
Cara città (abbracciami) è il titolo del palinsesto di mostre ed eventi che hanno avviato la stagione espositiva del MACRO, il Museo d’Arte Contemporanea di Roma, sotto la nuova direzione artistica di Cristiana Perrella.
Cara Città, sai quanto ti odio e quanto ti voglio bene, sono nato che tu eri già troppo vecchia per capirci […]: dei versi del giovane poeta Alberto Dubito sono stati scelti per accompagnare una riapertura che, nuovamente, cerca di inscrivere il museo nella storia cittadina, tessendo un dialogo con le esperienze, passate e più recenti, per ribadire il fermento che ha attraversato – e continua a farlo – un luogo troppo spesso tacciato di provincialismo come Roma. Incredibilmente, il museo acquista una nuova consapevolezza del proprio ruolo di connettore culturale, soprattutto rispetto alle generazioni più giovani. Si apre alla musica, e alla sperimentazione sonora, al cinema e all’immagine in movimento, promuovendo un public program particolarmente denso, con aperture serali straordinarie e un nuovo impianto organizzativo che mette in moto i diversi spazi di un museo non di facile gestione, enfatizzandone la dimensione plurale e condivisa.
Quattro mostre hanno inaugurato simultaneamente, con un messaggio implicito di continuità rispetto alla precedente direzione artistica di Luca Lo Pinto – aspetto questo non trascurabile se si considera la sclerotizzazione del museo come derivazione personale intrecciata alle politiche cittadine e capace di neutralizzare il valore simbolico e comunitario di un luogo pubblico.
Al pian terreno del museo, la collettiva UNAROMA, a cura di Cristiana Perrella e Luca Lo Pinto, presenta le opere e gli interventi di oltre settanta artiste e artisti all’interno di un set ideato dallo studio di progettazione e ricerca Parasite 2.0. Muovendosi attraverso il design, l’architettura e la scenografia, Parasite 2.0 ha immaginato una lingua verde, vero e proprio green screen, che corre lungo il pavimento della grande sala al pian terreno del museo configurandosi come un dispositivo per accogliere i diversi interventi inclusi in una collettiva che vuole essere un omaggio seppur parziale alle voci che popolano, o hanno popolato, la città di Roma; la mostra si presenta come una scena aperta in cui le opere vengono riposizionate in una rete di relazioni, frizioni, cortocircuiti temporali e formali. Interrogate per decostruire, metodologicamente, il consueto impianto cronologico che abitualmente guida i criteri espositivi, le opere finiscono per situarsi attraverso percorsi molteplici, fatti di vicinanze, contrasti, rapidi cambi di scena, tangenze formali, o accostamenti imprevisti. Rispetto allo spazio espositivo, tutto l’allestimento è osservabile da più punti di vista, così da rendere il passaggio attraverso la sala anche un ideale passaggio attraverso i tempi – diversi e stratificati – delle opere esposte.



Gli artisti e le artiste incluse nella sezione Set sono: José Angelino, Micol Assaël, Elisabetta Benassi, Tomaso Binga, Paolo Canevari, Anouk Chambaz, Alessandro Cicoria, Giulia Crispiani, Pauline Curnier Jardin & Feel Good Cooperative, Tomaso De Luca, Jos de Gruyter & Harald Thys, Liryc Dela Cruz, Rä di Martino, Federica Di Pietrantonio, Isabella Ducrot, Theo Eshetu, Beatrice Favaretto, Grossi Maglioni, Diego Gualandris, Auriea Harvey, Emiliano Maggi, Andrea Mauti, Diego Miguel Mirabella, Sabina Mirri, Fiamma Montezemolo, Matteo Nasini, Lulù Nuti, Giorgio Orbi, Lina Pallotta, Nicola Pecoraro, Francesca Pionati e Tommaso Arnaldi, Gianni Politi, Agnes Questionmark, Marta Roberti, Andrea Salvino, Suzanne Santoro, Lele Saveri, Gabriele Silli, Lorenzo Silvestri, Nico Vascellari.
Nella sezione Live [Silvia Calderoni e Ilenia Caleo, Canzonieri, CASTRO, CURA., Alvin Curran, DJ SERVICE, FLAMING CREATURES, Industria Indipendente, IUNO, Litografia Bulla e Donato Panaccio, LOCALES, Federico Lodoli e Carlo Gabriele Tribbioli, MAI MAI MAI, Mastequoia, NERO, Quayola, Hugo Sanchez, Carola Spadoni, SPAZIO GRIOT, Giulio Squillacciotti, Strada, Vittoria Totale, Villa Lontana Records, VIPRA SATIVA], al primo piano, la mostra si espande per accogliere a cadenza settimanale interventi dal vivo, performance, dj set, sessioni di ascolto e proiezioni. UNAROMA include anche una serie di appuntamenti Off, commissionati dal museo e realizzati nelle sedi di alcuni spazi indipendenti romani [KENE, Lateral Roma, Porto Simpatica, Post Ex, Spazio In Situ, SPAZIOMENSA, Zoo Zone Art Forum], per attivare progettualità autonome ma connesse alla mostra e restituendo centralità a quelle realtà che producono cultura in modo diffuso e in aree de-centralizzate.
One Day You’ll Understand. 25 anni da Dissonanze, a cura di Cristiana Perrella, ripercorre l’esperienza dello storico festival Dissonanze che, dal 2000 al 2010, ha ridefinito immaginari sonori e digitali ponendo la città al centro di reti internazionali. L’archivio qui assume un valore operativo e funzionale per interrogare il presente attraverso un passato recente che ha saputo essere realmente trasformativo.



Con Sorelle senza nome, a cura di Cristiana Perrella, l’artista brasiliano Jonathas de Andrade presenta una nuova opera video, commissionata da Conciliazione 5 e prodotta da Fondazione In Between Art Film: un racconto di resistenza civile costruito attraverso materiali d’archivio e testimonianze legate a una comunità di donne che, tra Brasile e Roma, hanno intrecciato spiritualità, politica e impegno sociale.
Abitare le rovine del presente, a cura di Giulia Fiocca e Lorenzo Romito (Stalker) indaga pratiche urbane nate dal basso e processi di rigenerazione che hanno contribuito a ridefinire la città, in dialogo con le esperienze presentate in precedenza al Padiglione Austria della Biennale di Architettura 2025.
Contestualmente inaugura il nuovo cinema del MACRO, uno spazio dedicato a proiezioni e incontri. La prima rassegna, Cine-città, curata da Sergio Sozzo e Sara Pirone in collaborazione con il CSC – Cineteca Nazionale, è interamente dedicata alla scena cinematografica romana e darà spazio a nuove voci e nuovi sguardi.
Con queste sue prime declinazioni, il progetto afferma la necessità di considerare le sinergie che abitano una città come patrimonio vivo, capace di generare immaginari e conoscenza. Una visione espansa del museo – che integra didattica, ricerca e sperimentazione – permette di superare una concezione compartimentata riconoscendo la forza di un ecosistema culturale fatto di relazioni, attraversamenti, pratiche collettive e forme ibride di produzione. È in questa apertura, e in questa capacità di tenere insieme diversi linguaggi, comunità e temporalità, che il museo potrebbe ritrovare il suo ruolo pubblico più autentico.


