Daniela Comani. Supporto Memoria / Memory Device | Galleria Studio G7, Bologna

L'indagine di Daniela Comani intorno al tema del rapporto tra l'individuo e la memoria collettiva intesse un dialogo a stretto giro con la storia tecnologica dei dispositivi di registrazione, intesi come ideali vascelli di ricordi personali e universali.
27 Gennaio 2024
Daniela Comani, Supporto memoria / Memory Device, exhibition view | Foto F. Rucci. Courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna

La fotografia, si sa, è la più grande menzogna del mondo. E lo sa bene Daniela Comani, che con la sua sesta personale presso la Galleria Studio G7 di Bologna espone tre opere fotografiche e video in un progetto espositivo autocurato dal titolo Supporto memoria / Memory Device (fino al 31 marzo). Una mostra estremamente intima e al contempo collettiva, che propone “[…] una riflessione sul rapporto tra l’individuo e il tempo, tema ormai essenziale nella ricerca dell’artista. Un tempo esplorato, misurato con il proprio corpo, dichiarato con apparecchi, atmosfere e oggetti”. Così il testo critico, redatto da Giangavino Pazzola in accompagnamento alla mostra, offre una lente d’ingrandimento che consente di svelare la complessità di un dialogo visivo che si sviluppa attraverso trent’anni di ricerca dell’artista. Centro intorno al quale gravita la stessa esposizione è Memory Device #1 (2024), un’installazione site-specific composta da quarantaquattro fotografie realizzate su una selezione di dispositivi di registrazione appartenuti all’artista dall’inizio della sua carriera. E non solo. Si susseguono così in progressione temporale macchine fotografiche, registratori, telefoni cellulari, pellicole, nastri audio, floppy disk, CD, memory card e sim card. Una meta-narrazione della storia della tecnologia che si appropria della metafora della linea del tempo e che l’artista, con il suo sguardo estremamente oggettivo e distanziante, fa sconfinare nella dimensione archivistica. In questo contesto, gli strumenti tecnologici non sono semplicemente dei mezzi per evocare il vissuto personale di Comani, ma rientrano all’interno di un deposito gnoseologico di memoria collettiva. Gli strumenti fotografati “aprono all’opportunità dell’interrogazione continua”, spingendo chi osserva non solo a domandarsi se abbia mai posseduto uno di quei dispositivi nel proprio passato, ma anche quali frammenti della vita dell’artista essi abbiano catturato nel corso degli anni. Attimi che aggiungono uno strato alla sedimentazione di quegli archetipi che scavano sottotraccia il vissuto comune e a cui inconsciamente si attinge. Ma così come il progresso, inevitabilmente, ha comportato, nell’ottica di un costante miglioramento, deviazioni e rimozioni dalla storia di alcuni dispositivi, molti dei quali qui fotografati, anche la stessa volontà nella strutturazione univoca di una memoria collettiva necessita di considerare ogni individualità. Se per molti versi il legame tra passato e presente in quest’opera può celare per alcuni la logica sottesa a “Le verifiche” di Ugo Mulas, la celebre serie di fotografie che esplorano la fotografia stessa, per Comani ciò è il risultato di uno sguardo altro, proveniente da un diverso livello di quella stratificazione di significati che, pur essendo universali, sfuggono all’appropriazione unanime.

E ne dà dimostrazione attraverso l’opera Senza Titolo (messa in scena di se stessi) (1992), dove, attraverso la tecnica della doppia esposizione, l’artista si duplica e si autoritrae in tandem con la riproduzione fotografica del progetto del “Große Halle/Volkshalle”, concentrandosi in particolare sulla cupola, grandiosamente concepita da Hitler per superare di diciassette volte le dimensioni di quella di San Pietro, ma mai realizzata. L’interferenza di due piani storici distinti, per di più uno dei quali rimasto unicamente in potenza, demolisce l’impulso di oggettivare un tempo e, di conseguenza, una storia che, pur aspirando a una dimensione collettiva, resta impossibile da inscrivere all’interno di un racconto condiviso universalmente. La sovrapposizione, come atto visivo, invita l’osservatore a considerare il tempo non più come una sequenza ininterrotta e ordinata, ma come un tessuto intricato di strati e interconnessioni. La linearità temporale viene meno, ritrovandosi ad esplorare la possibilità di una simultaneità di esperienze dove il passato e il presente convergono in un’unica cornice visiva. La stessa cornice che racchiude il video split-screen in East Berlin 1990–2020 (2023). Vettore temporale dell’opera è un’automobile che attraversa due distretti orientali di Berlino, da Mitte a Prenzlauer Berg. La prima veduta, immortalata con una videocamera VHS nel 1990, tradisce lo stupore straniante di chi si immerge nella Berlino orientale di cui la storia si era appena riappropriata. Dall’altra parte, la seconda veduta, non solo documenta con un iPhone le trasformazioni urbane, ma trasmette anche la consapevolezza di un paesaggio urbano radicalmente trasformato nel corso di tre decenni. Anni che Comani ha vissuto nella capitale tedesca e durante i quali ha intessuto per le strade, i palazzi, le piazze della città una trama di ricordi e significati, attraverso un processo di coevoluzione con la città stessa. Ritorna in questo modo la necessità di domandarsi quanto della propria persona sia da ricondurre alle esperienze personali e quanto invece sia il risultato di una pluralità di esperienze condivise, seppur non direttamente esperite. E ancora, quanto di ciò che non si è in grado di cogliere in quel “deposito collettivo” sfugga inevitabilmente alla nostra comprensione. 

Daniela Comani, East Berlin 1990–2020, 2023, video split screen, 18′, dettaglio | Foto F. Rucci. Courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna
Daniela Comani, Senza Titolo (messa in scena di se stessi), 1992, polaroid, cm 10,4 x 10,2 | Foto F. Rucci. Courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna
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