Concetto Pozzati XXL | Palazzo Fava, Bologna

La prima antologica museale dedicata a Pozzati dopo la sua scomparsa, ricca di opere di grande formato, dipinti inediti e poco noti, spazia in oltre cinquant'anni di attività dell'artista restituendo un'immagine mai così sfaccettata del suo universo di segni.
28 Gennaio 2024
Sotto chiave, 2014, acrilico e smalto su tela, 175 x 200 cm | Courtesy Archivio Concetto Pozzati

A sei anni dalla scomparsa di Concetto Pozzati (Vo’, 1935 – Bologna, 2017), la “sua” Bologna gli dedica, presso la sede di Palazzo Fava, un’ampia retrospettiva, che restituisce per la prima volta un’immagine compiuta dell’artista, teorico e curatore, che fu anche a lungo titolare della cattedra di pittura presso l’Accademia cittadina. Sono esposte oltre cinquanta opere dell’Archivio Concetto Pozzati, datate dal 1963 al 2016; tra queste, alcune inedite e altre non più esposte da tempo, che permettono di riscoprire fasi meno note dell’attività del pittore. La mostra, che prende il titolo ironico di Concetto Pozzati XXL (fino all’11 febbraio), è curata da Maura Pozzati, figlia dell’artista e responsabile dell’archivio, che ha deciso così di dare corpo al desiderio del padre di realizzare una mostra di lavori di grande formato, la quale avrebbe dovuto prendere il nome di “Sistina” e collocarsi preferibilmente in un contesto museale bolognese, per instaurare un dialogo con la pittura antica. Offertasi la possibilità di una mostra a Palazzo Fava, Maura Pozzati ha pertanto deciso di non optare per un più tradizionale andamento cronologico, ma piuttosto di impostare un percorso espositivo lungo il piano Nobile che innescasse connessioni e rimandi tra le opere del padre e gli ambienti adornati dai fregi dipinti dai Carracci e dai loro allievi negli anni a cavallo dell’inizio del Seicento. Al piano superiore invece si dispiega un vasto campionario dell’attività grafica di Pozzati, considerata in tutto e per tutto parallela per importanza e sperimentazione rispetto a quella pittorica. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Maretti che, oltre a riportare un’antologia di testi prodotti nel tempo da storici e critici d’arte in riferimento alla produzione dell’artista, dà anche voce al Pozzati critico e teorico dell’arte, giustapponendo alle opere i testi che lui stesso ha composto a loro commento; una traccia preziosa a cui si può ricorrere per verbalizzare un inventario di segni ed immagini che spazia dal surreale, al pop, al concettuale.

Concetto Pozzati XXL, Palazzo Fava. Palazzo delle Esposizioni | Genus Bononiae, Bologna. Foto Elettra Bastoni

