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Corrispondenze | FMAV, Modena

Una mostra dal sapore goethiano riferente a quel senso di “affinità elettiva” che trae a sua volta origine dall’idea secondo la quale in natura gli elementi chimici “incontrandosi, subito si compenetrano e si influenzano reciprocamente”, come viene sostenuto nel celebre...

Teresa Giannico, Israeli attack in the Gaza Strip, August 2022. Footage from YouTube @MalaysiaGazette TV coming after lipstick commercials, dalla serie The war is happening on your smartphone, 2024. Stampa inkjet fine art su carta cotone montata su Dbond, 90 x 140,5 cm | Sostenuto da Strategia Fotografia 2023 – DGCC MiC

Una mostra dal sapore goethiano riferente a quel senso di “affinità elettiva” che trae a sua volta origine dall’idea secondo la quale in natura gli elementi chimici “incontrandosi, subito si compenetrano e si influenzano reciprocamente”, come viene sostenuto nel celebre romanzo: Corrispondenze (dall’8 marzo al 5 maggio) presso la sede di Palazzo Santa Margherita di FMAV – Fondazione Modena arti Visive, calcando questa filosofia, ha permesso a sette artisti italiani nati tra il 1984 e il 1994 di selezionare e dialogare con le opere di altrettanti maestri della fotografia presenti nelle collezioni della Fondazione Modena Arti Visive, in cui le generazioni più giovani hanno riscontrato una risonanza nella propria pratica. Curata da Chiara dall’Olio e Daniele De Luigi, la mostra è sostenuta da Strategia Fotografia 2023 e promossa dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, con l’obiettivo di acquisire le nuove opere nelle collezioni di fotografia della Fondazione e nella collezione della Galleria Civica di Modena. La fotografia riveste in questa sede il punto focale, quella sostanza individuale che contiene nella sua natura le diverse estensioni di una pratica che dalla fine dell’Ottocento ha assunto un predicato sempre più linguistico e processuale, tralasciando piuttosto il lato pratico. Per una storia della fotografia che intende porsi in continuità con il presente, l’atto del fotografare è stato qui ibridato con altri media, la cui matrice è prettamente digitale: da un codice binario le opere si diversificano in stampe, video e sculture 3D. Teresa Giannico (Acquaviva delle Fonti, 1985) con la serie The war is happening on your smartphone (2024) riflette sulla narrazione sempre più massimizzata che viene fatta delle guerre, una storia che ha inizio con i primi reportage della BBC in Vietnam e che ha permesso di far conoscere al mondo intero gli orrori dei conflitti. Queste immagini oggi arrivano direttamente sui nostri cellulari e soprattutto sui social networks, luogo virtuale in cui Giannico ha catturato degli screenshots dai video che trattano dei conflitti Russo-Ucraino e Israelo-Palestinese, per poi post-produrli rendendoli simili a delle pitture, sebbene i prodotti finali siano a tutti gli effetti delle stampe fotografiche. Un’esplosione verificatasi a Gaza su cui vanno a sovrapporsi delle inserzioni commerciali e il fermo immagine del video in cui la giornalista Sumaya Abu Attia, intervistata dalla pagina Instagram “Eye on Palestine”, racconta di essere stata sfollata da Khan Yunis: sono queste le immagini che Giannico ha deciso di far interagire con la serie Trackers (2005) di Ahlam Shibli (Shibli-Umm al-Ghanam, 1970), artista che immortala nelle sue fotografie dei palestinesi di origine beduina che si sono arruolati volontariamente nell’esercito israeliano. Da questi ritratti domestici emergono le fotografie appese alle pareti dei ragazzi che hanno prestato servizio militare, rivelando il dietro le quinte di una complessità coloniale che si interseca in determinati casi con una sopravvivenza camuffata da coesistenza.

Corrispondenze, 2024, FMAV Palazzo Santa Margherita. Installation view | ph. © R.P. Guerzoni. FMAV Fondazione Modena Arti Visive. Progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2023 – DGCC MiC

