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Quello che resta dopo la musica. Opera Festival e il tempo lungo di Milo

Alle pendici dell'Etna, Milo ospita dal 2021 Opera, festival di musica elettronica e sperimentale. Ma quattro giorni d'agosto raccontano solo una parte del lavoro: una biblioteca riaperta, botteghe reinterpretate, un'idea concreta di cosa voglia dire creare valore in un territorio. A pochi giorni dalla chiusura del festival ne abbiamo parlato con il fondatore Andrea Cavallaro.
Crudo Stage, Ballroom – Opera Festival 2026 – foto di Lorenzo Di Napoli

Opera Festival è arrivato quest’anno alla sua sesta edizione. Il tema scelto, Surfaces, layers, overlaps, l’idea di superfici che si sovrappongono senza cancellarsi, è rimasto sottotraccia nel modo stesso in cui il festival è stato costruito. Negli anni precedenti, invece, ogni edizione aveva avuto una parola guida, tradotta anche nei manifesti, capace di raccontare insieme l’evoluzione del festival e il lavoro di ricerca sul territorio. L’anno scorso era stata Sciara, termine siciliano che descrive il terreno trasformato dal passaggio della lava, scelto per raccontare i mutamenti che negli ultimi dieci anni hanno attraversato festival e club.
Andrea Cavallaro prende le distanze dal linguaggio corrente attorno ai festival e ai territori: «Mettere due casse in un luogo storico non è valorizzazione. Quella è sfruttare qualcosa, usufruire di qualcosa. La valorizzazione di un luogo è un’altra cosa: creare innovazione sociale». A suo avviso, termini come valorizzazione derivano da una strumentalizzazione di categorie nate dentro direttive europee, pensate per generare processi che poco hanno a che vedere con eventi fini a sé stessi. Il metro che propone è quello degli output concreti: posti di lavoro, comunicazione, impatto misurabile. «Se sono riuscito a fare questo tipo di lavoro, ho creato una serie di indicatori che mi dicono che ho lavorato bene».
Da qui una riflessione più ampia sul ruolo del terzo settore: «Ci sono associazioni, enti che andrebbero sostenuti a prescindere dai singoli progetti. Il fatto stesso che esista una realtà come la mia a Milo è, per me, il motivo per essere sostenuta».
Viene da pensare, ascoltandolo, alle residenze artistiche che durano una o due settimane e pretendono di restituire la comprensione di un luogo. Per arginare questo rischio, il festival lavora per costruire relazioni più lunghe con gli artisti e con il territorio, favorendo ritorni negli anni successivi e residenze che portino alla produzione reale di opere, uscite discografiche o editoriali, in modo che il lavoro fatto con Opera «si trasformi in qualcosa di concreto, e non di effimero».
Dietro questa idea di innovazione sociale ci sono anche scelte legate alla gestione quotidiana degli spazi. 
La Ballroom, oggi main stage del festival e zona che ospita il camping, nasce dal recupero di un terreno andato in fiamme nell’estate del 2022. Dopo i violenti incendi che colpirono il versante sud-est etneo, l’organizzazione si occupò di ripristinare la viabilità dello spazio e di riprogettarlo in funzione della ricezione del pubblico: un lavoro che non si ferma, che necessita di costanti cure e investimenti per garantire la vitalità dell’area. Sono dettagli minori se presi uno per uno, ma è proprio la loro accumulazione a rendere concreta quell’idea di innovazione sociale più di quanto potrebbe farlo qualsiasi dichiarazione d’intenti.
È dentro questa cornice che si inseriscono i progetti visibili nei quattro giorni di agosto. Dietro Opera Festival c’è Fare Studio, lo studio creativo fondato da Cavallaro che nel tempo è diventato, con le sue parole, «il motore, il partner creativo del festival». Nato nel 2019 e consolidato a ridosso della prima edizione, resta una costola dell’organizzazione, «più uno studio curatoriale che lavora ai progetti» che un’agenzia in senso tradizionale.
È Fare Studio a firmare Fare INNESTI, uno dei progetti più visibili di quest’anno: un percorso che racconta Milo attraverso le insegne, i luoghi e le storie delle sue attività storiche. Nato da una ricognizione delle attività del borgo, il progetto ha accostato sette artisti e illustratori ad altrettanti esercenti, chiamati a reinterpretare segni e linguaggi già esistenti: insegne dipinte a mano, involucri, vetrine, caratteri tipografici, oggetti d’uso quotidiano. All’interno dell’area espositiva dedicata a ogni esercente sono stati resi disponibili, fino a esaurimento scorte, gadget progettati dagli stessi artisti.
Anche la programmazione musicale nasce da una relazione con i luoghi. Alla domanda su come costruisca il programma, Cavallaro rifiuta l’idea di un criterio unico: «Non c’è un criterio di base univoco, non seguo sempre la stessa idea. Mi servo un po’ della ricerca, un po’ dei viaggi, un po’ anche dei luoghi».
Il punto di partenza è lasciarsi ispirare dagli spazi in cui la musica verrà suonata, immaginando in anticipo i colori, le scenografie e il mood che si può costruire nel pubblico. «Lavoro più su questa idea della vibrazione che voglio creare. Chi riesce a darmi quel tipo di resa, da lì costruisco la lineup».

