
Uno studio/mansarda/rifugio dai pesanti e scuri tendaggi, che sigillavano finestre e orizzonti esterni, ben restituisce il teatro d’applicazione e sperimentazione continua di un’artista luminosa, ribelle e decisamente controcorrente. Olga Carolina Rama, che per sé scelse il solo appellativo Carol Rama (Torino, 1918 – 2015), incontrò la pittura e la sua espressività artistica lungo un percorso formativo, che non passò mai dall’iscrizione e frequentazione accademica. Il disegno e l’osservazione, che avevano occupato il suo gran passatempo bambino, finiscono presto per abitare e offrire ispirazione alla vita adulta di una giovane donna curiosa della vita e degli orizzonti di una realtà tutta da assaporare.
Nella Torino aristocratica e operaia l’erede di una famiglia industriale attraversa e sposa con la sua esistenza tutte le dinamiche, le criticità e i drammi di un contesto sociale e privato in preda alla grande scossa del cambiamento e ad una crisi per l’industria poderosa, come fu quella del 1929. La perdita di suo padre Amabile in un contesto oscuro e violento traghetterà larga parte degli anni di una famiglia trovatasi all’improvviso sull’orlo del baratro. La giovanissima Carol, poco più che bambina, vivrà la degenza di sua madre Marta in un ospedale psichiatrico, appuntando per la memoria e nel suo taccuino i frammenti del vissuto di donne legate a un letto o costrette a subire la violenza inflitta di un quotidiano cadenzato, assieme alla precarietà di uno spazio insensibile e arrogante come la contenzione forzata. Gli acquerelli degli anni Trenta e Quaranta presentano, non a caso, un frequente richiamo a contorni femminili attraversati da una sofferenza e una deformazione che, nonostante tutto, non si abbandonano all’accettazione supina della fine o della resa. Lingue stilizzate, in richiamo di velenosi e vivaci serpentelli, accompagnano la traiettoria di presenze al femminile coronate dalle verdi ghirlande della più opportuna ribellione e accesa vitalità.
L’universo di Carol (concimato dalla formazione in atelier illustri, come quello di Felice Casorati e sua moglie Daphne Maugham, e illuminato nell’incontro con figure intellettuali del calibro di Sanguineti, Bourgeois, Man Ray e Picasso) abbraccia un decorso dell’arte fortemente motivato nel sentire autentico di uno spirito anarchico, veracemente libero e controcorrente sino al tocco di un più che affezionato e agognato grado zero.



Circondata da conoscenti ed estimatori, Rama fu una delle “rare”donne artiste del suo tempo: ben consapevole delle diffidenze e limitazioni imposte alle donne, che sceglievano di dedicarsi alla creazione in un territorio naturalmente occupato dal peso machista di ogni derivata scelta maschile, la sua decisione e il suo estro furon essenziali e socialmente destrutturanti. Mantenne, a tal proposito, una sconfinata ammirazione per Meret Oppenheim, colei che, pur operando all’interno di un movimento illuminato e d’avanguardia come quello surrealista, si trovò, suo malgrado, spesso limitata e stretta entro le dinamiche decisionali di una manciata di colleghi uomini, nel contesto di lei assai più influenti.
Per l’artista celebrata ed ufficiosamente riconosciuta solo negli anni maturi, il progetto In Visita della Fondazione Pistoia Musei ripercorre la creazione degli anni Cinquanta e Settanta, proponendo al pubblico una selezione di ben sette opere restituenti l’applicazione sperimentale e una certa vicinanza all’astrazione del Movimento Arte Concreta di matrice torinese.
Il critico e curatore d’arte Marco Meneguzzo ha definito “diaristico” l’atteggiamento e la produzione pittorica restituita da Carol Rama (da Valeria Marchi per ATP diary, 6 aprile 2022): seguendo un’immersione del far d’artista, che giunge al cuore di un percorso ricco, amato e sofferto come la vita, a Palazzo de’ Rossi va in scena il ricordo di una presenza celeberrima per l’universo dell’arte. L’incontro/scontro e il sodalizio dei materiali in rapporto al perimetro della tela segnalano uno spazio e territorio della sperimentazione aperto non solo all’ascolto delle tendenze e spinte attive in un dato tempo storico, ma anche alla più sentita creatività di un’artista, che con i contorni del suo mondo ha spesso guerreggiato per giungere al succo di un sentire autentico e vivacemente differente.
Ci sono più aneddoti che, ancor oggi, accompagnano il racconto esistenziale di un’artista mirabile: dalla richiesta di imprimere e lasciare a futura memoria l’impronta del proprio piede entrando in studio su un rotolo del ricordo “materiale infinito”, sino alla necessità di pesanti tende nere che andassero ad oscurare il bel paesaggio offerto oltre la finestra (un panorama , a suo dire, decisamente meno influente dei contorni e della verità concessa dagli oggetti anonimi di uso quotidiano).
Percorrendo sprazzi di una leggenda frizzante, accesa sulla forza del fare e di un tramandare controcorrente, la Fondazione Pistoia Musei e le curatrici Monica Preti e Annamaria Iacuzzi offrono memoria della storica personale pistoiese, realizzata da Carol Rama nel 1965, assieme alla possibilità di un bagaglio ideativo tutto da ragionare e intellettualmente assaporare.
Cover: Carol Rama mostra il premio Alfa Romeo 1951 Foto anonima Casa Museo Carol Rama


