«Ogni forma di potere» – osserva Tano D’Amico in Fotografia e destino (2020) -, «pretende che la fotografia sviluppi, celebri, ingigantisca i ruoli sociali e rimpicciolisca le persone, fino a far scomparire quello che le accomuna». Tra le spiagge e la città nuova californiana un giovanissimo Mike Mandel (Los Angeles, 1950), negli anni Settanta, si sente chiamato a narrare gli eventi e le complessità sociali come la lotta afro e studentesca, planando e restituendo quest’ultime attraverso la fotografia e una decodifica del reale sorniona, brillante e sarcastica.
L’iscrizione all’Istituto d’Arte di San Francisco costituirà per Mandel un passo fondamentale e indelebile: tra le sue mura colorate e competitive il giovane fotografo conosce il fratello scelto e sodale di una vita Larry Sultan (Brooklyn, 1946- Greenbrae, 2009).
Per godere del grande rapporto professionale e affettivo, che legherà i due sino alla scomparsa di Larry, occorre tornare alla lettera che nel 1984 quest’ultimo indirizza a Mark Johnstone e da cui si apprende:
Come tutte le relazioni, le motivazioni per restare insieme sono […] complesse e in qualche modo imperscrutabili. Mi stupisce che due persone con personalità e sensibilità artistiche così diverse siano riuscite a lavorare insieme per anni…Quando ho incontrato Mike […], ero ambivalente riguardo al suo lavoro: era diverso dal mio, più cinico e sterilizzato. Eppure ero molto colpito dal fatto che avesse avuto il coraggio di pubblicare un libro e che […] usasse l’umorismo come strumento di critica sociale. Mike era entrato all’Istituto […] un anno dopo di me e, quando arrivò, la mia delusione per il luogo e “l’insegnamento” mi aveva condotto a uno stato di isolamento e amarezza. Non avendo esperienza con il mondo dell’arte, i seminari erano prove confuse e, in generale, l’ambiente era poco solidale e competitivo. Avevo sempre trovato difficile impedire ai dubbi […] di travolgermi […] E poi c’era Mike, sicuro di sé fino all’arroganza. È vero, l’idea di un cartellone pubblicitario fu il pretesto per la nostra collaborazione, ma per me lavorare con Mike era un modo per recuperare le parti alienate di me stesso. Mi aiutava […] avere qualcuno che mi dicesse che potevamo fare ciò che sembrava impossibile, tiriamo fuori il meglio l’uno dell’altro, innescando cose che sarebbero rimaste inerti nei nostri lavori individuali. In questo momento mi manca la scintilla che si accende quando […] lavoriamo insieme, e poi ci sono i sogni: la sensazione che tutto sia possibile e che l’avventura sia condivisa, che i fallimenti non siano poi così gravi e che spingersi a vicenda al limite sia ciò che conta.



Come è possibile scorgere dalle righe indirizzate a una conoscenza comune, larga parte del percorso professionale ed esistenziale di Mandel e Sultan fu contrassegnato dalla scelta di una condivisione della vita e del lavoro che per tempo vide i due amici abitare l’uno a pochi passi dall’altro, affinché ogni emozione, idea o progetto potesse trovare la forma per imporsi e districarsi nella loro realtà creativa e condivisa. Entro le rotte di un decennio acceso e vivo, ancora i Settanta, i due fotografi saranno i brillanti artefici di un progetto editoriale, rimasto un punto di riferimento per gli estimatori e progettisti del libro fotografico. Il progetto Evidence, pubblicato ed esposto per la prima volta in un fatidico 1977, contrassegna un salto nell’ottica del nuovo che investe tanto le potenzialità e la natura dell’archivio, quanto il ruolo della fotografia in rapporto a quella tendenza diffusa a farne una prova obiettiva dei fatti e della realtà.
Sviluppato tra il 1975 e il 1977 – anche in rapporto alla convenzione ricevuta dalla National Endowment for the Arts -, il progettoha visto Mandel e Sultan entrare in contatto con una miriade di realtà e spazi industriali, istituzionali, scientifici e operativi in qualità di agenzie governative. A tal proposito è utile anche ricordare dei più strabilianti e ingegnosi escamotage adoperati per poter accedere a quelle infrastrutture da reputarsi ermeticamente vietate al passaggio del cittadino qualunque e, in taluni casi, persino ai fotografi. Su questa scorta i due provvidero alla creazione della società fittizia Clatworthy Colorvues, che permise loro di varcare porte impensabili e, sino ad allora, impossibili. Ne derivò l’esaminazione di oltre due milioni di immagini, prodotte per lo più al fine tecnico-documentaristico, con la conseguente selezione e restituzione sequenziata di ben settantanove foto indirizzate alla mostra organizzata presso il San Francisco Museum of Modern Art. Il volume pubblicato in accompagnamento all’evento ne traeva e presentava un totale di cinquantanove scatti, restituiti tra le pagine della sua bella carta.

Celebrando un’impensabile innovazione e un chiaro segno di rottura rispetto ai canoni consuetudinari, Evidence sceglie di presentarsi al pubblico senza alcun riferimento o nota testuale che, per ogni scatto, potesse rimandare al luogo e alla circostanza entro cui era stato realizzato. Ponendo fine alla sicurezza e alla sensazione passiva e pacificata di un’entrata in contatto con la realtà di una data e circoscritta testimonianza (passante per la cosiddetta didascalia), l’opera del duo Mandel-Sultan aprì la strada a una sperimentazione fotografica da dirsi potentemente estraniata e sovversiva.
Tra la magnetica e misteriosa silhouette di uno o più operatori ritratti e fagocitati da strati di cellophane, impronte di scarpe sconosciute e altrettanti frames di misurazioni, esperimenti e spazi futuristici dell’immaginazione, le fotografie in bianco e nero, scattate categoricamente con l’impiego del flash, aprirono a un’inventiva della progettualità da desiderarsi oltre il limite del conosciuto. Anche per quanto concerne il formato fotografico prescelto, 4×5 pollici (10×12 cm), è doveroso ragionare il richiamo a quegli scatti documentativi, che per tempo avevano accompagnato le prove e gli indizi del genio della modernità tecnologica.
Negli anni delle lotte per i diritti civili e sociali, di una Guerra Fredda combattuta soprattutto in campo informativo e culturale (come restituisce il mirabile saggio Gli intellettuali e la CIA di Frances Stonor Saunders), l’opera somma di Larry Sultan e Mike Mandel rifulge in richiamo di due giovani ed energici uomini accorsi a sovvertire l’orizzonte mondo di una quotidianità impegnata a superare meccanicamente se stessa. Entro gli spazi della condensazione, poco aperti alla mano del caso e dell’inaspettato, come per un solco tracciato dalla lama più minuziosa della creatività l’azione dei due fotografi ha svelato, estromesso e così condotto alla ribalta un codice altro per poter approcciare alle istanze immaginifiche della contemporaneità.
A partire dal 29 maggio, sino al 26 giugno 2026, il ricco corpus di Evidence giunge a sondare gli spazi della Zander Galerie di Parigi. Contro l’imposizione di un’esterna, data e voluta chiave d’interpretazione l’archivio segnico e immaginifico restituito attiva il ricordo di due giganti che, stretti nell’avventura e nella ricerca, hanno donato alla fotografia la più ricca possibilità di strabiliare.
«Una volta resa», senza alcun dubbio, «l’immagine influisce sulla realtà» (Tano D’Amico, 2020)
Cover: Larry Sultan, Mike Mandel Evidence, 1977 © Mike Mandel, The Estate of Larry Sultan, courtesy Zander Galerie Cologne/Paris



