Ancora prima di entrare: si è già dentro l’opera. INPUT – il corpo del visitatore. Senza saperlo, sale su una bilancia. Il display registra il peso in chilogrammi, niente di poetico. Lo somma a quello di tutti i corpi che sono passanti di lì. Esposizione in tempo reale n.38, Biomassa (2007): OUTPUT a settembre, biomassa cumulativa totale. Il sistema misura l’arte nel modo in cui l’arte odia essere misurata. In chili. Nessun corteggiamento. Nessuna seduzione dello sguardo. È un ciclo di feedback. Ed è esattamente questo che Franco Vaccari ha fatto per tutta la sua vita.
Vaccari (Modena, 1936–2025): fisico prima di essere artista. Non è un dettaglio biografico – è la chiave.
1948: Norbert Wiener pubblica Cybernetics: Or Control and Communication in the Animal and the Machine. Formalizza un’idea sviluppata durante la Seconda Guerra Mondiale con il neurofisiologo Arturo Rosenblueth e l’ingegnere Julian Bigelow. La tesi: qualunque sistema finalizzato – biologico, meccanico, sociale – richiede scambio continuo di informazioni con l’ambiente. Il sistema misura il proprio stato. Trasmette. Corregge. Il segnale di ritorno è la condizione del funzionamento. Senza feedback, il sistema è cieco.
Vaccari non cita Wiener. Non ne ha bisogno. Lavora con gli stessi strumenti concettuali. Da fisico, non da teorico dell’arte. Quando nel 1969 costruisce la prima esposizione in tempo reale, non sta facendo partecipazione, non sta democratizzando l’arte. Sta progettando un circuito. Input, canale, output, segnale di ritorno. La terminologia è intercambiabile.
Vaccari lo capì prima che l’arte avesse il vocabolario per dirlo. I suoi ambienti non sono opere aperte nel senso di Eco, non sono testi che il lettore interpreta. Sono circuiti. Il pubblico non completa l’opera: è il segnale di ritorno che la fa girare. Senza ingresso, il sistema si ferma. Con l’ingresso, si modifica. Il dopo è inevitabilmente diverso dal prima. Ed è l’unica cosa che interessa a Vaccari.
Il termine: feedback. La mostra antologica al Museion di Bolzano – curata da Frida Carazzato e Luca Panaro, Fosbury Architecture per gli spazi, fino al 13 settembre 2026 – si chiama Feedback. Gli ambienti di Franco Vaccari. Un titolo che è descrizione tecnica.
Ogni ambiente: un tipo di circuito diverso.


Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio – Biennale di Venezia, 1972, ricostruita al Museion con la cabina originale – circuito aperto a feedback positivo. Vaccari installa una cabina fototessere. Innesco minimo: quattro sue strip. Aspetta. Il feedback positivo amplifica. Ogni nuova strip aumenta la probabilità che il successivo visitatore faccia lo stesso. Il sistema non tende all’equilibrio, tende alla saturazione. Alla chiusura della Biennale, la parete era piena. Non per decisione dell’artista. Per dinamica del circuito.
Il circuito ha registrato più di quanto pianificato.
Prime strip: rigide, da carta d’identità. Il sistema si allenta: facce buffe, smorfie, coppie. Poi, dalle photomatic disseminate in tutta Italia: segnale non classificato. Uomini che trovano il proprio sesso più espressivo della propria faccia. Lo presentano di fronte e di profilo alla macchina. Senza viso.
È un feedback di genere. Nelle immagini pornografiche fai-da-te (già prima di internet, già prima del selfie), il maschio mostra il cazzo, mai la faccia. OUTPUT: domanda di sostituzione.
Il vibratore come risposta del mercato al segnale. Un oggetto che fa quello che il maschio fa, senza il maschio. Senza le sue menomazioni.
Vaccari lo sapeva. O lo intuiva. Lo strumento registrava comunque.
