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“Siamo fatti di spazio”: Antony Gormley a San Gimignano

È in corso fino a metà settembre “What Holds Us”, la mostra personale dell’artista inglese alla Galleria Continua
Antony Gormley, What Holds Us, 2026, vedute della mostra GALLERIA CONTINUA, San Gimignano, © l’artista e GALLERIA CONTINUA Foto: Ela Bialkowska, OKNO Studio

In definitiva, nella parabola creativa di Antony Gormley (Londra 1950), tutto si riconnette a un obiettivo di restaurazione, tutto è riconducibile a una missione di “ritorno alle origini” che in lui attiene alla riflessione e alla pratica artistica tanto quanto a una dimensione ancora più intima, filosofica e spirituale: «Ho voluto riportare in primo piano il corpo che avevo escluso nel periodo iniziale del mio percorso come scultore, vicino al minimalismo e all’arte concettuale; trovare un modo per riconnettermi al corpo, evitando però di ricorrere alla sua rappresentazione», spiegava lui, affabile, alla platea che qualche mese lo ascoltava introdurre la sua ultima mostra italiana. Non poteva essere altrimenti, allora: di corpi“ alla Gormley” è piena What Holds Us, che fino a metà settembre Galleria Continua ospita nella sua sede toscana di San Gimignano; presenze spoglie che paiono generate da una sorta di codice macchina, un algoritmo generatore di pixel primordiali, un alfabeto Morse d’autore in grado di combinare tridimensionalmente unità-base di concretezza e tratti di assenza.
Le presenze che ci accolgono, silenti, appaiono come sequenze di cubi e parallelepipedi grezzi di materia prima, mattoncini che differiscono da opera a opera e che, considerati a posteriori in successione, sembrano scandire le tappe evolutive esperite dalla nostra specie; fonti primigenie (la pietra, l’argilla) che cedono il passo ai prodotti dell’industria (il cemento, il ferro) fino allo stadio attuale rappresentato dal cartone, l’onnipresente involucro che accompagna il perenne fluire delle merci nella contemporaneità dall’e-commerce.
È un’ideale marcia di avvicinamento all’oggi che trova il suo epilogo nella platea dell’ex teatro-cinema dove ha sede Continua: come nel ventre di un polo logistico, quindici cataste di imballaggi formano un percorso labirintico in cui il visitatore è invitato a infilarsi, piegandosi, procedendo a carponi per scoprirne l’interno, spesso retrocedendo, con la luce che filtra da aperture irregolari e le ombre che si accumulano negli angoli, in un susseguirsi di pieni e vuoti che evocano i grandi volumi di una città immaginaria.

Antony Gormley, What Holds Us, 2026, vedute della mostra GALLERIA CONTINUA, San Gimignano, © l’artista e GALLERIA CONTINUA Foto: Ela Bialkowska, OKNO Studio
Antony Gormley, What Holds Us, 2026, vedute della mostra GALLERIA CONTINUA, San Gimignano, © l’artista e GALLERIA CONTINUA Foto: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Il suo nome è Innercity e gli edifici antropomorfi di cui è composta non sono lì per essere guardati da lontano, come vorrebbe la convenzione museale, ma vanno necessariamente attraversati: bisogna entrarci dentro, sottolinea più volte Gormely, perché è sul ritorno alla consapevolezza profonda della nostra natura fisica che si fonda l’intero edificio intellettuale da lui allestito. «Per esaminare la condizione umana», ha spiegato, «bisogna partire dalla domanda: dove siamo? Prima ancora di essere in un luogo preciso, il primo posto in cui ci troviamo è il nostro corpo; ognuno di noi si trova in questo veicolo, in questo contenitore di cui non abbiamo il controllo nonostante sia “il mio corpo”: è un veicolo che non ci appartiene. Io considero il corpo come un luogo e, in quanto luogo, come uno spazio; quindi, tutti noi siamo spazio in un mondo fatto di spazio. Non c’è spazio né separazione tra noi e quanto ci circonda, tra noi come “cose” e il resto delle “cose”. Siamo immersi nello spazio, siamo fatti di spazio, ci colleghiamo gli uni agli altri attraverso lo spazio».
È un punto centrale. Con la sua realtà fisica, i suoi organi e le sue cavità, il corpo rappresenta per l’artista inglese la prima “costruzione” che abitiamo – prima ancora delle case e delle città che progettiamo intorno a esso. L’intera mostra (What Holds Us, che cosa ci tiene assieme…) riecheggia di questa riflessione sulla dimensione “umana” degli ambienti in cui viviamo. Se tutto è relazione, l’accento allora va posto sul dialogo fluido che si instaura tra le due architetture in cui esistiamo: la prima, quella del corpo biologico; la seconda, quella di cui si occupa l’architettura intesa come disciplina e che è l’unica che possiamo pianificare direttamente per migliorare le condizioni in cui si svolge la nostra vita quotidiana. Sono riflessioni affascinanti, che Gormley declina nella pratica con il medium che gli è proprio – ovvero la scultura – rendendo porosi i confini tra le diverse materie d’indagine.

Antony Gormley, BREAK, 2025. Cast iron, 208 x 89.2 x 50.7 cm. Photograph by Stephen White & Co. © the artist
Antony Gormley, INNERCITY, 2026, cardboard, 15 figures, variable dimensions, Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Copyright: © the Artist Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

All’inizio del percorso della mostra, per esempio, sono collocati i Blockworks, grandi sagome formate da blocchi di basalto, impilati, che ribaltano il tema classico della cariatide: qui non è più l’elemento architettonico a sorreggere il peso del corpo edificato, ma è la statua (pesante, materica) a dipendere dai muri trecenteschi dell’ex cinema-galleria per continuare a reggersi in piedi, in un equilibrio che sembra sempre sul punto di cedere. 
Ricondotte attraverso la loro logica strutturale a una condizione di anonimato atemporale, depurate da ogni intento esplicitamente narrativo, i Blockworks – come pure i successivi Slabworks – appaiono al visitatore che li contempla come fortemente intrisi di esistenzialismo; e infatti, ci spiega il loro autore: «All’origine della mia ricerca c’è il confronto con la pratica artistica di Alberto Giacometti, da cui emerse in me la necessità di negare la dualità tra un soggetto “osservante” e un soggetto distante e “oggettivato”. Feci mio un nuovo punto di partenza: come ci si sente a essere in un corpo, come ci si sente a dimorarvi dentro?».
Le figure di Giacometti erano ridotte all’osso: filiformi, quasi consumate dalle circostanze, emblemi spettrali di una solitudine radicale circondata dal vuoto del Dopoguerra – tutti aspetti affini a quelli studiati dal filosofo Jean-Paul Sartre, suo grande estimatore. Gormley, invece, non osserva il corpo da fuori, ma lo indaga dall’interno, intendendolo come luogo di insediamento (l’“abitare il corpo”, a cui si accennava prima), utilizzando spesso calchi delle proprie membra per creare le sue sculture. Lui non le isola su un piedistallo: le poggia direttamente sul pavimento (o all’aperto) per ridefinire lo spazio architettonico (o naturale) circostante. Nonostante il loro anonimato, queste figure prive di lineamenti cercano comunque una connessione con lo spettatore e con il contesto che le ospita: corpi nello spazio, che invitano il pubblico a riflettere sulla propria presenza qui e ora. Esplorando il legame profondo tra noi, lo spazio circostante e le strutture urbane, What Holds Us ci spinge, in sintesi, a interrogarci su quanto di ciò che ci circonda sia davvero solido e quanto, invece, dipenda da strutture che consideriamo permanenti e che invece continuiamo a ricostruire attorno a noi. 

Antony Gormley, EARTH, 2025, clay, 18 slabs, Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Copyright: © the Artist Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio
Antony Gormley, What Holds Us, 2026, vedute della mostra GALLERIA CONTINUA, San Gimignano, © l’artista e GALLERIA CONTINUA Foto: Ela Bialkowska, OKNO Studio
Antony Gormley, WHOLE, 2025. Cast iron, 20.7 x 48.1 x 34.2 cm. Photograph by Stephen White & Co. © the artist
Antony Gormley, What Holds Us, 2026, vedute della mostra GALLERIA CONTINUA, San Gimignano, © l’artista e GALLERIA CONTINUA Foto: Ela Bialkowska, OKNO Studio
Antony Gormley, SKEW II, 2026, concrete, 139 x 85 x 78 cm, Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Copyright: © the Artist Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio
Antony Gormley, 2026 © the artist and GALLERIA CONTINUA Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio