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Scorci di un’estate senza fine | Endless Summer, al Magazzino del Sale di Cervia

Una jam session di curatori, curatrici e collettivi legati a spazi indipendenti propone un'ampia selezione di opere di artisti italiani e internazionali di diverse generazioni, tutte intonate sulla frequenza poetica di un'estate perpetua.
Marinella Senatore, Dance First Think Later, 2021 | ph. Chiara Pavolucci

La cornice suggestiva del Magazzino del Sale di Cervia, la località balneare romagnola in provincia di Ravenna, accoglie per il secondo anno ENDLESS SUMMER (fino al 1° luglio), un progetto espositivo sui generis che raccoglie un ensemble di opere realizzate da artisti italiani e internazionali, storici ed emergenti. Il progetto, che avrà compimento con una terza iterazione il prossimo anno, è ideato dall’associazione MAGMA APS, che vede alla direzione artistica Gioele Melandri e Alex Montanaro. Per molti versi la soluzione espositiva è anticonvenzionale e ambiziosa: partendo dall’assunto di voler dare rappresentanza a tutte le possibili connotazioni emotive ed esperienziali dell’idea di un’“estate senza fine”, il progetto ha coinvolto per la selezione delle opere una comunità di realtà indipendenti e di operatori e operatrici del settore, in quella che è a tutti gli effetti una “jam session” curatoriale, una mostra polifonica che si nutre della costante dialettica e dell’incastro di diverse visioni e modalità di lavoro. I project space Gelateria Sogni di Ghiaccio (Bologna), Fertile (Brescia) e Toast Project (Firenze), così come le curatrici e i curatori Viola Emaldi, Antonio Grulli, Milovan Farronato, Cornelia Mattiacci e Saverio Verini, hanno selezionato in base alle proprie predilezioni e linee di ricerca opere che possano evocare atmosfere e spunti narrativi, sensazioni e stati dell’essere di estati sobbollenti e deserte, dall’estasi alla malinconia, dallo stordimento al piacere dei sensi. Si esplora pertanto ogni qualsivoglia sfumatura poetica che possa germogliare da una utopica “endless summer”, tema tratto dall’omonimo documentario sul surf (1966) di Bruce Brown, dedicato ad alcuni surfisti che, alla ricerca di un’impossibile estate perpetua e al contempo sfuggendo all’inverno incalzante, viaggiano da un capo all’altro del globo guidati dalla loro passione.

Endless Summer 2026, sala 4 | ph. Chiara Pavolucci
Endless Summer 2026, dettaglio sala 2-1 | ph. Chiara Pavolucci

Tale è la varietà di iconografie e tratti espressivi, di formati e di media impiegati, che davvero l’impressione che se ne ricava è quella di tante frequenze che si accordano in un flusso sinestetico, sovrapponendosi in parallasse quando l’occhio ricerca delle direttrici di visione attraverso gli ampi volumi del Magazzino del Sale. Il grande fiore di neon di Marinella Senatore che si incontra subito sulla parete di fronte all’ingresso invita, prendendo in prestito una frase di Samuel Beckett, ad un abbandono sensuoso al di là di ogni freno razionale (Dance First Think Later, 2021). Il pensiero va al romanzo Dance Dance Dance di Murakami Haruki, anch’esso fondato sull’assunto che di fronte al caos senza certezze della vita l’unico modo per sopravvivere sia non smettere mai di ballare; e così l’occhio danza tra le opere circostanti, trovando in via puramente spontanea riverberi e risonanze. Subito accanto un eterno fuoco d’artificio brilla contro un cielo notturno, nel dipinto I fuochi (2026) di Martina Cassatella, e si intravede alle sue spalle un mosaico di frammenti di un altro cielo, ora diurno, screziato da macchie bianche. Potrebbero essere nuvole stilizzate, ma sono invece le impronte della mano dell’artista, Davide Mancini Zanchi, impresse quando, sulla spiaggia, ha “dipinto” ciascuna tela con uno spray azzurro mentre la teneva con l’altra mano (1200 études pour le plus beau ciel du monde, 2021). Per terra anche una scheggia di mare digitale di Luca Federico Ferrero (Bordo Mare, 2025), come una fotografia zoomata da cui riaffiorano i pixel. Si susseguono altri giochi di accostamenti, a cominciare da un cipresso disteso di Francesco Gennari (Come se, 2001) che richiama gli alberi chini su un sentiero in una foto di Luigi Ghirri (Si chiude al tramonto. Un piede nell’Eden, 1986). Le pile di cassette di frutta fotografate a Ronta (Cesena) da un altro maestro della fotografia, Guido Guidi, si trovano materializzate nello spazio nelle Torri del Silenzio (Igea, Dalia, Zolfo) (2023) di Flavio Favelli, esse stesse composte da cassette di bibite, sovrapposte a formare architetture senza uno scopo che non sia quello di celebrare le vestigia della società dei consumi; ma al contempo le loro cromie auree e rossastre paiono riverberarsi in un dipinto di Paolo Chiasera, in cui una minuscola piuma candida fluttua contro un ammasso di colore tra l’ocra e il dorato (Fuori scena, 2025). Poco lontano appare una presenza fantasmatica, quasi una nube cristallizzata ma dalle parvenze biologiche, che fluttua a qualche centimetro da terra; una Caravella (2023) di Giulia Poppi, che in effetti si ispira all’idrozoo comunemente noto come caravella portoghese, e che pare essere fuggita da un dipinto di Chiara Peruch, raffigurante un recesso roccioso abitato da rane e lucertole arcane (Le rane alle nozze del sole, 2024).