Il titolo della mostra trova già una prima declinazione nell’ambiente d’avvio: la Sala Giasone espone alle pareti quattro grandi dittici di sei metri di larghezza della produzione tarda di Pozzati, esposti insieme per la prima volta, che dispiegano nella scala monumentale un raro spaccato sull’intimità familiare del pittore, reso attraverso parate monumentali di oggetti domestici. In Ciao Roberta (2007) commemora la moglie da poco scomparsa magnificandone gli effetti personali e quotidiani, lasciati dietro di sé come vestigia nella casa improvvisamente più vuota e fredda. Il cappello, le pantofole, la bicicletta sono passati in rassegna e “abbracciati” da pon-pon rossi – oggetti contro la cattiva sorte che Pozzati portava sempre con sé –, come espresso dalle parole stesse del pittore: «[questi] quadri sono morbidi, non sono luttuosi, sono luminosi perché ogni persona ha in sé un suo colore […]. Le cose della propria compagna vanno dette e dipinte con pudore e col silenzio intrecciato e infetto dalla solitudine». Se il ricordo di Roberta è affidato al colore e alla luce, ben più plumbea è la distesa simmetrica di oggetti di proprietà di un Pozzati in pieno lutto, che occupano in doppia fila («allineamenti tragici, da ‘fucilazione’») tutta l’estensione del dittico A casa mia (2008): un autoritratto in absentia in cui il dolore ha quasi privato le cose dei loro colori, ma che in minima parte consente almeno di avviare l’elaborazione della perdita attraverso la pittura. Nel terzo dittico, Tempo sospeso (2008-2009), tanti orologi privati delle loro lancette riposano laconici nella penombra di un attimo eterno, pur accendendosi qua e là di toni briosi di vita. Chiudono la sala gli intagli vegetali dipinti di una Cornice cieca (2010), magniloquente rappresentazione di un’assenza di rappresentazione. Nella Sala Rubianesca ecco i quattro inediti, anch’essi rassegne di oggetti raccolti per tipologia: le chiavi e i lucchetti (Sottochiave, 2014), bruniti, sbalzano dagli sfondi monocromi grazie ad un effetto di rilucenza, di metalli corruschi; i telefoni (Occupato, 2012) avvampano e crepitano nei toni rosa-violacei. Ma lungi dall’essere unicamente inventari pop di prodotti dell’industria, permangono sottotraccia, in queste opere tarde, temi ricorrenti nella produzione di Pozzati. Le chiavi, oltre a connotarsi come potenti feticci apotropaici, sono prova delittuosa della pratica fondante l’atto della pittura, il voyeurismo, ormai offuscato: «quante chiavi abbiamo tolto dalla toppa. L’occhio simbolico si appoggiava per ottenere i peccati del voyeur nell’innocente bonomia del ‘guardare’. […] Guardiamo ora solo le chiavi che aprono e chiudono qualcosa che non conosciamo più, che lasciano sì scoperta la toppa per appoggiare l’occhio del guardone, ma la toppa è cieca, è affetta da cataratta. […] Ora, il ‘vedere’ è un bottino fantomatico e si posseggono solo fantasmi». I telefoni “occupati” invitano invece ad un recupero del numinoso, dell’indicibile, in un mondo dominato dall’eccesso efferato di comunicazioni: «Non voglio rivelazioni ma ‘velazioni’ silenziose invisibili, se non introverse. Sono per l’incomunicabilità, per l’‘intrasmissibilità’, per il tacito, per lo scollegamento».

Ciao Roberta, 2007, olio, smalto e acrilico su tela, 200 x 600 cm | Courtesy Archivio Concetto Pozzati
A casa mia, 2007, olio, acrilico e smalto su tela, 200 x 600 cm | Courtesy Archivio Concetto Pozzati

Nella Sala Enea si fa un salto indietro di quarant’anni, per indagare una fase meno conosciuta dell’attività dell’artista, rappresentata da cinque tele a collage ed acrilico. Per Maura Pozzati sono “quadri con una certa aria di mare, fatti nello studio di Numana; c’è del vento, una gran felicità”. In effetti è questa l’impressione che si ricava dalle terse campiture di bianco in cui oggetti dipinti e incollati compongono rebus verbalizzati da parole in corsivo, il cui tema è il rapporto ambiguo tra realtà, immagine e linguaggio. Ne è emblema Analysis of Beauty da e per William Hogarth (1974), un omaggio al trattato dell’artista e teorico settecentesco, declinato tramite una serie di elementi a due o tre dimensioni, dipinti o incollati sulla superficie della tela, ma tutti in definitiva “rubati” dal reale o da fonti precedenti, dando così valore al titolo assunto e sfoggiato da Pozzati di “corsaro della pittura”. Accanto a tali epitomi accidentali della bellezza – una stampa che rappresenta i rapporti proporzionali insiti in una statua antica, un guanto giustapposto alla vista frontale di un piede scultoreo, un’incisione rappresentante una caraffa, un vero cuscino ricamato di rose – l’artista ha tracciato nella campitura bianca ancora fresca una serie di verbi riferibili proprio al soggetto del trattato di Hogarth: “recuperata, trattata, voluta, curata, ornata, programmata, proporzionata, studiata, disegnata, prodotta”. Nella Sala Albani, lo specchio antico che adorna il camino ha suggerito l’allestimento di tre quadri riflettenti della fine degli anni Sessanta, che si inseriscono in una certa tendenza degli artisti italiani dell’epoca a ricorrere a dispositivi di questo tipo per indagare il rapporto tra arte e vita e per dare allo spettatore la possibilità di entrare direttamente nell’opera. Le sagome reiterate di un pomodoro (132 Pom, 1968) o di un cartello stradale (Segnaletica, 1968) aderiscono ad una certa estetica pop, ma al contempo sono state dipinte “a risparmio” (e, inoltre, ombreggiate) sul fondo di vetro argentato, che a sua volta è destinato nel tempo ad ossidarsi, variando imprevedibilmente dal punto di vista percettivo ogni singolo elemento e producendo pertanto discrepanze che sfuggono alla serialità dell’immagine industriale. “L’oggetto pop si ‘vetrifica’ – commenta Maura Pozzati – e ‘riflette’ su se stesso e il suo essere merce”.