Ballroom – Opera Festival 2026 – foto di Lorenzo Di Napoli

È una scelta che entra in tensione con i budget limitati del festival rispetto ad altri eventi più strutturati sul piano artistico. «Mi piace immaginare che ci siano persone, gli artisti, che possono interpretare questi luoghi». Con gli anni, gli artisti arrivano già preparati, spesso grazie al passaparola di chi è già stato a Milo: conoscono «il tipo di festival, il tipo di luogo, quest’energia di avere un vulcano vicino, l’energia del bosco, la natura». E questo porta con sé «una dimensione del viaggio, che per me è molto importante. Portare l’audience dentro il viaggio dell’artista».

Su questa idea di viaggio e di soglia tra linguaggi si innesta anche la presenza, negli anni, di artisti come Matteo Nasini, che Cavallaro definisce «una figura liminare», nel senso che sfugge alle categorie più convenzionali. E’ stato proprio questo incontro a rendere possibile nel 2025 lo sviluppo di Etnasonica: nato per mezzo di una collaborazione con il centro operativo INGV di Catania e con il ricercatore Alessandro Bonforte, il progetto ha trasformato i dati e i parametri di misurazione non visibili dell’attività sismica dell’Etna in suono, attraverso l’uso di un dispositivo elettronico specificatamente progettato da Nasini.

Tra le novità introdotte nella Ballroom spicca Crudo Stage: un palco più raccolto, pensato per un ascolto diverso, con un sound system artigianale firmato Crudo Sound, il marchio nato dalla ricerca di Cavallaro di un suono nitido e potente. Accanto, una nuova installazione firmata Alte Agent ha sostituito il totem dell’anno precedente. Sono elementi che «costituiscono il DNA» del festival, insieme all’Etna Morning, il concerto all’alba dedicato a un registro più sperimentale. La lineup del 2026 ha attraversato registri diversi, dalla ricerca percussiva di Mohammad Reza Mortazavi all’apertura sperimentale di Bluemarina con il suo Gospel delle sirene.
Cavallaro racconta di aver pensato la prima giornata come un momento dedicato agli elementi naturali: Bluemarina a raccontare le voci dei pescatori, Mortazavi a rappresentare la terra, una performance dedicata al fuoco. «L’arte è un denominatore che c’è sempre, poi alcuni anni è più evidente, in altri meno». Quest’anno quella cornice è tornata esplicita fin dalla prima serata.
Il contesto resta lo stesso da sei anni: i boschi di castagni sopra Milo, i muretti a secco, il profilo dell’Etna che si vede da quasi ogni punto del paese. Non è uno sfondo scenografico, ma la materia di cui il festival è fatto, il luogo che decide dove mettere un palco e come costruirlo.
Questa spinta verso festival e rave all’aperto si legge anche in relazione a un fenomeno più ampio che negli ultimi anni ha attraversato le città italiane: la contrazione degli spazi al chiuso, tra normative più severe verso le forme di aggregazione musicale non convenzionali e la pressione che gentrificazione e riqualificazione esercitano su club indipendenti e centri sociali. In questo quadro, un luogo diffuso e senza pareti come i boschi di Milo funziona anche come risposta a quella chiusura, più che come semplice alternativa estiva al club.
Il palinsesto dei talk si tiene al Claim Stage, adiacente alla piazza di Milo, uno spazio tenuto volutamente separato dalla musica, che ospita anche presentazioni di libri, panel con diversi ospiti e un bookshop pop up dedicato all’editoria indipendente. I temi cambiano di anno in anno, seguendo quelli che più stanno a cuore all’organizzazione.

Se lo scorso anno il focus era sugli aspetti musicali, quest’anno il festival ha voluto raccontare anche il design, con un incontro dedicato a Fare INNESTI, e la Sicilia, con Il margine occulto. Donne invisibili e creature fantastiche di Sicilia. La scrittrice Marinella Fiume, insieme a Chiara Nott, ha attraversato il margine occulto dell’isola, tra streghe, guaritrici, fate e sirene, per riportare alla luce storie di donne, saperi e rituali rimasti ai margini della storia ufficiale.
La ricerca di Fiume sulle donne e sulla memoria del territorio è, per Cavallaro, coerente con l’azione del festival: «Questo festival a volte è invisibile. Dare spazio all’invisibile per noi è un tema, dare voce all’invisibile, Marinella lo ha fatto nei suoi libri, nella sua ricerca».

Un secondo incontro, Socialcrazia. La democrazia alla prova dei social, con Esmeralda Moretti e Beatrice Puglisi, project manager di Scomodo, ha guardato ai social come nuova piazza pubblica, dove informazione, intrattenimento e politica convivono e competono per l’attenzione.

