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The Agitational Billboard, il nuovo capitolo del Disobedience Archive a Lisbona

Ad ogni nuova tappa l'archivio immateriale e itinerante sulla disobbedienza di Marco Scotini assume nuove conformazioni e significati. Nell'attuale tappa portoghese si appropria dei linguaggi dei cartelloni propagandistici per parlare di resistenza postocoloniale e di genere.
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Disobedience Archive (The Agitational Billboard), Amélia de Mello Foundation Gallery, Universidade Católica Portuguesa

Nell’ormai lontano 2005 il Disobedience Archive veniva presentato per la prima volta a Berlino: un archivio audiovisivo della disobbedienza, cangiante e in continuo accrescimento, che nella visione del curatore Marco Scotini ha rappresentato dal primo momento un tentativo di costruire una cartografia del dissenso sociale, di quel ribollente sommovimento intersezionale che ad oggi rappresenta la più genuina manifestazione di una necessità di rispondere alle grandi sfide del presente, attraverso l’aggregazione spontanea e l’auto-organizzazione. Le istanze sociopolitiche di individui e comunità discriminate e represse di tutto il mondo trovano rappresentanza nell’archivio attraverso più di cento opere audiovisive di artist* e filmmaker. Il minimo comun denominatore di lavori che di per sé operano con linguaggi espressivi molto diversi e che hanno a che fare con una varietà caleidoscopica di situazioni e di fenomeni, è la necessità di mettere al centro gli atti di disobbedienza, esaltarne la carica sovversiva e immaginifica, e proteggerli dall’oblio della Storia, così come dal travisamento continuamente operato dalle narrazioni dominanti; è questo che di per sé rende il progetto un “archivio”, pur programmaticamente atipico, in quanto immateriale e delocalizzato. Anzi, la sua forza risiede proprio nel fatto di non essere riconducibile ad una specifica istituzione depositaria e responsabile del suo mantenimento, e di essere piuttosto un aggregato di opere interconnesse nella loro totale indipendenza espressiva, che ad ogni attivazione trovano nuovi modi di dialogare reciprocamente e con le diverse realtà espositive internazionali che le ospitano. Istituzioni pubbliche e private, grandi e piccole, per un tempo circoscritto se ne fanno depositi e si espongono per garantirne la libertà di espressione, talvolta a fronte di non indifferenti pressioni sistemiche, in contesti nazionali, lontani ma anche molto vicini, in cui la politica plasma più o meno dichiaratamente la sfera del pronunciabile. Mai uguale a se stesso, l’archivio si cristallizza ogni volta in diverse costellazioni di punti luminosi, vale a dire gli schermi che presentano le opere giustapposte e in scorrimento simultaneo, contro la consequenzialità temporale di un canale unico, il quale ha invece la sua ascendenza in un sistema patriarcale che non ammette il vociare polifonico delle folle.

Disobedience Archive (The Agitational Billboard), Amélia de Mello Foundation Gallery, Universidade Católica Portuguesa

