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Al MACRO la mostra di Miriam Cahn e il Premio Paul Thorel 

Dalla radicalità dello sguardo incarnato di Miriam Cahn alle possibilità generative dell’imperfezione digitale, due mostre al MACRO esplorano nuove forme di visione e di relazione con il presente.
Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph.Ela Bialkowska – OKNO studio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph.Ela Bialkowska – OKNO studio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma

Il MACRO apre la stagione estiva con due importanti progetti: la prima personale in Italia di Miriam Cahn, Ciò che mi guarda, a cura di Cristiana Perrella, e la mostra Le imperfezioni, a cura di Sara Dolfi Agostini, con opere di Caterina De Nicola, Irene Fenara e Lorenza Longhi, vincitrici della terza edizione del Premio Paul Thorel per le arti digitali.  

La mostra Ciò che mi guarda presenta al pubblico una delle figure più emblematiche della cultura visiva internazionale degli ultimi cinquant’anni. Allestita al piano terra del Museo, essa riunisce circa centotrenta opere, con importanti prestiti provenienti da collezioni private. Il percorso espositivo, concepito per favorire un dialogo aperto tra i lavori attraverso una partitura organica, restituisce la complessità e la coerenza della ricerca di Miriam Cahn, caratterizzata da una forte radicalità espressiva e da una profonda densità semantica. 
Un episodio noto racconta come l’allestimento di una mostra di questo tipo sia un elemento determinante, e non accessorio, per cogliere appieno la pratica dell’artista; nel 1982 Miriam Cahn ritira le sue opere – pensate per essere installate in una delle sue rooms dal titolo Wach Raum – dalla Documenta di Kassel curata da Rudi Fuchs, un gesto risolutivo che chiama in causa non solo l’agentività dell’artista, ma anche la contezza della sua responsabilità rispetto al lavoro e nei confronti del pubblico. In questa prospettiva, il display della mostra al MACRO risulta puntuale nella sua restituzione filologica; affidato a Didier Fiúza Faustino / Bureau des Mésarchitecture, esso contribuisce a fornire una lettura multifocale che segue volutamente un’organizzazione per nuclei tematici, piuttosto che uno svolgimento pedissequamente cronologico. La connotazione spaziale è garantita dalla successione delle opere lungo le pareti della grande sala e dalla relazione dinamica delle rooms rispetto allo spazio: campi larghi, con lavori che volutamente esasperano l’orizzonte visivo, prospettive scorciate, volumi che si intersecano confrontando le altezze a creare due ambienti più raccolti per nuclei di opere non separabili. 
Questo spazio agito è funzionale a raccordare in modo organico e articolato una produzione che parte dalla fine degli anni Settanta – con opere inedite per un pubblico italiano – arrivando fino ai lavori prodotti nel 2025; in questa composizione concertante, la direzione è data dal corpo, come luogo di conflitto e di violenze, ma anche come epicentro radicale di espressione. Sessualità, violenza, logiche di potere inscritte nella cultura e nella società sono i topoi che accompagnano da sempre il lavoro di questa artista, la cui straordinarietà è implicitamente inscritta in una certa ostinazione, deliberata e potente.

Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph.Ela Bialkowska – OKNO studio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph.Ela Bialkowska – OKNO studio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma

Con una ricerca che spazia dalla pittura alla performance, passando attraverso scrittura, fotografia e immagine in movimento, Miriam Cahn ha mantenuto una postura che, dall’interno del sistema dell’arte contemporanea, potremmo definire eterodossa. Formatasi in pittura – medium storicamente legato al patto paternalistico con la mistica del genio maschile – Cahn ha saputo reinventare un lessico tutto personale che, seppur consapevole dei lignaggi della storia, non è mai diventato derivativo, né sceso a compromessi consolatorii. In questa marcatura risiede anche l’intransigenza di un posizionamento ostinato e vitale dentro i femminismi e dentro uno statuto ontologico della cultura visuale che fa dell’immagine un tramite di rappresentazione del reale ad ampio spettro. Nelle sequenze ripetute dei suoi corpi nudi, dei ritratti umani e animali – in un’ottica di antispecismo intersezionale – la gestualità della pittura si accompagna al disegno e si rafforza nell’accostamento imprevedibile di cromie acide imparentate con una caratteristica “messa fuori fuoco” in grado di conferire intensità straordinaria sia alla pittura che al segno. 