Opera Festival 2026, “Le mie radici sono sempre troppo corte”, progetto rivolto all’infanzia a cura di Chissadove, in collaborazione con la Biblioteca Comunale di Milo e promosso da Musiculture ETS – foto di Domenico Lanaia
Opera Series #01 Berlino – preview del documentario “Genesi” presso Jergon Studio, in collaborazione con In Aria Cineclub

Cavallaro rivendica il peso di questa parte non musicale del programma, gratuita come tutte le attività collaterali del festival: «Considero che sia una parte molto importante. Dà l’opportunità di far uscire il festival, di comunicare anche a target che altrimenti il festival, a livello musicale, non riuscirebbe a raggiungere». È anche un modo diverso di animare la piazza di Milo, capace di includere pubblici lontani da quello che il festival intercetta a livello musicale.
Se questo è il festival che si vede nei quattro giorni di agosto, un’altra parte del lavoro di Opera si svolge nel resto dell’anno e trova nel documentario Genesi uno dei suoi punti di raccordo.

Genesi è diviso in quattro capitoli: anima, natura; sangue, il vino; ossa, il legno; voce, l’Etna. Le riprese risalgono al 2021 e raccontano il luogo attraverso la musica, con un focus sugli elementi su cui si fonda l’economia di Milo. Il capitolo conclusivo, Voce, è arrivato solo quest’anno, chiuso grazie all’intervento di Matteo Nasini, dopo un percorso lungo cinque anni, segnato dai rallentamenti tipici dei progetti indipendenti.
Il documentario ha già avuto una vita fuori dalla Sicilia, presentato a Berlino e a Parigi. Su questa linea di lavoro Cavallaro è netto: non si tratta di esportare il festival così com’è. «Andare a fare un’altra festa a Parigi non aggiungerebbe nulla, né al pubblico di Parigi né al festival». L’idea è piuttosto portare fuori dal territorio progetti disciplinari diversi, un documentario, un’esposizione fotografica, capaci di raccontare davvero il luogo.
Tra le iniziative meno visibili ma più radicate nel territorio, Cavallaro cita il lavoro con le scuole elementari, che quest’anno ha portato a un ciclo di appuntamenti conclusi con un saggio di fine anno e un concerto realizzato dalle bambine e dai bambini, oltre a letture e laboratori distribuiti sul territorio.
A questo si lega la riapertura della biblioteca comunale di Milo, ancora in fase di avvio ma già resa fruibile nel 2023 grazie a un progetto del festival. Prima dell’intervento non c’era nemmeno l’energia elettrica; oggi la biblioteca è stata efficientata con pannelli fotovoltaici, utenze elettriche attivate e una connessione internet pensata per trasformarla anche in uno spazio di coworking sull’Etna, un’esigenza che Cavallaro riconosce come personale oltre che collettiva.
Sono proprio la scuola e la biblioteca, più di qualsiasi installazione del festival, a dare corpo a quella distinzione tra valorizzazione e innovazione sociale da cui Cavallaro era partito. Un impianto elettrico, una connessione internet, un ciclo di laboratori con i bambini non fanno notizia come un nuovo palco, ma sono l’indicatore di lavoro fatto bene di cui parlava lui stesso.
Dentro questa cornice si inserisce anche Le mie radici sono sempre troppo corte, una camminata e letture itineranti per le strade di Milo curata da Chissàdove, alla sua seconda edizione: un percorso tra alberi e muretti a secco che ha restituito nuove storie e libri illustrati al catalogo della biblioteca comunale.
C’è poi la Maison du Cheval, nel cuore di Milo. Nasce dal recupero della cantina dove un tempo si faceva il vino e che, nel tempo, è stata salone da barbiere del nonno e del padre di Cavallaro, poi centralino telefonico del paese, con un contascatti a segnare i costi delle chiamate gestite dalla nonna: «La casa è stata sempre aperta alla gente. Mi piaceva l’idea di mantenere questa tradizione».
Oggi ospita una proposta musicale invernale, tra dj set, live e proiezioni, oltre a degustazioni di vini locali.
Surfaces, layers, overlaps, alla fine, non è stato un manifesto da dichiarare, ma la descrizione di come Opera lavora davvero: per stratificazioni, per accumulo lento di relazioni con un territorio piccolo e per molti versi ancora marginale.
Musica, arti visive, editoria, cura del paesaggio e delle relazioni comunitarie restano dentro lo stesso impianto, con pesi diversi da un anno all’altro ma con la stessa logica di fondo.

Non un festival che arriva e se ne va, ma un’organizzazione che resta sul territorio, dentro un tempo più lungo di quello di un lungo weekend d’agosto.

Cover: Opera Festival 2026, visione dell’Etna all’alba dell’Etnamorning – foto di Domenico Lanaia

Opera Festival 2026, progetto speciale “Fare innesti”, prodotto da Studio Fare x OF26, dettaglio del gadget prodotto da Giovanni Alfano per Ferramenta Fichera – foto di Domenico Lanaia
Ballroom – Opera Festival 2026 – foto di Domenico Lanaia
Opera Festival 2026, progetto speciale “Fare innesti”, prodotto da Studio Fare x OF26, dettaglio del gadget prodotto da Leonardo Maltese per Macelleria Sciuto – foto di Domenico Lanaia