“Non è facile definire cosa sia l’inconscio tecnologico”, scriveva Vaccari nel 1979: “ tutti gli strumenti prodotti dall’uomo e in particolare quelli di comunicazione agiscono come se obbedissero a un inconscio insito nello strumento stesso e indipendente da chi usa lo strumento.”
Lo strumento registra più di quanto il soggetto trasmette. Il rumore è più informativo del segnale pulito.
Valerie Solanas, SCUM Manifesto, 1967: “Definire l’uomo una bestia è adularlo: il maschio è una macchina, un vibratore ambulante.”
Wiener + Vaccari + Solanas: tre sistemi, stesso output. Il maschio come dispositivo a retroazione zero. Nessun feedback, nessuna correzione, nessun adattamento. Il vibratore lo migliora eliminandolo. Il circuito si chiude. Il segnale di ritorno è pornografico.


La scultura buia (1968) – circuito con canale interrotto. INPUT visivo: tagliato. Il sistema cerca un altro percorso: tatto, udito, propriocezione. Reindirizzamento forzato. Il corpo impara un altro protocollo.
Esposizione in tempo reale n.10, Sogni n.1 (1975) — circuito con latenza. Basi di legno, sacchi a pelo: si dorme. Il segnale di ritorno non torna integro: attraversa ore di sonno, viene processato dall’inconscio, subisce perdita, distorsione, trasformazione. Torna in forma di racconto. Nella cibernetica classica il canale con perdita è un problema da correggere. Qui è il punto. L’inconscio è il canale, e il rumore che introduce è l’opera. Cinquant’anni di sogni stratificati su quelli del 1975. Il Museion riapre il circuito dando la possibilità di dormirvi ancora. L’archivio è ancora in scrittura.
Bar Code – Code Bar (1993) — circuito con codice incorporato. Un bar vero, caffè vero, codice a barre all’ingresso: bar code = codice a barre = codice a sbarre = codice penale. Il testo interno: schierarsi per Silvia Baraldini, 43 anni di carcere duro negli Stati Uniti. Il caffè sa di acqua sporca. Pochi chicchi nella macchinetta — ricostruzione monca. (Ci) Manca Franco.
Stile: irrilevante. Materiale: recupero, strutture provvisorie, consistenza di un’idea. Quello che accomuna è la struttura: sistema aperto che si automodifica attraverso l’ingresso del pubblico. “Mi interessa sparire come autore per assumere il ruolo di innescatore e regista di processi”. Un nodo centrale fisso introduce rumore indesiderato. Lo elimini: il circuito diventa più pulito. Sparire è ingegneria.
Il mondo della fotografia italiana: nessun protocollo per Vaccari. Ripiegato sui paesaggi, sul privilegio dell’occhio, lo ha trattato come un fotografo concettuale. Riduttivo. Sbagliato. Morris allarga il campo — l’opera esce dal piedistallo, invade lo spazio, chiede al corpo di muoversi. È ancora una questione di percezione: il soggetto guarda, si sposta, sente. Il circuito resta aperto su un lato solo. L’opera non cambia. Il visitatore passa, l’opera rimane.
Vaccari taglia questo schema. L’opera non aspetta di essere percepita: registra, accumula, si modifica. Il visitatore non è uno spettatore allargato — è un nodo del circuito. La sua presenza è input. La sua traccia è segnale. Senza di lui il sistema non gira. Con lui, non gira uguale due volte. Non è la stessa cosa.
Obrist lo ha ricordato in TAKE ME (I’M YOURS), Hangar Bicocca, 2017. Il ritardo del riconoscimento italiano è esso stesso un dato: sistema che non processa certi segnali perché il suo protocollo non li prevede.
A settembre il sistema chiude il ciclo. Restituisce un numero. Non è un monumento ai visitatori: è l’output di un processo di misurazione. Il sistema non ricorda nessuno. Somma.
Feedback. Gli ambienti di Franco Vaccari.
Museion, Bolzano.
A cura di Frida Carazzato e Luca Panaro.
Fino al 13 settembre 2026.
Cover: Franco Vaccari, Esposizione in tempo reale n. 7, Mito Istantaneo, 1974.


