
L’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze dà avvio al progetto immersivo Invito con Michelangelo. L’evento è curato dallo storico dell’arte e accademico Carlo Falciani in collaborazione con la Galleria Continua. La prima artista coinvolta, chiamata a confrontarsi con il celeberrimo Dio fluviale (1524-25 ca.) di Michelangelo Buonarroti (Caprese, 1475 – Roma, 1564), è Berlinde De Bruyckere (Gand, 1964).
L’Accademia delle Arti del Disegno nasce su idea e nell’impegno di Giorgio Vasari, il noto artista e appassionato studioso delle forme dell’arte del proprio tempo che, sotto l’egida del Granduca Cosimo I de’ Medici, riuscì a suggellare il sogno di uno scrigno contenente tutte le preziosità della mano creatrice e una storia del sapere inestimabile.
L’istituzione di uno spazio fisico tanto fondamentale fu all’origine della moderna e feconda concezione dell’arte, che nel tempo andò sempre più distaccandosi da un immaginario strettamente legato all’applicazione artigiana. I giardini medicei, assieme all’affermarsi sempre più marcato dell’individualità e della fortuna e fama d’artista, furono all’origine di un sogno architettonico e condiviso nella realizzazione dell’eccelso contenitore fiorentino, dedicato all’applicazione e alla discussione sulle arti.
A seguito di una serie di riforme, che si imposero sul finire del Settecento con un avvio dell’opera per mano del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, l’Accademia delle Arti del Disegno fu oggetto di una suddivisione specialistica e settoriale, sulle ali di quanto rincorso e promulgato dal sapere di stampo illuminista. Seguì la nascita e creazione di una serie di spazi per l’arte differenziati (di cui l’Accademia di Belle Arti) e la stessa Istituzione fiorentina andò incontro all’attuale configurazione, che ebbe modo di giungere al suo definitivo approdo nel 1937.
Dal 1970 la sua sede è ubicata in Palazzo dei Beccai, al cospetto della chiesa di Orsanmichele, scrigno, a sua volta, di opere d’arte mirabili e, per la conoscenza storica, fondamentali. In un chiaro rimando alla più intimistica e memorabile presenza d’artista risulta, oggi, interessante notare come il richiamo in dicitura a uno spazio, tempo addietro deputato alla consorteria dei macellai (i beccai), attivi la più pregnante evocazione dei primi passi in arte narrati da De Bruyckere in persona. Figlia di un macellaio e venditore di carni, la giovane Berlinde è entrata presto, materialmente in contatto, con uno spazio del vissuto abitato da carcasse animali, viscere e ossa ancora sanguinanti. Come ha avuto modo di raccontare e riprendere più e più volte, è stato proprio questo universo della carne e della materia pulsante ad aver abbozzato nell’inconscio le rotte di una creatività, fortemente legata alla presenza/evocazione dell’organico.


Per Invitation with Michelangelo Berlinde De Bruyckere si è messa in ascolto della celeberrima scultura del Buonarroti in evocazione dell’argilla, che ne restituisce i contorni, e in ossequio della sua peculiare natura di matrice e bozzetto preparatorio, che ne ha reso grande e raro il trascorso e l’intera storia. Il sommo artista fiorentino inizia, infatti, a lavorare al suo modello in terra cruda (in scala di poco più grande rispetto alla presenza anatomica di un vero e proprio corpo maschile) negli anni in cui è immerso nella progettazione, presso il complesso della Basilica di San Lorenzo a Firenze.
Il corpo, in posizione supina e con il busto che sembra tendere a sollevarsi, è restituito nella parvenza anatomica di carni attraversate dal passaggio del tempo e dai segni dell’età. La testa, apparentemente mozzata, così come l’assenza delle braccia e la restituzione parziale degli arti inferiori, possono trarre in inganno rispetto all’idea di un reperto antico, attraversato da decadenza, incuria o sospensione dei lavori in ossequio del più poetico non finito (cifra stilistica e operativa, per giunta, assai cara al Buonarroti). Sulla scorta del mito e di una tradizione figurativa tramandata, abbiam oggi la quasi certezza (con tanto di un doveroso dubbio tassativo al cospetto di qualsivoglia ricerca e traguardo storico raggiunto) che il modello proposto da Michelangelo fosse stato pensato e volutamente progettato in quella sua più enfatica incompletezza, mirabile cifra stilistica di corpi divini immaginati in un eterno e sacro fluire, mai serrato o sigillato nella carne.
Il Dio Fluviale di Michelangelo, suggellato nell’ode dell’argilla, offrì, sin dalla sua riscoperta, l’eco del più vivo canto nobile del cigno, cinto nel ritrovamento raro di un bozzetto preparatorio, destinato alla restituzione della grande ed eterna scultura in freddo marmo (o nel bronzo caro a molteplici artisti). Le carcasse animali e i corpi androgini, evocati spettralmente e poeticamente da Berlinde, si presentano come la controparte temporale, sentita e figurata di una tecnica dal voluto non finito, che rifulge di magnificenza, partecipazione e oscura bellezza.
Con l’opera a carattere installativo Knoop (2026), appositamente realizzata nell’incontro con la sua idea di Michelangelo, l’artista belga conduce all’attenzione del pubblico un conglomerato di materia affezionata, che rivive in molteplici stati di tessuto e nella forma aperta di un corpo evocato con una struttura in ferro, accordata a plastica, cera e resine varie. Giocando di contorsione e nell’effetto perturbante, che caratterizza la gran parte delle sue sculture, Berlinde De Bruyckere intesse lo spazio di un incontro attraversato da un silenzio evocativo e dalla potenza solitaria della materia. Abbracciando l’attuarsi di una ragnatela sensoriale, coinvolgente e destrutturante, il dialogo tra due grandi artisti, abbraccianti epoche lontane e archetipicamente parallele, brilla di una presenza viva, pronta ad accogliere passi e molteplici respiri.
Cover: Berlinde De Bruyckere, Knoop, 2026 (dettaglio). Courtesy of artist and GALLERIA CONTINUA. Photo Mirjam Devriendt .
