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Joseph Beuys: «La Rivoluzione Siamo Noi. Solo noi»

A partire dal 13 settembre, sino al 15 novembre 2026, i Magazzini della Corticella in Santa Maria della Scala, a Siena, ospitano la retrospettiva Remember Joseph Beuys.

Un uomo, che cammina con sguardo fermo e due scarponi resi dinamici dal suo passo sicuro, in fondo, è poca cosa rispetto al ribelle indisciplinato che, nel 1972, decide di far saltare il banco e, così, capovolgere le scelte vincolate di uno spazio eletto e deputato alla formazione. La Rivoluzione Siamo Noi (1971), oggi conservata con cura e ossequiosa attenzione in rare tirature, un anno dopo le movenze immortalate dall’illustre scatto fotografico, seppe tradursi nella drastica azione del professor Joseph Beuys (Krefeld, 1921 – Düsseldorf, 1986): l’uomo, l’artista, che decisamente rifiutava l’idea di rendere la sua stessa persona parte di un ingranaggio escludente, in arte e pensiero da sempre detestato. 

Tra le aule della celeberrima Kunstakademie di Düsseldorf, fucina di grandi talenti e promettenti artisti, Beuys a inizio nuovo anno accademico si era, infatti, chiaramente rifiutato di procedere con la desueta selezione, ammettendo così al suo corso tutti gli studenti desiderosi di intraprendere le vie dell’arte. L’azione costerà al già famoso artista il più imminente licenziamento che, come ben riscontrato, andò a concimare una ancor più decisa e infuocata riflessione in materia di una coraggiosa e netta presa di posizione rispetto al ruolo dell’insegnamento e alla responsabilità della creazione. Come in sorte ai più grandi e noti artisti, della figura di Joseph Beuys si ode da decenni un gran parlare in accordo alla più fervida idolatria, che finisce paradossalmente per abbracciare quelle professionalità del settore (e, non a caso, una buona manciata di docenti), che, oltre ogni ragionevole dubbio, mai e poi mai avrebbero raccolto la stima e una sentita approvazione da parte dell’uomo Beuys. 

Remember Joseph Beuys – Installation view – Magazzini della Corticella in Santa Maria della Scala, Siena

L’artista, figlio del criminoso Secondo conflitto mondiale, fu sempre, categoricamente fiducioso in un’arte e una creatività, chiamate ad essere umanamente libere e accessibili a tutti. L’attivista politico, che aveva aperto a una luminosa stagione di partecipazione e viva riflessione, fu nel profondo l’eterno superstite di una voragine mortifera che, servendosi della guerra e della violenza, aveva strappato via sogni e inconsapevoli vite. Gli anni Trenta e Quaranta, difatti, erano stati per Beuys il tempo fermo di un adempimento al conflitto, che lo aveva portato a volare nei cieli sovietici per combattere la guerra del Führer. L’aereo abbattuto sulla steppa lo condurrà a una caduta che, differentemente dalla capitolazione, per lui costituirà un nuovo inizio con la presa in carico, cruda e potentissima, riguardo la meschinità di ogni potere innalzato e, così, dell’insensatezza di una lotta sanguinosa combattuta «tra poveri e pari». 

Soccorso e messo in salvo da una tribù nomade dei Tartari, egli entrerà in contatto con un mix di prodotti e metodi della cura primordiale, divenuti presenza stabile ed elisir di gran parte delle sue azioni e creazioni partecipate (basti pensare alla nota performance I like America and America likes me, del 1974, o, ancora, a Sedia con grasso, del 1964). Il grasso e il feltro saranno, infatti, il guscio materico e la culla, che lo accompagnerà sino al tempo della totale guarigione. Alle giornate povere e genuine della vita comunitaria della tribù seguirà presto la detenzione entro il recinto di un campo di prigionia inglese. Il viaggio della guerra di Beuys terminerà nell’apertura, umanamente concimata, verso un’arte intesa come forma di vita e cifra stilistica di un lungo viaggio, vissuto e sofferto. 

Come egli ha spesso ribadito: 

«[…] questo shock dopo la fine della guerra è la mia esperienza primaria, l’esperienza fondamentale che mi ha portato ad imboccare il […] vero percorso artistico, cioè riorientarmi nel senso di un inizio radicalmente nuovo». 

Lucrezia De Domizio Durini (ed.), Paraxo 92, Andora 1992. © Kunsthistorisches Institut in Florenz

Con la grande retrospettiva dal titolo RememberJoseph Beuys (13 settembre – 15 novembre 2026), sondante la collezione privata (e non solo) di Lucrezia De Domizio Durini, i Magazzini della Corticella in Santa Maria della Scala, a Siena, si animano di un ricordo senza fine. Il progetto, ideato da De Domizio Durini, annovera la curatela di Lorenzo Metzler e l’apporto scientifico di Giorgio D’Orazio. Molteplici e significative sono le testimonianze, le opere condotte in mostra e i documenti fotografici di un viaggio della creatività, potente e ricchissimo. Oltre il nucleo centrale di fotografie realizzate da Buby Durini, l’evento presenta la realizzazione peculiare di un’opera-omaggio, frutto delle mani dell’artista senese Jacopo Pischedda. Nell’abbraccio di un’antica struttura ospedaliera, attiva sin dall’epoca medioevale, il percorso espositivo sulle memorie di Beuys si carica ancor più di quell’enfasi magica, che ha condotto la sua figura sui passi di una missione per l’arte partecipante e curativa. 

Annoverando Joseph Beuys si fa spesso accenno all’aura dello sciamano solitario, imprevedibile e focosamente partecipe di uno stare al mondo altrimenti: tornare oggi a riflettere i suoi passi, magari pensando a opere simbolo come 7000 Oak Trees (1982), corrisponde a una presa in carico, spesso deludente, rispetto all’applicazione scopiazzata (certamente meno autentica) di quanti, venuti dopo, hanno professato cura e attenzione per la società e l’ambiente, nel sol battito di fari puntati e luci accese sull’esposizione d’arte per un tempo sottile e assai scarno. Ricordare Beuys, al tempo delle guerre infinite e di un ritorno spettrale di considerazioni arroganti sull’obsolescenza reputata delle norme di tutela ambientale e climatica, infine, corrisponde a tastare, come per il più schietto dei termometri, il grado zero di un contesto mondo atrofizzato e largamente pavido. 

Cover: Axel Hinrich Murken, Joseph Beuys und die Medizin, Münster 1979 © Kunsthistorisches Institut in Florenz

Joseph Beuys – das Wirtschaftswertprinzip, PRINZIP 2 Mensch 20.6.1980, Gent 1980. © Kunsthistorisches Institut in Florenz