Concetto Pozzati XXL, Palazzo Fava. Palazzo delle Esposizioni | Genus Bononiae, Bologna. Foto Elettra Bastoni
Analysis of Beauty da e per William Hogharth, 1974, tecnica mista e collage su tela, 175 x 200 cm | Courtesy Archivio Concetto Pozzati

Nella sala successiva, ai contrasti cromatici che dominano il fregio di Bartolomeo Cesi è stato giustapposto il dittico Con mio padre, Passeggiando tra fiori neri (1989): un notturno lirico in cui il profilo di un paralitico preso in prestito da un quadro del padre Mario Pozzati, anch’egli pittore, cammina idealmente in compagnia dello stesso Concetto accanto ad una serie di vasi cupi, sui quali si accende solo qualche rara e sublime efflorescenza azzurra; un tuffo plumbeo nella memoria. Il resto della sala odora di fiori riccamente impastati di bianco all’interno di un «segno arabescato, imbarocchito, trapuntato», che trovano la loro collocazione nella grande tradizione della pittura di nature morte, stabilendo A che punto siamo con i fiori (1988-1989). L’ultima sala del piano inferiore innesca un cortocircuito tra il quadro più vecchio presente in mostra, J. ovvero la sottomissione (1964), e l’ultimo dipinto realizzato prima di morire, facente parte della serie Vul’vare (2016). In queste ed in altre due opere presenti in sala, due grandi Rose nere (1969), domina il femminile carico di feconda e sensuale carnalità, che esprime quel vitalismo latente che continua a rinnovarsi in tutta la carriera di Pozzati, fino alle ultime opere. Al piano superiore si dispiega Dopo il tutto (1980), una composizione imponente di 301 disegni a tecnica mista esposta originariamente alla Galleria de’ Foscherari nel 1981; a tutti gli effetti un profluvio di immagini e iconografie prelevate dalle fonti più varie, in nome del principio della libera appropriazione e stratificazione di ogni riferimento, dal mondo naturale, dalla storia dell’arte (vi si riconoscono citazioni da Dürer, Van Gogh, Licini, Grosz, Hockney…), dai disegni della propria collezione privata, dalle proprie stesse opere; l’atlante della mente di un corsaro che in decenni di scorrerie si era impadronito di, letteralmente, tutto. O, nelle parole del pittore, «un inventario della fine, un catalogo sulla non differenza dei segni e delle immagini. […] Un gesto di innamoramento del segno per essere di nuovo disegnato. Riscoprire, a distanza, il di-segno». Per dare un seguito a quel proposito, ecco che nell’ultima sala della mostra si squaderna una “quadreria” di disegni datati a tutte le fasi della lunga attività dell’artista, dagli anni Cinquanta al 2016: un “universo Pozzati” vivo e palpitante di astri ironici, drammatici, surreali, intimistici, che esprimono in definitiva un trasporto esistenziale nel condurre esplorazioni rapinose nell’immaginario collettivo, incessantemente alla ricerca del segno, dell’icona, del colore.

Concetto Pozzati XXL, Palazzo Fava. Palazzo delle Esposizioni | Genus Bononiae, Bologna. Foto Elettra Bastoni
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