Dopo una recente tappa a Zurigo presso il Migros Museum für Gegenwartskunst (Canopy for Broken Time, tenutasi da febbraio a maggio 2026), oggi l’archivio è approdato a Lisbona, presso la Amélia de Mello Foundation Gallery dell’Universidade Católica Portuguesa. Questa nuova configurazione assume il sottotitolo di The agitational billboard (fino al 25settembre 2026) e vede la collaborazione, per l’allestimento, dell’artista portoghese-sudafricana Ângela Ferreira (Maputo, Mozambico, 1958). In questa circostanza sono diciotto le opere video selezionate, le quali si trovano incastonate in una struttura che si rifà al modello dei chioschi agitprop concepiti all’inizio degli anni Venti dall’artista costruttivista lettone Gustav Klutsis e diffusi per le strade di Mosca. Le strutture di Klutsis incorporavano fotografie, materiale a stampa, proiezioni filmiche, altoparlanti, e fungevano anche da piattaforma per discorsi pubblici. Il dispositivo che si rifà a quell’immaginario racchiude oggi storie di “comunità ribelli e colonialismo”, e di “disobbedienza di genere”: queste le due categorie, tra le varie che costituiscono l’archivio nella sua totalità, selezionate per la mostra di Lisbona, che avrà poi un suo proseguimento a Porto. La selezione affronta senza mezzi termini anche il passato coloniale del Portogallo, e non è un caso se tra i film presenti figura anche un lavoro della stessa Ferreira, dal titolo eloquente, Adventures in Mozambique and the Portuguese Tendency to Forget (2016). Qui si affronta criticamente il lavoro degli antropologi Jorge e Margot Dias presso il popolo Makonde, in Mozambico, mettendone in evidenza un’agenda politica di stampo coloniale legata al regime di Salazar. Gli altri temi trattati nella stessa sezione sono la nascita dei movimenti di attivismo per i diritti civili e di cultura underground, tra American Poetry e Free Jazz, in diverse comunità del Lower East Side di New York all’inizio degli anni Sessanta (Atelier Impopulaire, Before we love, 2024); la repressione politica in Marocco negli anni Settanta (Ali Essafi, Wanted, 2011); le guerre di decolonizzazione in Angola, Guinea-Bissau, Guinea francese e Capo Verde e i crimini di guerra dell’esercito portoghese (Sarah Maldoror, Monangambééé, 1968); la stretta relazione tra le leggi internazionali e il colonialismo in rapporto alla storia architettonica dei Palazzi di Giustizia di Bruxelles e di Lima (Daniela Ortiz, Empire of the Law, 2019); le dinamiche di potere e di speculazione economica intorno allo Stretto di Malacca e all’arcipelago indonesiano delle Riau (Tita Salina & Irwam Ahmett, B.A.T.A.M – When you Arrive you’ll Regret, 2020); le rivolte in Egitto del 2011 (Roy Samaha, Transparent Evil, 2011); i movimenti giapponesi solidali nei confronti della Palestina (Mohanad Yaqubi, R21 Aka Restoring Solidarity, 2022); la guerra anti-coloniale in Malesia e Singapore contro gli occupanti britannici tra 1948 e 1960 (Sim Chi Yin, Requiem (Internationale, Goodbye Malaya), 2017).

Disobedience Archive (The Agitational Billboard), Amélia de Mello Foundation Gallery, Universidade Católica Portuguesa

L’altra sezione risponde invece alla galassia cangiante di movimenti femministi e queer, che hanno fatto proprie in chiave intersezionale anche le lotte delle minoranze etniche e di classe. Si incontrano qui i filmati che documentano uno storico sciopero condotto nel 1977 da un sindacato femminile in Turchia (Ege Berensel, March of Women, 2018); altri temi trattati sono il ruolo delle donne come guaritrici e guide spirituali nella cultura Mapuche, diffusa nelle regioni meridionali del Cile e dell’Argentina e pressoché cancellata dal colonialismo spagnolo (Seba Calfuqueo, Nunca serás un weye (You will never be a weye), 2015); la storia di Marcella Di Folco, la prima persona trasgender al mondo ad aver ricoperto una posizione pubblica (Simone Cangelosi, Una nobile rivoluzione: ritratto di Marcella Di Folco, 2014); le pratiche “frivole” che, dispiegate in contesti di protesta pubblica, mostrano la capacità di mettere a nudo le storture del potere (Marcelo Expósito & Nuria Vila, Tactical Frivolity + Rhythms of Resistance, 2007); un manifesto di emancipazione delle donne che lavorano come prostitute, che passa dalla riacquisizione di agentività sociale (Maria Galindo & Mujeres Creando, Revoluciòn Puta, 2023); il mondo della scena Kiki di New York, una subcultura radicata nelle comunità ispaniche e afroamericane LGBTQIA+, con le sue parate drag che sono anche contesti aggregativi e di sostegno reciproco (Sara Jordenö, Kiki, 2016); la storia di José Francisco Pereira, uno schiavo processato nel 1731 dall’Inquisizione di Lisbona per stregoneria e sodomia (Carlos Motta, Corpo Fechado – The Devil’s Work, 2018); il ruolo delle donne curde nelle proteste pacifiche nella città di Van, nel 2024, contro i tentativi di cancellare la cultura e l’identità politica del loro popolo (Pinar ÖğrenciThe Objection of the Mothers of the City, 2025); e, infine, le proteste dei movimenti femministi ed LGBTQIA+ a Istanbul del 2018 (Güliz Sağlam, 8 Mart 2018 – Istanbul / 8th of March 2018, 2018).