In prosecuzione di un lavoro a lungo termine dal titolo The Y dedicato alla ricerca del padre biologico, Alba Zari (Bangkok, 1987) espone We have the same eyes (2024): combinando la fotografia come memoria, traccia e materiale d’archivio con gli strumenti messi a disposizione dalla biologia, tenta di dare un volto al padre che non ha mai conosciuto. Attraverso il patrimonio genetico suo e dei suoi familiari, Zari ha qui ottenuto il ritratto più realistico che è riuscita a raggiungere finora e, attraverso un software legato ai videogiochi, ha potuto intrattenere un “dialogo”, sebbene unidirezionale, con il padre. La consapevolezza che il vero incontro non potrà mai avvenire ha spinto l’artista verso una combinazione genetica che funge da specchio della sua ricerca identitaria: la fotografia non si limita all’assemblaggio di immagini catturate, sue e dei familiari, ma le manipola e le elabora digitalmente per creare un rapporto con un passato di cui Zari non ha memoria. L’accostamento a Thomas Ruff (Zell am Hamersbach, 1958) e ai suoi Portraits (1985) appare quasi ossimorico, eppure al contempo così perfettamente calzante nella differenza di intenti con cui il celebre fotografo ha da sempre caratterizzato la sua ricerca. I ritratti, accostabili alla neutralità della fototessera, indagano una dimensione dell’identità estremamente oggettiva e che ben si discosta dalla ricerca spasmodica di Zari, in cui l’affidabilità dei dati concreti è messa al servizio di un’idealizzazione, quella del padre, il più possibile aderente alla realtà. Camille (2024) di Silvia Bigi (Ravenna, 1985) include una coralità di presenze che si manifestano attraverso il susseguirsi di varie immagini di piante in uno schermo e che richiamano nell’omonimia cinque donne vissute tra XVI e XVII secolo, processate dall’inquisizione per le loro conoscenze erboristiche. Il reato di stregoneria è il prodotto di una visione della storia imposta e della tendenza delle narrazioni dominanti a plasmare la comprensione collettiva degli eventi, ma in quest’opera diventa strumento per riconoscere la marginalizzazione e valorizzare delle voci sussurranti. La carta da parati, che fa da sfondo all’opera, presenta dei motivi creati da un’intelligenza artificiale a partire da delle scansioni di erbari del ‘500 e del ‘600, la cui eco visuale si riverbera nella serie Herbarium (1984-85) di Joan Fonctuberta (Barcellona, 1955). Assemblando materiali di scarto di varia origine, l’artista catalano crea e fotografa delle forme associabili a delle piante: l’immagine riprodotta appare come un inganno agli occhi di chi la guarda, la serietà della disciplina erboristica decade e con essa gli attributi di classificazione autoimposti dalla scienza stessa.

Corrispondenze, 2024, FMAV Palazzo Santa Margherita. Installation view | ph. © R.P. Guerzoni. FMAV Fondazione Modena Arti Visive. Progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2023 – DGCC MiC

La stessa illusione incide nelle due fotografie di Federico Clavarino (Torino, 1984): Here’s the Church, Here’s the Steeple (2024) e Lion-Eating Poet in the Stone Den (2024). Quest’ultima consiste in un dagherrotipo il cui soggetto umano è creato a partire da un algoritmo generativo, mentre la prima riporta un taglio di macelleria. Entrambe sono inscritte all’interno di una serie di cornici concentriche che fungono da fermo immagine, isolando il movimento temporale tra i due mezzi espressivi: la fotografia convenzionale e l’intelligenza artificiale. Lion-Eating Poet in the Stone Den richiama nel titolo una poesia in cinese mandarino, la quale denuncia il processo di latinizzazione dell’alfabeto cinese; la poesia, composta da 94 caratteri in cinese classico, nella trascrizione in caratteri latini risulterebbe la ripetizione costante del grafema “shi”. Anche Here’s the Church, Here’s the Steeple rielabora le percezioni della materia attraverso una riflessione sui mezzi espressivi: la fotografia prosegue la narrazione della rappresentazione della carne nella storia dell’arte, di cui lo stesso Annibale Carracci con il dipinto “Bottega del macellaio” ha saputo fissare un’iconografia assai diffusa. Tutto ciò è controbilanciato dallo scatto di Masao Yamamoto (Gamagōri, 1957), Senza titolo (1987), in cui la brevità della vita della farfalla è racchiusa nell’istantaneità della fotografia che immobilizza il deterioramento del tempo. Così anche la lingua, veicolo della comunicazione, è destinata a sgretolarsi, i significati si perdono, le parole sbiadiscono; allo stesso modo la carne si consuma, si trasforma, lasciando solo tracce di ciò che era un tempo. E infine, la farfalla, epitome della brevità della vita, muore, lasciando la traccia dell’impermanenza e della delicatezza dell’esistenza. Senza titolo [Ritratto di Franco Columbu] (1978) è il risultato del lavoro da fotografa per lo star system di Los Angeles che Elisa Lionelli (Modena, 1948) ha portato avanti dai primi anni Settanta. La fotografia ritrae il culturista sardo Franco Columbu, amico di Arnold Schwarzenegger, mentre è intento a sollevare dei pesi. I Vaste Programme, di cui fanno parte Giulia Vigna (Latina, 1992) e Leonardo Magrelli (Roma, 1989), hanno tratto spunto dalla logica del perfezionismo culturista estendendolo alla quotidianità di una società contemporanea che obbliga ad essere costantemente attivi e performanti. Il video 20 Minute Full Body Burnout at Home | No Equipment (2024), realizzato dal duo di artisti per l’occasione, consiste nella ripetizione di esercizi ginnici eseguiti da una personal trainer e culmina con un assopimento collettivo, suggerendo una sorta di ribellione o sospensione temporanea dell’incessante ricerca di perfezione. Nello spazio espositivo gli stessi tappetini sono disposti a terra con una replica su ognuno di essi di un frame del video.

