Eleonora Agostini. A Study On Waitressing

"La cosa che trovo più interessante nelle foto di famiglia è che sono messe in scena e ci ricordano un momento che esiste al di là della fotografia scattata. Ci rimandano a quella dimensione che viene lasciata fuori da queste immagini, un dietro le quinte a cui non ci è consentito accedere attraverso l’immagine."
22 Febbraio 2022
A Study On Waitressing, Almanac 2022
Eleonora Agostini, The Steps (2021)

Eleonora Agostini (1991) è un’artista italiana che lavora a Londra principalmente con il medium fotografico. L’abbiamo conosciuta nel 2018, anno in cui ha realizzato A Blurry Aftertaste, un reportage fotografico dai toni neorealisti in cui la domesticità viene messa in crisi – l’interno divenuto esterno – e i ruoli familiari sono incrinati attraverso un copione che non trascura la non professionalità degli attori e al contempo la rigidità dei loro ruoli.
Negli ultimi due anni Eleonora ha lavorato al progetto A Study On Waitressing, oggetto dell’intervista che segue, iniziandolo in occasione di With Monochrome Eyes, mostra tenutasi alla Borough Road Gallery di Londra nel 2020 a cura di Tom Lovelace. Il palcoscenico della vita e la disciplina dei corpi portano la ricerca di Eleonora ad aprire nuovamente domande sulla vita quotidiana, su cosa accade quando ci relazioniamo con il “nostro pubblico”.

Sara Benaglia SB:La prima immagine che ha dato origine ad A Study On Waitressing è un collage composto da provini a contatto ed esperimenti in camera oscura di scatti in cui hai ritratto tua madre nuda mentre reinterpreta i gesti da lei eseguiti al lavoro come cameriera. Come è nato questo progetto e cosa ti ha spinta a lavorare con quei materiali fotografici prodotti non per essere esposti ma con una destinazione “di studio”?

Eleonora Agostini: Le immagini del collage a cui ti riferisci sono state scattate più o meno nel 2018 e sono rimaste nel mio archivio per un paio di anni prima che io decidessi di lavorare con il collage. Inizialmente volevo che esistessero come immagini singole, ma in quel modo non davano l’idea di uno studio sulla figura.
All’inizio del 2020 sono stata invitata a far parte della collettiva With Monochrome Eyes in cui ogni artista avrebbe esposto un lavoro a colori e uno in bianco e nero. Io e Tom Lovelace, il curatore, abbiamo iniziato a confrontarci e a discutere sull’idea di esporre i provini a contatto delle foto di mia madre. Quindi ho iniziato a lavorare sulle immagini già prodotte – che erano per lo più provini a contatto, prove di stampa ed esperimenti di camera oscura – e ad assemblarli in studio. 
Mi interessava lavorare con l’idea del puzzle e trovare un filo conduttore tra la figura di mia madre che reinterpretava in studio i movimenti e le posture da cameriera e il processo di creazione. Lo studio dei suoi movimenti è diventato anche lo studio dei miei, attraverso l’utilizzo di materiali di scarto che solitamente fanno parte del retroscena del processo fotografico. 

SB: Nella mostra da Almanac Inn a Torino hai esposto diversi materiali originali provenienti dall’archivio di tua madre. In questo caso una componente personale, privata, è utilizzata per mostrare quando la performance del quotidiano diventa sia palcoscenico sia retroscena. Ci sono vari sguardi che possiamo immaginare su queste immagini: uno sguardo maschile, uno sguardo curioso che cerca di farsi strada nella vita di chi è fotografata senza conoscerla personalmente. Ma quella dimensione di fatto privata attraverso la tua presentazione è ancora personale? In che modo hai pensato la dimensione politica di questo privato?

EA: La maggior parte delle fotografie degli album di famiglia ritraggono un momento significativo o un evento importante, e sono il risultato di un voler celebrare quell’episodio per ricordarlo o per dimostrarne l’importanza. 
La cosa che trovo più interessante nelle foto di famiglia è che sono messe in scena e ci ricordano un momento che esiste al di là della fotografia scattata. Ci rimandano a quella dimensione che viene lasciata fuori da queste immagini, un dietro le quinte a cui non ci è consentito accedere attraverso l’immagine.
Quindi la foto di archivio, nonostante venga fisicamente spostata da uno spazio privato a uno pubblico, riesce a mantenere la propria aurea di fotografia privata e personale perché continua a nasconderci il momento che ha preceduto lo scatto e quello che lo segue. 
Le fotografie che ho scelto per questa mostra, sono due immagini diverse tra loro: una mostra mia madre in posa e in divisa, in piedi dietro ad un tavolo, e tutto è disposto in maniera ordinata e rigorosa; l’altra è una polaroid in cui lei sfugge alla macchina fotografica. 
I temi di quello che decidiamo di svelare e quello che teniamo nascosto sono la matrice di A Study On Waitressing ed è molto importante il collegamento tra le tematiche affrontate in questo lavoro e i materiali che ho deciso di utilizzare. 
Quando la fotografia vernacolare esce dallo spazio domestico per entrare in dialogo con un pubblico e quando entra in conversazione con un altro tipo di immagini/lavori assume automaticamente un significato e un valore diverso, ed è in quel momento che il privato diventa politico. In questo caso le fotografie di archivio di mia madre fanno parte di una conversazione socio-psicologica sulla teatralità del quotidiano e in qualche modo della fotografia. 

