
Questa estate il centro storico di Fermo ha accolto una nuova iniziativa dell’Associazione Karussell, che da tempo si fa promotrice di interventi installativi di giovani artisti e artiste che entrano in dialogo con il patrimonio architettonico della città. In programma fino al 30 settembre è la mostra Boccacce, personale di Giulia Poppi (Modena, 1992. Lavora tra Bologna e Francoforte) a cura di Matilde Galletti: un progetto in più sedi, che ha “abitato” il Giardinetto della Cassa di Risparmio di Fermo, la Torre Matteucci e le Piccole Cisterne Romane. In mostra opere inedite, concepite specificamente per gli spazi selezionati. L’artista ha risposto ad alcune domande sul progetto.
Federico Abate: Per Boccacce hai concepito per alcuni luoghi storici di Fermo delle sculture in acciaio, neon e resina. Fin dal titolo del progetto e delle opere – alcune si intitolano Festino Lente – alludi ad un immaginario infantile e irriverente, che ha a che fare con il gioco e la favola, o quantomeno a un sottotesto narrativo che rimane irrisolto. Da dove arrivano queste immagini di partenza? Cosa desideravi raccontare?
Giulia Poppi: L’Agapanthus fiorito, con i suoi grandi e alti bulbi e fiori viola, accoglie nel giardino. Accanto ai millepiedi genera una sensazione di fuoriscala, un senso di goffo e maldestro. I festoni, Agapanther, in acciaio flettono dolcemente dando alla scena qualcosa di cedevole. Nel giardino è un mondo subalterno che prende il sopravvento, come nello sguardo di un bambino. È uno sguardo che tesse lunghe storie a partire da piccoli dettagli e che vuole fantasticare. La leggerezza è conquistata con assoluta dedizione.

FA: Il testo di sala di Matilde Galletti racconta che il progetto si è costruito seguendo due direttrici parallele: insieme al registro più narrativo, il progetto ti ha permesso di indagare le potenzialità di un materiale per te inedito, il neon. Come hai tenuto insieme questi due aspetti?
GP: Quelle che all’inizio erano delle sensazioni vaghe, i millepiedi che zampettano veloci in un luogo appena rimasto deserto, le rovine dopo un party, si sono finalizzate grazie al neon. Accolgo volentieri una perdita di controllo in favore di un dialogo in divenire con il materiale e mi piace dovermi muovere anche nel perimetro di necessità tecniche, che possono essere ottime suggeritrici. Un rapporto con un nuovo medium è anche questo: lascia un margine di imprevedibilità, che per il mio lavoro è fondamentale.
FA: La curatrice sottolinea quanto sia rischioso lavorare con il neon, per l’eredità artistica molto ingombrante che questo materiale si porta dietro. Come ti sei rapportata a questa eredità? Hai percepito il rischio di cadere nella citazione o nella parodia?
GP: Ho utilizzato il neon in tre momenti e per ogni pezzo ne ho apprezzato e assecondato aspetti diversi e l’ho combinato a materiali differenti. Nei millepiedi, Festino lente #1,2,3, per esempio volevo un abbraccio tra l’acciaio e il gas azzurro, segni leggerissimi alla luce e volevo che diventassero più percepibili sul far della sera, come una materializzazione graduale e dinamica. Molto diversa dalla collana di polvere, Pulviscolo, delle cisterne dove metri di cavo congiungono scarabocchi di gas che imitano granelli di polvere, quelli che si vedono controluce per intenderci. Il neon rosa, Salivella, sorretta da un drappeggio in resina è una scultura che vuole illuminare qualcos’altro, che gravita attorno ad una statua romana di un togato, già presente nelle cisterne. Il drappeggio in marmo sottolinea un corpo senza dettagli fisici, evidenziato solo dalla veste, un oggetto che come spesso accade sopravvive al suo proprietario a lungo e autonomamente.


FA: In che modo ti sei interfacciata con i tre luoghi scelti per ospitare i tuoi lavori?
GP: È avvenuto spontaneamente, Matilde mi ha invitata a intervenire nel giardinetto e poi mi ha dato la possibilità di scuriosare diversi luoghi di Fermo ed ha appoggiato la mia richiesta di lavorare anche in torre e nelle cisterne. La nuova produzione si è articolata spontaneamente: un intervento un po’ burlone in torre che è un luogo aereo, poi un post party in questo bizzarro cortile cieco e per finire le cisterne, dove c’è una stratificazione di differenti usi e di tempo, che ospitano un mondo più crepuscolare, più mistico e generativo.
FA: Alla Torre Matteucci l’opera si affaccia dalla finestra più alta e sorprende chi cammina per strada e alza lo sguardo. Che rapporto intendevi instaurare con i passanti, che non sono necessariamente consapevoli di star guardando un’opera d’arte?
GP: La torre è sempre lì, un po’ seria e severa, volevo vedere qualcosa di beffardo e spettinato fare capolino dalla cima: metri e metri di pallone in mylar, When Dinosaurs Rule The Earth, che si dimena sopra le teste dei passanti, è il palloncino dei sogni, immenso. Ci si può vedere un drago che si è appena infilato nella finestrina e la cui coda scodinzola al vento, un artiglio titillatore, o appunto una lingua. Volevo vedere la torre fare le boccacce.
Cover: Giulia Poppi, Boccacce, 2026. In foto Salivella, neon rosa fosforescente, resina, pigmento, cavi alta tensione, 200x120cm, 2026; Pulviscolo, neon azzurro cavo, dimensioni variabili, 2026 | Ph Alessio Beato

