ATP DIARY

Con te con tutto. Ragni, immagini e parole

Uno scambio di parole tra Aurelio Andrighetto e Chiara Camoni, dove la scrittura si risolve imprevedibilmente in un'immagine composta da ragni, che con i loro fili traslucidi tessono e collegano punti fra loro lontani.
Chiara Camoni, Colonna (Vento), 2024. Grès smaltato. Dettaglio con ragnatela. Courtesy SpazioA, Pistoia

Il testo che segue è un’estensione del progetto espositivo Con te con tutto, curato da Cecilia Canziani per il Padiglione Italia, concepito da Chiara Camoni come un sistema di relazioni in continuo divenire. La sezione progettata da Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli (Dialoghi) amplia il progetto di Camoni oltre il confine dell’autorialità che lega l’opera all’individuo che l’ha concepita. In questo senso va intesa anche l’inaspettata conversione del testo in immagine, una «co-creazione» in cui il testo di Andrighetto sulla ricerca artistica di Camoni viene ri-creato dalla stessa con una metafora visiva. Un processo in fieri dove gli scambi e le relazioni, anche tra linguaggi e saperi diversi, continuano incessantemente a tessere una rete, come i ragni annidati tra i rami e i riccioli delle teste modellate da Camoni: interrupta retexam.


Cara Chiara,
scrivo così come mi viene senza fermarmi. 

Inizio con un ragno.

In Sister (Colonna) un ragno ha trovato alloggio. Se il lavorio della Nephila senegalensis che tesse una ragnatela In Echoes of the Arachnid Orchestra with Cosmic Dust (2017) di Tomás Saraceno è amplificato da microfoni che captano le vibrazioni e le restituiscono in suoni, mentre lo spostamento dell’aria causato dal suono degli altoparlanti stimola i movimenti del ragno, nella tua scultura l’insetto abita pacificamente riposando negli anfratti. Agli habitat biotecnologici, che hanno avuto una certa fortuna anni fa (clamorosa l’opera After A Life Ahead realizzata a Münster da Pierre Huyghe per la manifestazione Skulptur Projekte 2017), opponi dei sistemi organici in cui la tecnologia impiegata è quella arcaica a colombino del vasaio, che trasferisce nelle forme modellate in argilla quella dello spazio cavo in cui riporre il seme: la forma arcaica del femminile nelle società agricole.

Il bellissimo film Zimna Wojna (Cold War), scritto e diretto nel 2018 da Paweł Pawlikowski, comunica molto bene lo smarrimento dell’uomo che ha perso le sue radici contadine. Le ritrova sotto forma di piccoli semi allineati su una tavola d’altare, come in un solco preparato per la semina. Sono dei barbiturici che portano i protagonisti del film nel mondo sotterraneo dal quale Persefone riemerge a Primavera per far maturare e fiorire le messi. Una simbiosi tra umano e vegetale richiamata anche dalle teste fiorite delle tue sculture, memoria delle graste o Teste di Moro siciliane, che la leggenda riferisce alla testa tagliata e usata come vaso per il basilico. Una metamorfosi dell’umano in vegetale ma anche in animale, se consideriamo il ragno che alloggia (o alloggiava) in Sister (Colonna), e anche in minerale. 

Le tue figure in terracotta sembrano avere un rapporto con i corpi umani mineralizzati da Paolo Gorini [mi dicevi del tuo interesse per il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino e delle macchine anatomiche nella Cappella Sansevero a Napoli]. Per le sue pietrificazioni Gorini faceva ricorso a miscele chimiche liquide dette «plutoniche», che simulavano i processi geologici. Nel trattato Sull’origine delle montagne e dei vulcani Gorini dedica particolare attenzione ai «liquidi plutonici», a suo parere responsabili dei processi di fossilizzazione. Nei suoi studi di orittognosia, termine in disuso che indicava una branca della geologia dedicata allo studio e alla classificazione dei fossili, si avverte un virare alchemico della chimica. Non a caso Vespasiano Bignami ritrae Gorini in veste di mago che officia un rito. Il rapporto di Gorini con la Scapigliatura e le Indisposizioni di Belle Arti tradisce la vena ‘plutonica’, magica e gassosa che forma una corrente subacquea profonda nella massa del pensiero positivista, che accompagna la Seconda Rivoluzione Industriale con le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti. I corpi pietrificati della collezione anatomica portano l’attenzione sul riposizionamento dell’umano in rapporto a ciò che non lo è (mondo minerale, vegetale, animale), rivelando una sensibilità che nel XIX secolo anticipa di molto la nostra. 

