Valerio Adami (Bologna, 1935) è uno dei più importanti artisti italiani viventi, protagonista della Figurazione Narrativa. L’Archivio milanese che tutela e promuove il suo lavoro ha avviato il progetto per la realizzazione di un Catalogo Generale dell’opera dell’artista, affidato al curatore e docente Lorenzo Madaro. In vista di questo progetto, l’Archivio invita collezionisti, istituzioni pubbliche e private, fondazioni, musei, gallerie e quanti possiedano opere di Valerio Adami a segnalarle, affinché possano essere esaminate, documentate ed eventualmente catalogate.
Di seguito alcune domande a Lorenzo Madaro e a Valeria Cantoni Mamiani, presidente dell’Archivio Valerio Adami.
Leonardo Ostuni: Come e quando nasce l’idea di realizzare il catalogo generale dell’opera di Valerio Adami?
Lorenzo Madaro: L’idea del catalogo generale prende forma all’interno di un percorso avviato nel 2021, quando la famiglia costituisce l’Archivio Valerio Adami con l’intenzione di affrontare in maniera sistematica un patrimonio di eccezionale estensione: dipinti, disegni, fotografie, carteggi, documenti, materiali relativi alle esposizioni, testimonianze dei viaggi e delle molte relazioni che hanno accompagnato oltre sessant’anni di lavoro. A Valeria Cantoni Mamiani, nipote di Valerio, si deve l’avvio di questo processo e la determinazione con cui l’Archivio ha progressivamente assunto una precisa fisionomia di luogo di studio e di ricerca. Intorno a lei opera un gruppo con cui il confronto è costante; tra le persone impegnate nella ricerca c’è anche Francesca Fimeroni, giovane studiosa molto preparata e attenta conoscitrice delle vicende dell’artista e della relativa documentazione. Altrettanto importante è il ruolo di Luca Taro Morishita, segretario generale dell’Archivio, assistente di Valerio dal 2014 e figlio del primo assistente di Valerio Keizo Morishita. Quando alcuni mesi fa mi è stata affidata la cura scientifica del catalogo generale, sono entrato dunque in un lavoro già in corso. In questa fase sto definendo, insieme all’Archivio, la metodologia di impostazione tanto del catalogo generale online quanto del volume cartaceo: due strumenti distinti, chiamati a dialogare ma con funzioni differenti. Abbiamo scelto di cominciare dal periodo 1958-1978, i vent’anni nei quali si assiste alla progressiva definizione di una lingua destinata a occupare una posizione assolutamente singolare nella pittura del secondo Novecento. Valerio Adami è un gigante della storia dell’arte contemporanea italiana e internazionale. È una constatazione storica prima ancora che un giudizio di valore: la sua ricerca attraversa più di sei decenni, mantenendo una riconoscibilità straordinaria senza mai ridursi alla replica di una formula. Proprio questa apparente continuità rende oggi ancora più necessario tornare alle opere con strumenti filologici molto rigorosi, perché dietro quella lingua così immediatamente identificabile si riconoscono mutamenti, ritorni, deviazioni, ripensamenti e differenze talvolta molto sottili. La ricerca sta inoltre mostrando quanto il terreno sia ancora aperto. Esistono interi nuclei di carteggi che attendono uno studio sistematico e una quantità considerevole di materiale documentario sostanzialmente ancora inedito. Parallelamente stanno riemergendo numerose opere inedite o poco conosciute, talvolta rimaste per decenni in collezioni private o documentate soltanto attraverso fotografie, annotazioni e materiali d’archivio. È uno degli aspetti più affascinanti del lavoro: ci si accorge che una vicenda apparentemente già ampiamente storicizzata conserva ancora zone da esplorare e, soprattutto, opere capaci di modificare o precisare la lettura di passaggi che credevamo acquisiti. Per questa ragione non penso al catalogo generale come a un repertorio, per quanto accurato. La verifica di provenienze, esposizioni, bibliografie, passaggi collezionistici e documentazione costituisce naturalmente la struttura portante del progetto, ma non ne rappresenta il fine ultimo. Il dato filologico diventa veramente significativo quando permette di porre domande nuove: seguire la genesi di un’immagine, ricostruire la relazione tra un disegno e un dipinto, capire quando una certa soluzione compaia e in quale contesto, verificare la fortuna espositiva di un’opera oppure riportare alla luce lavori che la storiografia ha marginalizzato. La piattaforma online sarà fondamentale proprio perché consentirà alla ricerca di mantenere un carattere aperto: nuove segnalazioni, verifiche, provenienze, bibliografie e acquisizioni documentarie potranno progressivamente integrare il corpus di un artista la cui opera ha avuto una circolazione internazionale vastissima. Il volume cartaceo avrà invece un carattere più dichiaratamente storico-critico. Uno dei suoi nuclei sarà costituito da una cronologia ragionata, alla quale attribuisco un’importanza particolare: non una sequenza convenzionale di date, ma una struttura capace di leggere la storia di Adami accanto alla storia del proprio tempo. Vorrei che una mostra, un viaggio, un incontro, la nascita di un gruppo di opere o una modificazione della sintassi pittorica fossero messi contestualmente in rapporto con ciò che, in quel preciso momento, accadeva nell’arte e nella cultura europea e in altre geografie internazionali. Non per stabilire automatismi o improbabili genealogie, ma per restituire alle opere la densità del presente nel quale sono state concepite: capire quali questioni fossero allora aperte, quali linguaggi stessero mutando, quali idee circolassero e, all’interno di questo orizzonte, misurare con maggiore precisione le prossimità e soprattutto le distanze di Adami. La bellissima mostra Valerio Adami. Laboratorio, realizzata nel 2025 alla Fondazione Marconi, ha offerto in questo senso un’indicazione molto importante. Il rapporto con Giorgio Marconi appartiene a uno dei capitoli fondamentali della vicenda dell’artista e tornare su quelle stagioni attraverso opere e documenti ha mostrato quanto esse possano ancora essere interrogate senza ricadere in una lettura celebrativa. Subito dopo Marconi, naturalmente, c’è un altro interlocutore imprescindibile: Enrico Crispolti. Di recente sono stato all’Archivio Crispolti a Roma, dove Livia Crispolti mi ha consentito di consultare materiali di grande importanza che meritano ora di essere esplorati con particolare attenzione. È un nucleo che potrà restituire nuovi elementi non soltanto sulla ricezione critica dell’opera di Adami, ma anche sulla rete di rapporti, discussioni e occasioni attraverso cui il suo lavoro si è definito e affermato. Ed è proprio questo tipo di ricerca, condotta sulle fonti e sulle carte ancora poco frequentate, che può permettere al catalogo generale di produrre conoscenza nuova invece di limitarsi a riordinare quanto già sappiamo.

Leonardo Ostuni: Sei al lavoro anche su una monografia dedicata ai primi vent’anni dell’attività artistica di Valerio Adami, dal 1958 al 1978. Perché è importante approfondire oggi lo studio di questa prima fase della sua ricerca?
Lorenzo Madaro: Perché tra il 1958 e il 1978 possiamo osservare la costruzione di una lingua nel momento stesso in cui essa cerca la propria forma definitiva. La straordinaria fortuna critica e la riconoscibilità dell’opera di Adami hanno prodotto, nel tempo, un inevitabile effetto retrospettivo: tendiamo a guardare gli inizi conoscendo già ciò che verrà dopo, a riconoscere una grammatica ormai celebre anche là dove era ancora sottoposta a prove, tensioni e possibilità differenti. È proprio questa prospettiva che vorrei rovesciare, leggendo quei vent’anni senza anticiparne l’esito, seguendo il lavoro nel suo farsi. Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta permane nelle opere una temperatura post-informale, una qualità del segno ancora fisica e inquieta. Progressivamente, però, quel segno cambia funzione. Il nero smette di essere soltanto presenza gestuale e diviene principio costruttivo: delimita, connette, interrompe, organizza il campo della pittura. Corpi, oggetti, interni e anatomie vengono progressivamente ricondotti a una struttura nella quale la linea costruisce l’immagine mentre, nello stesso momento, la sottopone a una continua disarticolazione. È un passaggio cruciale, perché permette di comprendere come ciò che successivamente apparirà quasi connaturato alla pittura di Adami sia stato in realtà il risultato di una lunga elaborazione. Tornare a questi anni significa anche riconsiderare alcune categorie critiche che hanno avuto una loro utilità storica ma che oggi rischiano di risultare insufficienti. Il rapporto con la Pop Art è il caso più evidente. Adami partecipa pienamente alla ridefinizione dell’immagine che attraversa gli anni Sessanta, ma lo fa da una posizione difficilmente assimilabile alle esperienze americane o ad altre declinazioni europee della Pop. L’oggetto, nel suo lavoro, non è mai soltanto il frammento di una società dei consumi. Viene attraversato dalla memoria, dalla biografia, dalla letteratura, dalla filosofia, dal viaggio; perde la propria evidenza immediata e acquista una densità mentale e simbolica differente. Un radiatore, un’automobile, un interno domestico, un corpo possono così convivere con la mitologia, con la memoria di una lettura o con una figura della storia culturale. È uno dei caratteri più profondi di Adami: la capacità di mettere sullo stesso piano repertori lontanissimi senza annullarne le differenze, facendo della pittura il luogo in cui ciò che è stato vissuto, visto, letto e ricordato può essere continuamente rimontato. Il disegno costituisce naturalmente uno dei nuclei decisivi della monografia. Non è un semplice antecedente