A Study on Waitressing, Almanac 2022

SB: Una delle pareti in mostra è allestita con una serie di fotografie di gambe in posa, stampate in dimensioni di 90×60 cm circa (close-up molto vicini ad un 1:1). Sono installate quasi a terra per cui chi si avvicina alla parete, per osservare la fotografia in bianco e nero di un palcoscenico dalle quinte chiuse, è portato a riflettercisi. Pensando ad How to Stand in front of the Camera, How to Stand in front of the Client vorrei chiederti quando il ruolo che performiamo nella società inizia ad influenzare la nostra identità?

EA: Sono partita dalle immagini di archivio di mia madre in cui è stata ritratta nell’ambiente lavorativo per accorgermi che la stessa posa si ripeteva nelle sue foto in vacanza e con gli amici. 
Allo stesso modo, l’atteggiamento servile si riflette anche nella sua sfera privata e qualche volta gli automatismi attraverso i quali si muove, si relaziona e pensa, sono molto simili alle strategie sceniche che il suo lavoro comporta. 
Non so esattamente quando il confine tra retroscena e palco inizi a fondersi. È un quesito che mi sto ancora ponendo assieme a domande come “Quando la maschera sociale che indossiamo diventa quello che ci definisce? Come dovremmo essere e per chi? Come dovremmo muoverci, comportarci, relazionarci nello spazio?”

SB: Oltre al collage nominato precedentemente, ne hai esposto un altro, realizzato nel 2021 e in cui oggetto di attenzione è l’usura del corpo. Si tratta di scatti in bianco e nero di piedi segnati dalle fatiche del lavoro che mi hanno ricordato alcune immagini auto-ritratto di John Coplans (1920-2003). Queste fotografie sono anche ripetizioni, memoria muscolare e una ginnastica di fermi immagine che tracciano una processualità in divenire, una potenziale deriva anche del tuo metodo di lavoro. C’è una metodologia operativa che adotti nell’approcciarti a un nuovo lavoro? Ci sono dei momenti in cui una fotografia può concedersi delle sbavature, delle imperfezioni o incoerenze?

EA: Anche in The Steps ho utilizzato quei materiali che arrivano dalla camera oscura e che precedono il lavoro finale: le prove di stampa. Ho utilizzato varie versioni della stessa immagine per sottolineare le diverse prospettive e significati che l’immagine può assumere e la ripetizione che esiste nel processo di stampa e nello svolgimento della mansione della cameriera. Le immagini sono state disposte e assemblate in modo da suggerire un circuito, un percorso e uno spazio in cui il corpo si muove e parlano di un corpo irrequieto e stanco mostrando la sua usura.
Un nuovo lavoro è nel mio caso un ritorno a qualcosa di accennato nei lavori precedenti che mi ha lasciata insoddisfatta. In A Blurry Aftertaste, per esempio, ho toccato il tema della famiglia modello, un concetto che nasce dall’occhio dell’ “altro”, ma ho voluto lavorare sullo spazio intimo e sulle relazioni private, nonostante la presenza del “fuori” fosse sottolineata nella maggior parte delle immagini. Con A Study On Waitressing mi sposto in uno spazio in cui il pubblico è l’origine della messa in scena e condiziona i nostri comportamenti. 
È importante per me non avere un’idea precisa di quale sarà il lavoro finito limitante per il processo. Credo sia importante concedersi dei margini di errore e momenti di sperimentazione, nonostante a volte possa essere fuorviante. 
Per quanto riguarda l’incoerenza, la fotografia non è il mezzo incoerente per eccellenza? 

SB: Hai chiesto a tre donne di condividere con te brutte esperienze che hanno avuto lavorando come cameriere e hai scelto di restituire queste risposte attraverso il suono delle loro voci. Scegliendo di affidare questa particolare questione ad un audio e non alla matericità di un’immagine hai lasciato aperta strade alternative alla lettura di un ruolo professionale e dei suoi stereotipi. Questa scelta mediale è una conseguenza delle risposte che hai ricevuto?

EA: Una parte di questo progetto analizza il retroscena come un luogo in cui manifestare a pieno la propria identità, una sorta di confessionale in cui dar voce alle proprie esperienze. Offrendo un pensiero privato a un pubblico, ho voluto che questa parte del lavoro creasse un contrasto con il resto della mostra, in cui viene mostrato come l’individuo decide di recitare la propria parte. 
Inizialmente, l’idea era quella di filmare questi racconti, ma molte delle donne non si sentivano a proprio agio nel mostrare il proprio viso. Era molto importante per me che si creasse uno spazio di tranquillità e fiducia e che loro si sentissero libere di poter condividere qualsiasi tipo di esperienza e di raccontarla nel modo che preferivano. 
Allora ho deciso di provare con l’audio che secondo me è stata una scelta interessante per quello che cercavo e, in aggiunta, offre diverse possibilità a livello installativo. 
Questa parte del lavoro è ancora in divenire. Il testo sonoro che ho presentato in mostra ad Almanac è un primo esperimento. 

Eleonora Agostini. A Study On Waitressing
Almanac Inn. Torino
04.02.2022-04.03.2022

Eleonora Agostini, Welcome, Sir (2022)
Eleonora Agostini, The Stage (2021)
Eleonora Agostini, Untitled from the archive
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