Gli studi di orittognosia di Gorini, ossessionato dal problema della decomposizione, di cui ha orrore, sembrano indicare che il suo approccio filosofico alla ricerca scientifica non sia appiattito sulle scienze applicate che dominano la ricerca dell’utile, le stesse che tormentano la Nephila senegalensis. Il ragno che abita (o abitava) la tua scultura è invece libero di scegliersi l’alloggio che desidera, sulla base del sistema di relazioni che definisce un ambiente [possiamo dire che nella tua ricerca questo sistema di relazioni si estende alle collaborazioni con altri artisti, critici, curatori, musicisti, ricercatori e intellettuali?]. 

In breve, al di là dei temi ricorrenti che riguardano la circolarità tra mondo umano, animale, vegetale e minerale e la critica agli effetti devastanti dell’Antropocene, la tua opera richiama la vena ‘plutonica’, magica e gassosa di un pensiero non allineato a quello positivista, fiducioso che la tecnica risolverà i problemi. 

Sul fatto che non sarà la tecnica a risolverli lo pensava anche il pontefice Francesco. L’enciclica Laudato si’ del 2015, che tematizza il concetto di «ecologia integrale», porta l’attenzione «sulle radici etiche e spirituali dei problemi ambientali, che ci invitano a cercare soluzioni non solo nella tecnica, ma anche in un cambiamento dell’essere umano». Questo cambiamento implica «compassione e preoccupazione». Il concetto di «ecologia integrale» e di rifondazione spirituale dell’uomo nel contesto di un processo di trasformazione sociale (tema affrontato anche da Kazimir Severinovič Malevič, che credeva in «una vita fisica nuova nel campo spirituale», forse la stessa in cui credono Wiktor e Zula, i protagonisti del film di Pawlikowski. L’ultima battuta è di Zula: «Andiamo dall’altra parte. Lì la vista è migliore» e i due escono dall’inquadratura, ma non dal paesaggio che osservano da un altro lato. Osservare da un altro lato la stessa scena, che non cambia. Vanno dall’altra parte per vedere che «nessuno è separato dal tutto», che il loro amore, faticosamente coltivato nelle traversie del quotidiano, splende e irradia) probabilmente non calza bene il tuo progetto di ricerca [è così?] e perciò passo a qualcosa di più specifico: l’opera di scultura.

Vorrei obiettare che le tue sculture siano anti o contro-monumentali per la loro scala, o mancanza di retorica celebrativa. Se lo sono lo devono essere per altre ragioni. Il monumento è un segno che assume per la collettività valore monumentale in quanto svolge la funzione di richiamare alla mente una narrazione condivisa. Ci si riappropria dello spazio pubblico (e della memoria riferita al luogo) attraverso delle narrazioni, talvolta in conflitto tra loro. Per esempio, il Monumento agli Eroi del Movimento Nazionale di Liberazione della Seconda guerra mondiale, eretto in piazza Adem Jashari a Prishtina nel 1961, celebra la fratellanza dei vari gruppi etnici che hanno partecipato alla resistenza, richiama ciò una narrazione nella quale la popolazione di Prishtina si riconosceva un tempo ma ora (dopo le guerre che hanno insanguinato il Kosovo) non più. La proposta di rimpiazzarlo con un monumento alla resistenza albanese ha alimentato un dibattito, sul quale l’artista Ugo Rondinone, nel corso di Manifesta 14, ha portato l’attenzione rivestendo la struttura in cemento armato e il gruppo di figure stilizzate che sta alla base con una pellicola colorata adesiva. Rondinone ha evidenziato con il colore fluo il dibattito in corso sulla necessità di una nuova narrazione, come quando si evidenzia una frase. La pellicola fluo ha valore monumentale proprio in questo senso. A mio parere, la tua opera è monumentale in quanto richiama alla mente narrazioni ancestrali, legate alle nostre speranze e alle nostre paure, che possiamo ancora condividere [che ne pensi?].

Ancora sulla scultura.

Il retro delle sculture di Medardo Rosso presenta delle escrescenze e dei grumi che esaltano la materia di cui sono composte. Sappiamo bene che alle sue opere non bisogna girare attorno. Rosso disprezzava «quei maestri del girar attorno» suoi colleghi, tanto da assegnare ad Adolfo Wildt il titolo di «pipatt», ovvero di intagliatore di pipe, nel contesto di una polemica sul modo in cui si dovrebbe guardare una scultura (L’Ambrosiano, 12 gennaio 1926). Tuttavia, il retro mostra il lato minerale, sotterraneo, oscuro ed infernale di una compenetrazione, che sul fronte aereo e luminoso mescola la figura umana con la luce, l’atmosfera e tutto ciò che la circonda. È una compenetrazione che troverà uno sviluppo nell’opera di Umberto Boccioni. Fusione di una testa e di una finestra del 1913 è un esempio del debito che Boccioni ha contratto con Rosso.