Il nucleo di lavori della fine degli anni Settanta mette in luce un chiaro rifiuto verso la pittura e la scelta di un medium – il carboncino – che esige estemporaneità e immediatezza, lasciando poco spazio ad eventuali margini di ripensamento. Nelle opere della serie eisprungarbeit/lavoro in ovulazione, 23.06.1985 il carboncino viene di nuovo impiegato in una sequenza di carte nude, appese liberamente alla parete, dove il sé si apre alla dimensione politica del corpo, performato lasciando traccia sotto forma di sudario. 
Le serie delle Atombomben/Bombe atomiche, acquerelli di grande formato realizzati tra il 1987 e il 1991, occupano un nucleo centrale della mostra; in questo passaggio si registra l’avvio di una produzione in cui al bianco e nero succede il colore, con lavori che restituiscono una testimonianza dell’impegno di Cahn nei confronti del movimento femminista e antinucleare. Queste opere, sensuali nello svolgersi della composizione per mezzo di colature espanse, vibranti ed equilibrate nei toni del blu, giallo e rosa, generano un effetto di shock nel rapporto tra la piacevolezza della pura visione e lo scollamento che essa genera rispetto al referente.

Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph.Ela Bialkowska – OKNO studio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph.Ela Bialkowska – OKNO studio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma

Un ruolo fondamentale nella logica della visione di questa mostra spetta alle room installations, una modalità distintiva della pratica di Cahn, risalente agli anni Ottanta e legata a nuclei autonomi di lavori concepiti come unità di senso. HERUMLIEGEN/GIACERE SPARSO (2022) raccorda un insieme di opere realizzate durante l’invasione russa dell’Ucraina, con riferimento agli abusi sessuali e agli stupri sistematici perpetrati ai danni dei civili durante il massacro deliberato di Bucha, città dell’Ucraina settentrionale nell’oblast’ di Kiev. Nella perentoria e necessaria crudezza di questi lavori, come in quelli della serie MARE NOSTRUM, Cahn evoca, più universalmente, tutti quei conflitti a cui il suo lavoro ha da sempre risposto con rabbia, fin dai tempi della guerra del Golfo a quella dei Balcani. La seconda room, FAMILIENRAUM / LA STANZA DELLA FAMIGLIA (1996-2009), raccorda dodici dipinti ad olio e quattro disegni per raccontare di una dimensione più personale e affettiva – tra gli altri, älter ich / io più vecchia, 17.07.2009 / FAMILIENRAUM, das him meiner mutter / il cervello di mia madre, 16.12.2005 + 27.12.2007 / FAMILIENRAUM. Questi due ambienti sono, di fatto, in dialogo tra loro: da un lato, la famiglia come archetipo e costruzione intima di dinamiche normate di potere; dall’altro, la guerra come legittimazione di forme di violenza esplicita e strumento di oppressione.

Nel rapporto con queste rappresentazioni della violenza non si può non pensare a Susan Sontag e al suo Davanti al dolore degli altri (2003): cosa succede davanti alla rappresentazione del dolore degli altri? È possibile una “riproduzione” del dolore? Il lavoro di Miriam Cahn cerca di insinuarsi nell’anestesia emotiva dello sguardo contemporaneo rispetto alla violenza e all’oppressione. Abbandonati, legati, esposti, i corpi in questa sua pittura sono dei territori in cui si inscrivono soprusi, violenze indicibili e dinamiche di potere. In questo inesprimibile, l’arte di Miriam Cahn possiede la capacità di descrivere l’indicibile, portandolo all’attenzione degli occhi degli spettatori non senza un certo quoziente di rischio: il disgusto, lo shock. In questa possibilità si inscrive tutto il portato di questa ricerca. Non tanto per sconvolgere – in maniera solipsistica – quanto piuttosto per rappresentare dei fantasmi che, attraversando la storia collettiva, si insinuano nelle memorie personali, venendo talvolta rimossi dall’inconscio. Cahn cerca di far fronte a tutto questo, ponendo se stessa, in primis, come soggettività compartecipe dei drammi della storia. La bruttura incarnata è ciò che nel caos contemporaneo deve riaffiorare non tanto per introdurre un distanziamento critico – o meglio, non solo – quanto piuttosto per aiutare a comprendere le responsabilità che, in prima istanza, riguardano ognuno e ognuna di noi. 
Il percorso si conclude con una serie di opere recenti (2025) in cui lo sguardo di Cahn si rivolge agli oggetti quotidiani del suo studio. I formati ridotti raccontano di una pittura ravvicinata che utilizza un espediente narrativo come quello del repoussoir per spingere in primo piano un oggetto – un coltello, una fetta di pane tostato tagliata a metà, dei calzini. Qui i titoli corrispondono al giorno, al mese e all’anno di esecuzione, collegando il tempo biologico alla quotidianità della solitudine nello studio. Il corpo compare come metonimia, forse stanco e bisognoso di raccoglimento. 