esecutivo del dipinto, e sarebbe riduttivo continuare a definirlo attraverso la categoria tradizionale dello “studio preparatorio”. Il foglio ha in Adami una propria compiutezza: è il luogo nel quale l’immagine viene costruita, sottoposta a verifica, talvolta conservata per anni prima di essere nuovamente ripresa. La lunga esperienza del viaggio ha rafforzato ulteriormente questa autonomia, facendo del disegno un vero territorio mobile del lavoro. Il successivo incontro con la tela e con il colore non cancella quella struttura, ma la riattiva secondo un’altra temperatura. Per questo considero improprio pensare al 1958-1978 semplicemente come a una fase iniziale o, ancora meno, giovanile. È un ventennio dotato di una propria densità, nel quale si definiscono un metodo, una disciplina dello sguardo e una precisa idea della pittura. La monografia nasce dalla volontà di ricostruire questa storia tenendo insieme le opere e tutto ciò che può restituirne le condizioni di formazione: documenti, esposizioni, viaggi, letture, incontri, carteggi, relazioni intellettuali. Ed è proprio la quantità di materiali ancora da studiare a rendere oggi questa ricerca particolarmente necessaria. I carteggi non sono un apparato accessorio: possono restituire una diversa cronologia delle idee, precisare incontri, illuminare passaggi critici, far emergere interlocutori e questioni che nelle ricostruzioni successive sono rimasti in secondo piano. Lo stesso vale per le opere che stanno riemergendo, inedite o poco conosciute: non sono semplicemente aggiunte numeriche al corpus. In alcuni casi possono inserirsi tra due lavori noti e modificare la percezione di un passaggio, mostrare che una certa soluzione era stata sperimentata prima di quanto pensassimo oppure documentare strade successivamente abbandonate. In questo senso anche il materiale conservato nell’Archivio Crispolti mi sembra particolarmente promettente. La recente consultazione a Roma, resa possibile da Livia Crispolti, mi ha permesso di individuare documenti che dovranno essere studiati con calma e messi in relazione con le altre fonti. È precisamente in questo incrocio tra opere, carte e storia critica che credo possa emergere una lettura meno prevedibile dei primi vent’anni di Adami. La cronologia del volume avrà dunque una funzione sostanziale. Non sarà relegata a un apparato finale, ma dovrà costituire una linea di lettura parallela: Adami anno dopo anno, mentre intorno a lui cambiano l’arte, la letteratura, la filosofia, la musica e più in generale le forme della cultura. Milano, Parigi, Londra, New York, ma anche altri luoghi attraversati direttamente dall’artista o entrati nel suo orizzonte. Non per compilare un repertorio di coincidenze, bensì per capire che cosa significhi una determinata scelta di Adami in quel preciso momento storico. Quanto più si ricostruisce accuratamente questo contesto, infatti, tanto più diventa evidente la difficoltà di ricondurlo a una sola categoria. Adami è profondamente dentro il proprio tempo, ne conosce le tensioni e molti dei protagonisti, ma mantiene sempre una distanza che gli consente di trasformare ciò che incontra in qualcosa di irriducibilmente proprio. È forse questo che vorrei emergesse dalla monografia: non la celebrazione retrospettiva di un maestro ormai pienamente consegnato alla storia, ma la possibilità di tornare agli anni in cui quella storia era ancora aperta. Guardare un gigante della storia dell’arte contemporanea e internazionale mentre costruisce, passaggio dopo passaggio, gli strumenti della propria autonomia. E comprendere così non soltanto da dove venga la pittura di Adami, ma perché abbia saputo attraversare oltre sessant’anni senza perdere la propria necessità.

Leonardo Ostuni: Qual è oggi il ruolo dell’Archivio nella tutela e nella conoscenza dell’opera di Valerio Adami, e come è cambiato nel tempo?
Valeria Cantoni Mamiani: All’interno della famiglia, nel 2021 abbiamo deciso di dare una struttura all’archivio Adami fondando l’Associazione, anche in vista del catalogo generale, per raccogliere il suo ampio corpus di opere. Ma non solo, l’apertura del sito dell’archivio e l’avvio di un’organizzazione efficiente anche per le autentiche e l’archiviazione sono divenuti motivo di maggiore attenzione al lavoro dell’artista da parte di collezionisti, istituzioni e galleristi. Dopo la morte di sua moglie Camilla Cantoni Adami (mia zia) avvenuta nel 2023, anche lei pittrice, abbiamo costituito un unico grande archivio che raccoglie le loro opere e tutti gli altri materiali conservati che raccontano oltre 60 anni di vita insieme, tra viaggi, amicizie, corrispondenze, interviste, diari, pensieri e incontri con i principali intellettuali della loro epoca. Di particolare interesse sono i riferimenti iconografici usati da entrambi come fonte ispiratrice delle loro opere.
Valerio Adami non parte dalla pagina bianca, ma realizza i disegni a partire da immagini che raccoglie da libri, giornali, cartoline, opere liriche, viaggi, ecc. Il suo archivio iconografico di pagine strappate, raccolto in numerosi faldoni pesanti e pieni da scoppiare, apre la porta del suo immaginario. La sua passione per la mitologia, per l’arte classica, per la musica e per la poesia è un filo conduttore che ci aiuta a costruire una narrazione che va al di là delle singole opere. L’archivio oggi è una biografia vivente, una narrazione ricca di storie, aneddoti, fotografie, articoli, testi e ricordi di artisti e critici amici che aiutano anche a comprendere l’evoluzione del lavoro di Adami, il suo interesse per gli eventi della storia e del presente che ha saputo raccontare in modo sempre poetico e allegorico. Poter raccogliere la storia creativa di un artista come Adami è come raggomitolare un filo che ha preso mille direzioni e piano piano, con molta pazienza, ridare un senso armonico alla frammentazione e alla dispersione che una vita come quella degli Adami ha distribuito in ogni angolo del pianeta, geografico, culturale e relazionale.
Leonardo Ostuni: Quale obiettivo si pone l’Archivio attraverso la redazione del catalogo generale dell’opera di Valerio Adami?
Valeria Cantoni Mamiani: Valerio Adami è stato molto metodico nell’archiviare i disegni, fin dagli anni ’60, durante i quali la sua produzione era immensa. Quando ci siamo messi al lavoro per digitalizzare il suo lavoro, avevamo già una buona base di fotografie e schede cartacee dei suoi disegni che, come si sa, sono le fondamenta del suo pensiero compositivo da cui poi realizza le pitture. Da un disegno possono nascere uno o più quadri e il grande lavoro che abbiamo iniziato nel 2019 è rintracciare tutti i dipinti. Ci sentiamo come speleologi alla ricerca dell’arca perduta, perché recuperare le immagini e le informazioni di tutti i suoi quadri è un vero lavoro di ricerca, appassionante quanto complesso. Gallerie, musei, istituzioni e collezioni pubbliche e private di tutto il mondo hanno sue opere e ci stanno contattando entusiaste di questo progetto che valorizza il suo lavoro e contribuisce a dargli maggiore coerenza. In questo modo, potendo godere di tutto il suo corpus artistico e del processo mentale del suo lavoro, si può vedere quanto Adami sia veramente una grande maestro contemporaneo che ha attraversato due secoli mantenendo quella curiosità e rigore che lo caratterizzano da sempre e che possono essere di ispirazione per i giovani artisti.
Anche l’evoluzione del suo uso del colore apre a nuove possibilità per la critica contemporanea.
L’archivio avrà presto una nuova sede a Milano e vorrei che quel luogo fosse uno spazio mentale, emotivo, relazionale e di studio anche per le giovani generazioni di artisti, studiosi e ricercatori.
Abbiamo scelto di iniziare con il catalogo generale con i primi vent’anni, 1958-1978, perché, come dice Madaro, quelli sono gli anni nei quali ha cercato spasmodicamente e trovato un suo linguaggio. Nel recuperare i lavori e i materiali al centro di questa prima parte del catalogo generale, ci hanno aiutato fortunatamente le solide relazioni che a quell’epoca Adami ha avuto con galleristi come Marconi e Schwarz a Milano, Maeght in Francia, Marisa del Re a New York, o collezionisti come Monzino che nel 1961-62 aveva comprato praticamente tutta la sua produzione di disegni e quadri. Ci auguriamo di poter uscire con questa prima parte del catalogo e con la monografia a fine 2027 inizio 2028. L’online permette una maggiore flessibilità anche nella raccolta di materiali integrativi e rende la fruizione delle singole opere più agevole, perché si possono visionare in dimensioni piuttosto grandi e si possono leggere meglio i dettagli. La vita di Adami, da sempre dedita al lavoro, è stata scandita da giornate in cui la routine non veniva mai interrotta: al mattino lettura e studio e al pomeriggio disegno o pittura. Ancora oggi è così. E non c’era sabato e domenica o vacanze a interrompere il ritmo. Portava con sé gli album da disegno in viaggio e lavorava nel pomeriggio, in hotel, sulla sua barca a vela o in un appartamento in affitto. Ho viaggiato molto con loro e mi ha sempre colpito questo suo rigore assoluto e dedizione al lavoro. Veniva con me e Camilla alle mostre al mattino, al pomeriggio lei e io scarrozzavamo per le città nel mondo, senza di lui che era al lavoro.
Cover: Valerio Adami Autolavaggio mentale 1964 enameloid su tela, 210×335 cm Courtesy Gió Marconi, Milano