Le tue sculture, che operano una compenetrazione tra figura modellata come sostanza minerale [mi pare che la forma delle tue Sisters tenda all’informe inorganico, che abbandoni cioè la figura alle forze del mondo minerali attivate in fase di modellazione e di cottura dell’argilla], organismo vegetale e animale (se consideriamo il ragnetto), potrebbero inserirsi in questo solco della ricerca plastica, con l’aggiunta del lato infernale che, come nell’opera di Rosso, è nei grumi dei gessi e delle cere, nelle ossidazioni dei bronzi che ancora conservano residui del processo di lavorazione, ovvero nel mondo minerale che giace nel ventre della «nostra sacra genitrice» (Plinio, vado a memoria). Infernali sono anche le tue Sisters quando rivelano il loro volto oscuro. Divinità benefiche e malefiche, figure e serpentesse.

Ah!

Colgo l’occasione per ricordare l’attaccamento a Plotino del nostro comune caro amico Gian Antonio Gilli. Come sai bene, i suoi studi sull’esperienza di luogo fanno capo al genius loci rappresentato da un serpente che, al momento della morte del filosofo, passa sotto il letto su cui l’infermo giace, scomparendo poi dentro un buco della parete. Abbiamo già ragionato sul rapporto tra le tue serpentesse in onice e ceramica e il genius loci, ma non ancora su un altro aspetto del pensiero di Plotino assonante con il titolo del tuo progetto: Con te con tutto.

Alle parole d’ordine coniate dai cultural studies, che esplorano i margini di permeabilità tra cultura alta e bassa, dai postcolonial studies che analizzano i fenomeni di marginalizzazione o rimozione delle culture altre, dai feminist studies e dai gender studies che affrontano il problema delle culture orientate, parole d’ordine come ecofemminismo – per restare a noi – vorrei aggiungere parole molto diverse ma che risuonano bene con il titolo del tuo progetto espositivo: «ogni cosa è tutto e ciascuno è tutto» (Enneadi, V 8. 4). Sono le parole di Plotino, parole filosofiche del mondo tardo-antico riferite all’idea che tutto nell’universo sia interconnesso: «nessuno è separato dal tutto; ognuno agisce sugli altri e subisce dagli altri un’altra azione» (ivi, II 3, 7). Sono parole che hanno ispirato l’«ecologia integrale». Una concezione filosofica decisamente poco mainstream, sicuramente sprovvista di quelle parole d’ordine che aprono le porte delle istituzioni culturali. Immagino le tue figure metamorfiche illuminate dal pensiero di Plotino e quindi poste in relazione all’Uno filosofico in cui tutto (mondo umano, animale, vegetale e minerale) è interconnesso: Con te con tutto [lettura troppo ardita?].

A questo punto mi sembra di avere detto troppo e in un modo piuttosto rizomatico. Perciò mi fermo, non prima di avere osservato che questa forma di discorso per salti è simile a quelli degli organismi in crescita descritti dalla teoria evolutiva degli equilibri punteggiati o intermittenti. Cambiamenti improvvisi che aprono voragini tra una specie e l’altra, un processo discontinuo e imprevedibile, che ha forse ha un rapporto con la crescita altrettanto discontinua di Con te con tutto.

E risuona: «ogni cosa è tutto e ciascuno è tutto».

Caro Aurelio

è trascorso il mese di agosto, in parte ho staccato la testa, in parte ho continuato a lavorare.
In alcune condizioni favorevoli, non mi sembra nemmeno di poterlo chiamare “lavoro”.
Gli artisti hanno una dedizione straordinaria a quello che fanno, frequentano quotidianamente le proprie opere, non passano un solo giorno senza pensarci. Un misto di piacere ed ossessione!
Ho letto e riletto il tuo testo, non credo di poter aggiungere o modificare nulla. Mi piacciono anche le domande che mi rivolgi nelle parentesi quadre, non le toglierei proprio e nemmeno risponderei, perché mi sembra che aprano delle possibilità, che costituiscano delle questioni aperte.

L’immagine del ragno è bellissima.

Si, l’ho notato anche io, anzi direi li ho notati, perché erano più di uno.
Tra i rami delle teste e tra i riccioli di terracotta hanno trovato casa svariati ragni e altri piccoli insetti. Sottili fili traslucidi collegavano le sculture nella prima Tesa. Come a rendere manifeste, da un giusto punto di vista, le relazioni che le uniscono.
Ecco, le tue parentesi quadre mi sembrano come quei ragni, le lascerei lavorare…


Cover: Chiara Camoni, Con te con tutto, 2026. 61. Esposizione d’Arte, Padiglione Italia, Venezia. Foto © Camilla Maria Santini

Chiara Camoni, Senza titolo (Credenza Armadio), 2021. Legno e materiali vari. Courtesy SpazioA, Pistoia / Medardo Rosso, Grande Rieuse, post 1892. Aristotipo, fotografia di fotografia. Collezione privata