
Non ti è stata mai promessa una vita felice, è quanto si legge in definizione. L’assai paziente applicazione al ricamo suggella l’atmosfera compiaciuta del più morbido tra gli spazi del sogno. Sulla stoffa candida e nell’appiglio di un contorno misurato, quello della galleria d’arte, i muri si fanno portavoce di uno spazio protetto e di un giaciglio sondato. L’universo di Eliška Konečná (Repubblica Ceca, 1992), per gli spazi della eastcontemporary di Milano, si attiva sulla scorta della più profonda riflessione in merito alle forze ed energie che investiamo – o gettiamo via – ogni qualvolta la necessità del quieto vivere contrasta, sino all’annientamento, con ogni possibilità del vizio, del rischio e di una presa in carico oscillante e viva di quanto si identifica nella felicità.
La personale You Were Never Promised a Happy Life (prorogata sino al 25 luglio 2026) porta in scena la forza di un interrogativo dalla voluta e più autentica, mai definitiva, conclusione. Entro un silenziare sonoro e potentemente estetico ogni tensione, forza e rumore provenienti dall’esterno pare offrirsi volontariamente alla neutralizzazione. Tanto le belle e armoniche forme di corpi aggraziati, quanto l’enigma di una cucitura sempre perfetta e uguale a sé stessa, introducono lo spettatore nella velata e candida angoscia di un punto fermo da cui è impossibile muovere e andare.
Un labirinto sensoriale sembra, di pari passo, richiamare le incognite, le zone d’ombra e l’asfissia di una morbidissima gabbia che, seppur immacolata, annovera in sé l’inflessibilità di una limitazione a tratti insostenibile. Figure cucite simili alle Grazie evocano un’essenza, un ruolo, una mente che viaggia oltre per ritrovarsi ugualmente imprigionata in quel sogno di stoffa, di gomma, candidamente deturpante.



Nella più risoluta ricerca estetica e filosofica attorno alla stoffa della felicità, parola acquiescente, pacificante, desiderante, Konečná elabora un ambiente che per l’arte sa vagare ambivalentemente oltre e decisamente altrove. Nella scelta di un canovaccio dalle tante evocazioni You Were Never Promised a Happy Life potrebbe identificarsi con le dimore insopportabili che imprigionano i protagonisti della pellicola cinematografica The Hour (film, a sua volta, debitore all’omonimo romanzo scritto da Michael Cunningham nel 1998).
Impersonata dalla Premio Oscar Nicole Kidman, la dichiarata e nota scrittrice Virginia Woolf è ritratta nell’intento di dare avvio al famoso romanzo conosciuto come La signora Dalloway. Ponendosi inconsciamente in ascolto dei protagonisti e delle significative comparse di un tempo futuro, impensabile e impensato, l’autrice trascorre le sue giornate tra il buio piatto della depressione e una curiosità, sofferente e fantastica, legata alla sorte dei suoi labili e ancora offuscati personaggi. Nel ravvivarsi della trama di una pellicola raffinata e potente, quasi sul concludersi della vicenda, ci si imbatte in un’apparentemente serena e appartata chiacchierata notturna tra la scrittrice e il consorte Leonard. Dinanzi alla domanda di quest’ultimo sul perché nel manoscritto in lavorazione fosse quanto mai necessario portare alla morte uno dei personaggi, Virginia risponde repentina che ciò è indispensabile affinché ogni altro partecipante alla trama esistenziale possa constatare nella morte quanto fondamentale e preziosa resti la vita.


«Chi sarà allora a morire?» – incalza incuriosito il signor Woolf.
«Sarà il poeta, il visionario» – ammette Virginia con tutta la dolce consapevolezza, il dolore sottaciuto e la lucidità terrificante di una donna che, traghettata dalla sofferenza interiore più estrema e appiattita, sceglierà di caricare le sue tasche con i più pesanti sassi per lasciarsi tristemente affondare nei meandri del fiume Ouse il 28 marzo del 1949.
Rammentando sensazioni, Konečná restituisce i tratti incalzanti di questo circolo di condizioni del vissuto da non poter certo districare nella triste consolazione che una superficie bianca possa bastare a consolare sentimenti e storie del più privato sentire. Sottraendo le stanze dal rumore del mondo, l’artista si interroga su quale spazio e quale tempo possano impadronirsi di una felicità restituita come pura, sola e semplice immagine di facciata. Intessendo trame dell’esistenza, tanto gli sprazzi di una giornata di quieta pace quanto il tormento nell’assenza di un’emozione, traghettano la possibilità di approcciare lo spazio dell’arte per comprendere vivamente il territorio dell’altro.
Lettera di addio a Leonard, 28 marzo 1949
[…] Non penso che due persone avrebbero potuto essere più felici […] Non credo che due persone avrebbero potuto essere felici più di quanto lo siamo stati noi.
Cover: You were never promised a happy life, Eliška Konečná, 2026, eastcontemporary, Milan, ph Michela Pedranti





