


Nel secondo centenario dall’affermarsi della nota Vista dalla finestra a Le Gras (1826) di Joseph Nicéphore Niépce, ragionare la ricca selezione, curata da Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom, riguardo il lungo percorso professionale di Fan Ho (Shanghai, Cina, 1931 – San Jose, California, 2016), corrisponde allo spalancare un mondo sulle potenzialità del mezzo eletto della modernità.
La sperimentazione mai sazia del grande maestro d’Oriente interroga oggi stereotipi e semplicismi legati a una concezione fin troppo occidentalizzante rispetto ai passi e all’immaginario della città asiatica. Nel turbinio di considerazioni, spesso condite dall’idealizzazione o dal preconcetto più recondito rispetto ad uno spazio intimamente estraneo, le metropoli cinesi in strenua crescita (in fondo, come molte altre città al mondo) hanno finito per assumere i tratti meccanicamente robotici, che l’Occidente, secondo immaginario, affibbia alle sue titaniche industrie. In un tale contesto, l’immagine allor plasmata dalla mente finisce per investire un surplus di considerazioni e presenze, da non poter considerare certo omogenee e, nondimeno, restituenti la vera e più complessa realtà fattuale.
Entro le rotte di un continuo (ed esterno) dar per scontato, l’occhio attento e scrutante del fotografo di Hong Kong ha consegnato all’attenzione di un pubblico sempre più ampio l’estetica di una selezione, prontamente caratterizzante una viva e differente essenza dell’essere.



Focalizzando lo sguardo sugli scatti urbani, realizzati tra gli anni Sessanta e Settanta, giunge più che evidente la maestria di Fan Ho nel saper restituire presenze e vite cittadine, ora illuminate da una scelta compositiva in postproduzione, fortemente interessata alla possibilità di rendere il suo finale chiave di volta, drastica cesura e dialogo fecondo.
I paesaggi naturali di un fotografo soavemente irrequieto sono la ricca terra condita dalla nebbia e da una pastosità eterea, compartecipe del dubbio e della precarietà dell’umano. Come per la pittura di genere europea di un tempo andato, i suoi personaggi anonimi e le silhouette, che animano la città, sono i caratteri insostituibili (rimembrando John Heiduk) per avvertire sulla pelle e nel profondo una bellezza misteriosa, al sapor del tutto e del niente.
Fan Ho scendeva in strada selezionando, tra gli edifici, gli scorci e le presenze umane, quel taglio vivo e quel frammento, intento a donare all’occhio la poesia. L’applicazione in studio e le ardue ore di lavoro in camera oscura restituivano, poi, tutto il resto: selezione, scarto e scelta sono l’eredità di un uomo, che ha fatto dell’attenzione il mezzo necessario per contrastare un andamento del mondo bulimico e, nel suo profondo, inconsapevole. Nell’abbraccio della prima personale italiana a lui dedicata, le curatrici Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom hanno incanalato una riflessione, che muove fulgidamente oltre lo spazio e un tempo misurabile.
Cover: Fan Ho, Sun Rays, 1959 © Fan Ho Trust and Estate, courtesy of Blue Lotus Gallery