Disobedience Archive (The Agitational Billboard), Amélia de Mello Foundation Gallery, Universidade Católica Portuguesa

Si ha davvero l’impressione di un coro di voci che parla all’unisono, creando armonia dalla dissonanza. Questa sensazione è stata ancor più accentuata dal fatto che la mostra ha inaugurato durante lo svolgimento della XVI Lisbon Summer School for the Study of Culture, organizzata dalla Universidade Católica Portuguesa in collaborazione con la Porto Summer School on Art & Cinema, e caratterizzata da un fitto programma di lecture, seminari, workshop, talk, performance e proiezioni, incentrato proprio sul tema della disobbedienza, che ha moltiplicato le letture e le prospettive sul tema. A chiudere il cerchio, vale la pena richiamare alcuni passaggi del talk tra Ângela Ferreira e Marco Scotini tenutosi in quei giorni, che permettono di mettere a fuoco, da due punti di vista distinti, il senso di questa configurazione e del progetto nel suo complesso. Ferreira, riferendosi al proprio lavoro e all’approccio con cui ha interpretato questa specifica tappa portoghese, ha dichiarato di essersi ispirata alle idee di Saidiya Hartman, per la quale è necessario “contraddire l’archivio”: l’archivio, ha ricordato l’artista, è tradizionalmente un prodotto del potere, un conglomerato di documenti che ne riflette la logica, e se da un lato dobbiamo essere grati della sua esistenza, dall’altro non possiamo ignorarne la matrice. Ciò che ha reso interessante il progetto, a suo avviso, è stato proprio il suo porsi in discontinuità rispetto a questo paradigma. Non tutte le società, ha proseguito, hanno avuto la possibilità e l’interesse del mondo occidentale nell’accumulare archivi in forma materiale: in contesti come il Mozambico, che conosce da vicino, l’idea stessa di archivio va necessariamente estesa a quella della storia orale, il che smentisce il radicamento occidentale nella materialità e apre a nuove possibilità interpretative. Per questo il suo approccio all’archivio è volutamente aperto e ambiguo, e il suo lavoro non consiste soltanto nel ricorrere agli archivi e servirsene, ma anche nel costruirne di nuovi: rimescolando i materiali ritrovati si finisce per generare nuovi archivi, costruendo al tempo stesso una riflessione critica sulla storia. “Ho idee molto forti sul fatto che gli archivi in sé valgono molto poco – ha concluso –, che il materiale che contengono, a meno che tu non lo usi, è semplicemente lasciato a riposare come un corpo morto. Ciò che fa questo progetto è riattivare quel materiale e restituirgli forza”.

Disobedience Archive (The Agitational Billboard), Amélia de Mello Foundation Gallery, Universidade Católica Portuguesa

Scotini, dal canto suo, ha offerto una prospettiva più generale sul Disobedience Archive, sottolineandone la peculiarità di non avere una sede fissa: non essendone lui il proprietario ma un semplice raccoglitore, ogni attivazione richiede il coinvolgimento diretto di artist* e regist*, tanto che, dopo ventidue anni, si è formata una vera e propria comunità. Si tratta di un archivio mobile, itinerante, in continua evoluzione e crescita: in ogni tappa nascono nuovi allestimenti e interpretazioni. Per Scotini l’archivio è oggi uno strumento intellettuale imprescindibile, perché viviamo la crisi della storia ufficiale e delle narrazioni dominanti, e l’archivio rappresenta una risposta radicale alla linearità del tempo: lo si può decostruire, ricostruire, ri-archiviare, generando ogni volta una narrazione diversa, con un’idea di temporalità che non è più quella lineare ereditata dalla modernità, ma piuttosto una connessione potenziale e virtuale con il tempo, sempre differente. Se in passato l’archivio era uno strumento politico di repressione, oggi, per Scotini, si configura come uno strumento di segno opposto, quasi di eversione: è per questo che molti collettivi scelgono di costruirsi un proprio archivio, per stabilire una connessione più stretta con il passato; un passato più ambiguo, più creativo, per certi versi più complesso del futuro stesso. “La disobbedienza,” ha concluso Scotini, “è oggi un linguaggio comune a tutto il mondo, l’unico linguaggio politico che abbiamo a disposizione. Dobbiamo certo immaginare un futuro, una condizione politica e sociale possibile per queste micro-politiche, ma è questo il compito, difficile, che ci troviamo ad affrontare oggi. Ed è per questo che ho provato, con questa cartografia, a costruire un possibile assetto temporaneo per tutte le pratiche di disobbedienza che scaturiscono nel mondo.”

Disobedience Archive (The Agitational Billboard), Amélia de Mello Foundation Gallery, Universidade Católica Portuguesa