In un tempo segnato da conflitti simultanei e da una moltiplicazione quotidiana delle linee di tensione, sono episodi di belligeranza internazionale e nuove forme di autoritarismo a ridefinire l’orizzonte del presente. È all’interno di questo scenario che si configura come più che mai attuale il progetto Disobedience Archive, avviato nel 2005 da Marco Scotini, che da allora procede nell’interrogare le forme di resistenza e di organizzazione alternativa collettiva emerse negli ultimi decenni. Presentato nella sua versione più ampia fino ad ora al Migros Museum für Gegenwartskunst di Zurigo con il titolo Disobedience Archive (Canopy for Broken Time), il progetto si pone come un archivio in movimento composto da oltre cinquanta materiali filmici, esposti con alcune opere dalla collezione permanente del museo. Nasce in dialogo con il noto collettivo artistico di Delhi, Raqs Media Collective, con l’intento di scrivere e quindi rende visibile la storia contemporanea attraverso le immagini in movimento, mettendo in relazione gesti, immagini e lotte provenienti da contesti geografici e temporali differenti.
Già presentato in numerose occasioni espositive in tutto il mondo – tra le più recenti la Fundación Proa (Buenos Aires, 2025), il Kunsthal Charlottenborg (Copenhagen, 2025), la University of Guanajuato (Messico, 2025) e la 60a Biennale Arte di Venezia (Venezia, 2024) – Disobedience Archive prende avvio nel 2005 a Berlino, attraversando negli anni istituzioni come il Castello di Rivoli, il Van Abbemuseum e la Istanbul Biennial. Il progetto decostruisce l’idea di archivio come dispositivo tradizionale di conservazione, configurandosi piuttosto come una macchina intermittente di continua ri-archiviazione e de-archiviazione. Lo stesso archivio si rivela così una sorta di manuale d’uso dell’azione insorgente, e si esprime mediante una raccolta di video scelti appositamente per ogni occasione espositiva, come a ribadire connotati mediatizzati della storia contemporanea.
Cinque i capitoli, la cui lettura non segue un ordine prestabilito ma che, come un grande atlante, rileva la condizione del presente: Archives in Revolt; Insurgent Community; Gender Disobedience; Radical Ecologies; Diaspora Activism. Sono in dialogo con alcuni artisti dalla collezione del museo: Ursula Biemann, Basel Abbas e Ruanne Abou-Rahme e Graciela Carnevale.


Proprio la sezione Archives in Revolt apre la mostra, con una particolare attenzione a quei materiali filmici e video che sono di per sé degli archivi capaci di ospitare materiali storici, found footage e pellicole del passato. Si incontrano così autori e film molto noti, da Alberto Grifi a John Akomfrah e il Black Audio Film Collective, da Harun Farocki e Andrea Ujica a Wang Bing. Un caso eccezionale di questa sezione è R21, un film-saggio di Mohanad Yaqubi che ricostruisce, come una lettera di solidarietà mai consegnata, una collezione di pellicole palestinesi conservate in Giappone. O ancora Une mémoire vivante, un patrimoine commun di Samir Abdallah, film che ricostruisce, attraverso materiali d’archivio, la storia delle lotte dei movimenti legati all’immigrazione e alle periferie operaie in Europa dagli anni ’70 a oggi.
L’esposizione si chiude con Radical Ecologies, una sezione ispirata al concetto di ecologie plurali di Félix Guattari, che esplora le contraddizioni della modernità e del capitalismo attraverso immagini sperimentali e molteplici. Qui troviamo, ad esempio, Soul Breath Wind diNavjot Altaf, che racconta la ricerca dell’artista con comunità del Chhattisgarh che lottano contro lo sfruttamento delle risorse naturali giustificato come “progresso”. O ancora Juliet Kepes Stone and BUG (Boston Urban Gardens) di Urbonas Studio: nel 2011 gli artisti Nomeda Urbonas e Gediminas Urbonas dialogano con Juliet Kepes Stone sulla storia degli orti comunitari di Boston, registrandoli come come pratiche di resistenza contro la crescente privatizzazione delle risorse urbane.
Sostare sotto una Shamiana, la tenda sud asiatica che in inglese si fa appunto Canopy, equivale ad un’azione di comunità per sfogliare questo manuale della disobbedienza: uno stimolo a pensare quel “no” che non solo blocca il cardine del potere, ma agisce anche come forza motrice del cambiamento. Lo spazio del museo si articola così attraverso Canopies: padiglioni e tendaggi che costruiscono una costellazione di microcosmi temporanei, dispositivi di sosta e attraversamento capaci di attivare forme di visione collettiva e, al tempo stesso, di evocare il fare e farsi comunità. Proprio l’ultima Shamiana nel percorso si struttura come un meeting point aperto a workshop, dibattiti, incontri pubblici e seminari, che tra i vari eventi hanno accolto figure come Anselm Franke e Avery Gordon, Monica Narula e Marco Scotini.
Attraverso questa inafferrabile macchina del dissenso che vive ogni occasione espositiva attraverso la sua stessa trasformazione per ogni nuova sede, Disobedience Archive dimostra l’agire disobbediente del contemporaneo: disobbedire non è solamente negare o destituire. Piuttosto è affermare una progettualità antagonista, una lingua minore, una soggettività altra e multiforme. E mediante la riattivazione di immagini di protesta e pratiche di dissenso, l’archivio ci attrezza di preziosi strumenti critici per leggere le fratture del presente.
Cover: Exhibition view Disobedience Archive (Canopy for Broken Time), Radical Ecologies in dialogue with Canopy: Ferment (Splinter), Migros Museum für Gegenwartskunst, 2026. Photo: Studio Stucky.