Chiara Peruch, Le rane alle nozze del sole, 2024, olio e acrilico su tela, 170×200 cm

Sulla parete di fronte, un altro profilo biomorfo, quello di un’anguria di Mattia Moreni (L’agonia dell’anguria nella laguna, 1967), sfrangiato in una nebbia perturbante, che trova un suo corrispondente malinconico nell’imprimitura di un ricordo di Joana Escoval, delle fronde di un albero vicino alla propria casa in Portogallo, che sono rievocate con crine di cavallo e vere foglie di ulivo e di lavanda (Ambientale IV, 2025). Nel mezzo, la superficie anodina e respingente in acciaio saldato di Matisse Mesnil (Senza titolo, 2026). Parlano di estate anche i coralli veri delle cartoline tridimensionali di Alessandro Piangiamore (2012), e quelli in ceramica di Gloria Tomasini (2026). C’è spazio anche per la veduta di un’alba sul mare, che rifugge però da ogni convenzionalismo: lo Scarabocchio (costa adriatica, 5:41 AM) (2026) di Jimmy Milani appare come un disegno in rosso e blu su carta quadrettata, ma in un formato svariate volte maggiore del naturale, e il dipinto (perché di questo si tratta in realtà) è stato inserito all’interno di una busta di plastica da raccoglitore ad anelli, di grandezza ad esso proporzionale. Questa finestra sul mare avrebbe potuto fungere da uno dei due simmetrici punti di fuga dello sguardo ai lati opposti del Magazzino del Sale, ma si è scelto in modo più efficace di porlo in controparete, così da rivelarlo all’improvviso e conferirgli maggiore pregnanza poetica. In quella posizione preminente invece si colloca, sorprendentemente, un disegno insieme erotico ed intimo di Andy Warhol appartenente ad una serie giovanile sviluppata tra gli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. La prospettiva opposta culmina, per contrasto, in un grande e colorato “paesaggio” franto e popolato di sprazzi di figure e parole di Laure Provost (The smoking image, 2015); accanto ad esso, in un ambiente più appartato, una tenda sontuosa (Rune, 2024) di Anna Capolupo è dipinta all’esterno con scene che reificano i sogni dell’artista, mentre all’interno si celano delle statuette in ceramica di Antenate (2024), reliquie, forse, di innumerevoli estati passate. Da quell’ambiente raccolto si transita accanto ad un’altalena munita di campanelle che si attivano col movimento (Campanile #1, 2022, di Tommaso Silvestroni e Mihály Mór Kovács) e a un distributore girevole di cartoline che corrispondono a ricordi dell’artista, Sabine Delafon, accumulati in vent’anni di lavoro (That’s life, 2026). Dopo essersi saturati di stimoli si esce alla luce abbacinante del litorale, e l’impulso spontaneo è quello di dirigersi verso il mare.

Endless Summer 2026, sala 2-1 | ph. Chiara Pavolucci
Endless Summer 2026, sala 2-3-4 | ph. Chiara Pavolucci
Laure Prouvost, The Smoking Image, 2015 | ph. Chiara Pavolucci
Anna Capolupo, Antenate, 2024 | ph. Chiara Pavolucci