Corrispondenze, 2024, FMAV Palazzo Santa Margherita. Installation view | ph. © R.P. Guerzoni. FMAV Fondazione Modena Arti Visive. Progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2023 – DGCC MiC

Con una convergenza per certi versi simbiotica, il duo The Cool Couple, composto da Niccolò Benetton (Arzignano, 1986) e Simone Santilli (Portogruaro, 1987), si accosta a due opere di Richard Misrach (Los Angeles, 1949): San Gorgonio Pass (1981) e Lake Mead #1 (1986), appartenenti entrambe alla serie Desert Cantos iniziata nel 1979. Il deserto è ciò che rende le due fotografie e l’opera del duo, Listening to the Stones (2024), così complementari. Alle mere fotografie del maestro americano, il duo associa un’immagine di un territorio desertico della Sicilia e sovrappone al puro dato visivo l’elemento del suono: l’opera consiste infatti in alcune pietre collegate a delle cuffie, che amplificano l’aspetto metaforico del deserto attraverso un senso, quello dell’udito, che convenzionalmente non è attribuibile a questo contesto. L’opera assume la funzione di un’ode al deserto attraverso i suoi stessi suoni, qui propagati dalle rocce, narratrici silenziose di storie secolari. Esposizione in Tempo Reale n. 12. Viaggio – Trip Lucido (1975) di Franco Vaccari (Modena, 1936) restituisce sotto forma di fotografie l’azione dell’artista svoltasi sulle scale del torrione del castello di Graz, immortalando in bianco e nero tutte le persone che hanno percorso lo spazio. La serie diventa il perno attorno al quale Orecchie D’Asino, formato da Ornella De Carlo (Acquaviva delle Fonti, 1991) e Federica Porro (Como, 1994), ha fatto ruotare il suo intervento Mi lecca come un gelato n. 11 – In uno spazio pubblico e privato (2024). Progetto nato nel 2019 come genesi della loro collaborazione, Mi lecca come un gelato ha assunto molteplici forme e linguaggi ma ha mantenuto l’obiettivo ultimo di porsi delle domande sulla pratica artistica stessa. Il duo realizza un’azione performativa filmata a partire dagli archivi FMAV presso Palazzo Santa Margherita, dove sono conservate le opere originali di Vaccari e che vengono così trasportate, come in una specie di processione sacra, nello spazio espositivo dove si trovano attualmente. L’atto è qui documentato attraverso due video posti uno davanti all’altro, ai cui piedi giacciono le fotografie del maestro, oggetti di un’azione conclusasi in una dimensione spazio-temporale passata di cui solo esse sono testimoni. L’intersezione tra privato e pubblico – rispettivamente l’archivio e gli spazi espositivi –, memoria e rappresentazione, diventa il pretesto per domandarci: la fotografia è creata davvero dall’artista? O è frutto di una serie di contingenze di cui è/siamo partecipanti più o meno consapevoli, all’interno di un flusso vitale su cui nessuno, nemmeno il fotografo, ha il potere di intervenire veramente? 

Corrispondenze, 2024, FMAV Palazzo Santa Margherita. Installation view | ph. © R.P. Guerzoni. FMAV Fondazione Modena Arti Visive. Progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2023 – DGCC MiC
Corrispondenze, 2024, FMAV Palazzo Santa Margherita. Installation view | ph. © R.P. Guerzoni. FMAV Fondazione Modena Arti Visive. Progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2023 – DGCC MiC
Federico Clavarino, Here’s the Church, Here’s the Steeple, 2024. C-print, 25 x 20 cm, Cornice 38 x 44 cm | Sostenuto da Strategia Fotografia 2023 – DGCC MiC