Sono gli artisti, interpreti di quella incredibile vitalità degli anni ‘70, che in questa riproposizione diventano gli artisti tutti, anche quelli contemporanei, ancora capaci di sfidare le rigide convenzioni sociali e culturali?
O siamo anche noi, tutti noi, capaci ancora di pungere se non altro come puntine da disegno all’interno di un sistema che ci vorrebbe dormienti e innocui?

