Archeologia del futuro. Quadriennale, Roma

Alla Quadriennale di Roma la seconda mostra "Paesaggio" a cura di Alessandra Troncone: Alessandro Biggio e Antonio Fiorentino
10 Gennaio 2023
In primo piano Antonio Fiorentino, Hermetica Hesperimenta, 2018 – in corso, in secondo piano Alessandro Biggio, Cámua, 2021, Quotidiana – Paesaggio, Museo di Roma, Palazzo Braschi, 2022 – 2023

Paesaggio è una sezione del ciclo Quotidiana, programma espositivo sull’arte italiana contemporanea di Quadriennale che interessa le sale di Palazzo Braschi e nel quale, a cadenza regolare, il board curatoriale riflette su traiettorie artistiche notevoli mediante la redazione di un testo critico e la composizione di una mostra.

La seconda edizione di Paesaggio, esposta fino al 15 gennaio, è Appunti per un’archeologia del futuro, una mostra a cura di Alessandra Troncone che espone le opere di Alessandro Biggio e Antonio Fiorentino. Come anticipato in precedenza, parte integrante e anzi fondante la filosofia espositiva di Paesaggio è il riferimento al testo critico della stessa curatrice, Costruire la memoria disfacendo la materia, una riflessione approfondita nella quale Alessandra Troncone indaga una tendenza artistica caratterizzante una certa produzione scultorea contemporanea: quell’affinità estetica con il reperto archeologico, rovina di un passato non del tutto perduto. Ma forse mai esistito, come se quegli stessi reperti fossero il destino prossimo del nostro presente e chi le osserva fosse un “archeologo di un tempo futuro”. Troncone elabora in questo senso un esercizio di slittamento temporale, quasi con la volontà di redigere uno strumento di interferenza contro “la prigionia del presente”, per citare Marc Augé. Attraverso la costruzione di nuove mitologie, la curatrice identifica infatti nella scrittura di un nuovo mito il dare un senso al tempo che stiamo vivendo, rendendolo cioè un meritevole oggetto di studio. 

Ben lungi da quei capricci con rovine di settecentesca memoria, memento mori significanti un tempo che passa e che fugge, i due artisti hanno fatto dell’estetica del reperto una via per immaginare il futuro: Hermetica Hesperimenta di Antonio Fiorentino è un’installazione che prende il nome da Athanasius Kircher, sottile e personificato rimando alla sperimentazione seicentesca come madrina della scienza moderna. Quello di Fiorentino è un processo aperto, nel quale le opere esposte coincidono con i non finiti dello stesso artista: estremi di un percorso creativo avviato e tutt’ora in corso, come capitoli di un mito in un tempo sospeso. 

Antonio Fiorentino, Hermetica Hesperimenta, 2018 – in corso, particolare, Quotidiana – Paesaggio, Museo di Roma, Palazzo Braschi, 2022 – 23 – foto di Carlo Romano, courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma

Il display dell’opera si arricchisce di elementi che compongono una vera e propria messa in scena: in piena analogia con una scaffalatura di un deposito archeologico, siamo ancora lontani da quella macchina della verità che è l’istituzione dell’archivio. Ecco macerie informi: si è appena conclusa la lotta per la sopravvivenza al barbaro passaggio del tempo che non tutti i reperti hanno saputo sopportare. “Attraverso la distruzione raggiungo l’elevazione, cancello e creo, opere rinascono dalle proprie ceneri come una Fenice”, commenta Fiorentino.

Con questa stessa dialettica di creazione e distruzione, tradizione e trasformazione, si presenta l’opera di Alessandro Biggio, Cámua, che si rifà a usanze vernacolari e di interfaccia tra natura e cultura. Tipico di Biggio è difatti l’impiego di materiali effimeri ma dal forte peso metaforico come la cenere: esito di uno sgretolamento di un corpo, essa esiste come traccia di un passato e sussiste come avvertimento per il futuro. Dopo Ash Cones e la serie scultorea Senne, in Cámua Biggio si concentra sull’espressione dialettale che indica l’azione erosiva di un tarlo che scava l’interno di un tronco abbattuto in una fase lunare errata, sino a sbriciolarlo. Avvolgendo il calco dell’interno in un impasto di acqua e cenere e tessendo sapientemente la cordula, l’opera si fa un monumento appeso di relazioni tra leggi della natura e tradizioni culturali, tra passaggi di stato dove la “centralità è del fare più che del finito”. 

Entrambe le opere, tanto di Fiorentino quanto di Biggio, manifestano in filigrana un’evidente distopia del domani: un contrappasso figurativo nel quale, pur pensate come impermeabili al tempo, le sculture si presentano come reliquie o rovine di epoche arcaiche. Come a voler proporre un’operazione di “compromesso con la fragilità del tempo”, anzi come a voler raggiungere quella dimensione di “tempo puro” di Augé, non databile e fuori dalla storia. Anamnesi del presente come via generatrice di un senso futuro.

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