ATP DIARY

Elegy di Gabrielle Goliath: uno spazio d’incontro, amore e desiderio

Gabrielle Goliath presenta una mostra indipendente del suo acclamato progetto performativo a lungo termine Elegy (2015-in corso): un’installazione video multicanale presso la Chiesa di Sant’Antonin nel sestiere Castello a Venezia
Elegy_Gabrielle Goliath (2026) – Courtesy of the artist; photo Luca Meneghel

I canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia.
Le melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine.
Le armonie di chi ripara ferite e mondi.

Se queste sono le tonalità minori su cui Koyo Kouoh ci invita a sintonizzarci per questa 61. Biennale di Venezia, allora è evidente che uno degli interventi più riusciti e carichi di significato dell’intera rassegna sia Elegy di Gabrielle Goliath all’interno degli spazi della Chiesa di Sant’Antonin nel sestiere Castello.

Elegy si colloca proprio in uno di quegli spazi liminari che solo la Biennale è in grado di creare. Gabrielle Goliath da voce agli ultimi e agli esclusi incarnando quel paradosso che la vede letteralmente esclusa eppure al centro della scena.
L’esposizione infatti, avrebbe dovuto far parte della manifestazione, ma si presenta come una mostra indipendente. L’artista inizialmente selezionata per rappresentare il Sudafrica ha deciso di abbandonare il suo incarico dopo varie ingerenze governative che avrebbero voluto condizionare il suo intervento.
Un piccolo passo indietro.

Il progetto di Gabrielle Goliath, peraltro già presente nell’edizione del 2024, intreccia femminicidio e crimini contro le persone queer in Sudafrica, il genocidio coloniale tedesco in Namibia e le violenze commesse da Israele a Gaza.
Proprio quest’ultima parte, definita “altamente divisiva” dal ministro sudafricano della cultura Gayton McKenzie, lo avrebbe spinto, preoccupato di “possibili strumentalizzazioni”, a chiedere la revisione del progetto.

Di fronte alla denuncia dell’artista di censura, di una pericolosa ingerenza politica e del rifiuto di modificare la mostra, l’esposizione è stata cancellata, segnando la definitiva non partecipazione del Sudafrica alla Biennale.
Goliath invece grazie alla sua caparbietà e al sostegno di Bertha Foundation, Ibraaz e della galleria Raffaella Cortese, rappresentante dell’artista in Italia, a Venezia è presente con il suo messaggio riparatore di denuncia e speranza.
Al centro del progetto espositivo stazionano otto grandi schermi disposti in semicerchio come monoliti funerari, su cui vengono proiettati interventi performativi già realizzati dall’artista nel corso dell’ultimo decennio con l’aggiunta, proprio per la presentazione veneziana, di 3 nuove “suite performative” dedicate alla studentessa Ipeleng Christine Moholane, a due donne Nama uccise durante il periodo coloniale tedesco e alla poetessa palestinese Hiba Abu Nada uccisa insieme al figlio in un bombardamento israeliano nel 2023.
Nei video donne diverse interpretano un canto rituale, un lamento condiviso e perciò collettivo che attraversa queste storie di violenza e perdita.
È uno spazio di memoria e lutto condiviso, è un atto di caparbia resistenza, è un gesto riparatore che non si vuole rassegnare alla perdita e alla cancellazione. Lo spazio della chiesa si trasforma così in “uno spazio di incontro, una sorta di camera sacra in cui far risuonare un lavoro di amore e desiderio” come dichiarato dall’artista stessa.

Nei nostri miti, nei nostri canti: è lì che si trovano i semi.
Non è possibile concentrarsi incessantemente sulla crisi.
Bisogna avere l’amore e bisogna avere la magia — anche questa è vita.

Toni Morrison, 1977
Elegy_Gabrielle Goliath (2026) – Courtesy of the artist; photo Luca Meneghel
Elegy_Gabrielle Goliath (2026) – Courtesy of the artist; photo Luca Meneghel
Elegy_Gabrielle Goliath (2026) – Courtesy of the artist; photo Luca Meneghel
Elegy_Gabrielle Goliath (2026) – Courtesy of the artist; photo Luca Meneghe