Miriam Cahn im traum das neugeborene meines freundes halten / in a dream holding my friend’s newborn, 14.09.2022 pencil on paper 33 x 48 cm / HERUMLIEGEN Ph.Meyer Riegger
Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph.Ela Bialkowska – OKNO studio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph.Ela Bialkowska – OKNO studio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma

In concomitanza con la personale di Miriam Cahn, il Museo presenta anche la mostra delle artiste vincitrici della terza edizione del Premio Paul Thorel per le arti digitali. Le imperfezioni è il titolo del progetto curato da Sara Dolfi Agostini – curatrice della Fondazione Paul Thorel – che presenta opere inedite di Caterina De Nicola, Irene Fenara, Lorenza Longhi, prodotte grazie al sostegno della Fondazione nel corso della residenza svolta a Napoli nel 2025. Le tre artiste, nate negli anni Novanta, indagano criticamente il digitale come condizione pervasiva del presente, arrivando a tracciare delle prospettive complementari in cui l’errore, l’imperfezione e lo scarto rispetto alla logica algoritmica possono consentire di individuare uno spazio di reinvenzione critica e di restituzione della complessità e dell’ambiguità dell’esperienza del presente. Come scrive Sara Dolfi Agostini “la mostra è un viaggio dallo spazio cosmico al sottosuolo, insieme visivo e mentale, dove il presente sembra inciampare nel passato. In una società accelerata e competitiva, le artiste usano infatti tattiche di decontestualizzazione e risemantizzazione di scarti, immagini periferiche e oggetti trovati per rimettersi in contatto con un’esperienza di tempo materiale e stratificata”. 

Nata per valorizzare l’eredità artistica e intellettuale di Paul Thorel, tra i primi artisti in Italia a esplorare in modo pionieristico le potenzialità dell’immagine elettronica e digitale, la Fondazione Paul Thorel porta avanti un’attività di ricerca, conservazione, produzione e divulgazione per promuovere una riflessione critica sul rapporto tra tecnologia, immagine e società. In questo contesto si inserisce il Premio Paul Thorel, ideato per supportare artiste e artisti impegnati nella sperimentazione dei linguaggi del digitale. Il Premio si sviluppa attraverso un percorso di selezione, residenza e produzione che offre ai partecipanti l’opportunità di approfondire la propria ricerca e realizzare nuove opere. 

Il progetto di Caterina De Nicola esplora le relazioni tra corpo, tecnologia e costruzione dell’identità, mettendo in luce le tensioni che emergono tra esperienza individuale e sistemi di mediazione digitale. Gli espositori da mercato della serie Old Time Card Rack, le stampe digitali della serie Of self-maintenance, le ceste in vimini della serie This hare in his cage is the prey of the net2026 sostanziano un legame entropico e fallimentare tra sé, corpo e oggetto, richiamando un immaginario segnato dal crollo delle utopie. Irene Fenara concentra la propria ricerca sui dispositivi di visione e controllo, interrogando il modo in cui le immagini vengono prodotte, registrate e interpretate da apparati tecnologici autonomi, ma spesso fallibili, come nel caso di Supervision (Craters). Il lavoro di Lorenza Longhi analizza invece i linguaggi della comunicazione contemporanea, della pubblicità e delle piattaforme digitali, rivelando le strutture economiche e simboliche che modellano desideri, comportamenti e immaginari collettivi negli scatti rubati dalla spy cam delle sue Grab Bags, risemantizzati attraverso le opere della serie Aggiusti & Sartoria.

Nella relazione tra le pratiche di queste artiste la mostra rivela lo scarto concettuale insito nella logica dell’imperfezione; un esercizio di resistenza critica, dall’interno, che comporta una revisione dei meccanismi di dipendenza dall’onniscienza tecnologica e una nuova consapevolezza rispetto alle possibilità del fallimento e della lateralità degli sguardi. 

Cover: Miriam Cahn o.t. / untitled, 14.12.2022 oil on canvas 40 x 65 cm / HERUMLIEGEN Ph.Kopie

Didascalia per tutte le immagini: Le Imperfezioni. Premio Paul Thorel – 3ª edizione, installation view, Roma, 2026. Ph. Ela Bialkowska – OKNO studio. Courtesy MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma