
800 ore di formazione, sopralluoghi, progettazione e produzione, su un totale di sei mesi di residenza in sette territori della Provincia di Siena, da febbraio ad agosto 2026. Questi i numeri del bando di residenza per giovani artisti e curatori FMSchool, promosso da Fondazione Musei Senesi. Il progetto, finanziato dal Programma Regionale Toscana FSE+ 2021-2027 con il sostegno dell’Unione Europea e della Regione Toscana, è curato da Chiara Vacirca e Gabriele Tosi e ha coinvolto i Comuni di Siena, Colle Val d’Elsa, Casole d’Elsa, Radicondoli, Chianciano Terme e Rapolano Terme. La residenza ha avuto esito in due progetti espositivi paralleli, Acqua che cura e Acqua che lavora, che hanno in comune il tema dell’acqua nella sua duplice connotazione di agente di cura e di lavoro; una soluzione che coniuga la necessità di dare continuità all’iniziativa con la possibilità di mettere in risalto alcune peculiarità della storia e della cultura dei territori coinvolti. Il progetto FMSchool si è svolto infatti dal primo momento a stretto contatto con le comunità locali, sia per l’interesse di collaborare con artigiani e realtà produttive, sia ponendosi in ascolto di istanze e tradizioni che hanno plasmato la storia di quei luoghi.

Presto spiegato, in questo senso, il titolo della prima tappa del progetto, Acqua che cura, se contestualizzata nella cornice dello storico Parco termale Acqua Santa di Chianciano Terme. Lo stabilimento attinge ad una sorgente termale nota fin dai tempi degli Etruschi e dei Romani ed ha avuto un periodo di particolare notorietà a partire dagli anni ’50 e ’60, che passa da un forte legame con Federico Fellini. In alcune delle strutture che si situano nel parco trova casa una mostra diffusa a cura di Szonja Szurop (Budapest, 2000), che ha costruito un discorso a partire dal potenziale terapeutico di un paesaggio idrogeologico segnato da secoli di interventi umani, che hanno progressivamente occultato la presenza delle acque. In due dei locali originariamente adibiti a negozietti situati sul lato sud-ovest del complesso, che in questa occasione vengono recuperati, trovano alloggio l’opera audiovisiva Strata di Indiara Di Benedetto (Napoli, 1994; sound design di Vahid Qaderi) e l’installazione Non è sonno, è qualcosa che mi circonda di Luca Gori (Montepulciano, 1998). La prima ricostruisce la memoria di un fiume etrusco, il Clanis, oggi deviato e quasi integralmente occultato a causa di un lungo processo di razionalizzazione antropocentrica. Il video sembra suggerire, con un continuo gioco di stratificazione visiva, che l’immagine tecnologica sia l’unico strumento ancora in grado di restituire una sagoma, pur fantasmatica, ad un corpo idrico. Ma l’indagine forense, come la stessa artista ha definito il proprio lavoro, si apre ad un colloquio intimo, ad un dialogo diretto con l’entità liquida. L’opera si prolunga all’esterno del parco attraverso proiezioni notturne sulla facciata del complesso, estendendo così la presenza del Clanis all’oscurità in cui i fantasmi tendono a farsi visibili.

Luca Gori propone invece un’installazione che richiama visivamente l’estetica di un cantiere urbano, in cui terra di scavo proveniente dai cantieri di Chianciano Terme, invece che essere compressa e sottratta alla vista dal cemento, viene nutrita e “riattivata” tramite l’acqua della sorgente Sillene; le vibrazioni generate dal suono registrato dello scorrimento dell’acqua stessa agiscono come una forza meccanica che mantiene la terra in uno stato poroso, vivo, resistente alla compressione. Il cantiere diventa in qualche modo un dispositivo di fangoterapia collettiva, rifacendosi ad una pratica tradizionale di Chianciano. Un secondo intervento di Gori interrompe temporaneamente la programmazione musicale del parco, sostituendola con il suono dell’acqua termale. Nella Sala Mescita, dove si distribuisce l’acqua termale ai visitatori del parco, Carola Gatto (Biella, 2001) ha situato due opere che reinterpretano liberamente le pratiche votive etrusche come forma di ritualità futura. Ti curo ti sciolgo è un grande tessuto in lino che popola la superficie con un’umanità composita e ibrida, dai tratti animaleschi, che si raccoglie attorno al gesto dello scioglimento di ex-voto in acqua: una liturgia multispecie, collettiva e precaria, che riconosce nell’acqua una soglia tra stadi diversi dell’esistenza. Nudə alzate la terra e gettatela in acqua porta questo scenario nello spazio tridimensionale attraverso tredici sculture in creta posizionate ai piedi della sorgente nascosta dall’infrastruttura del parco: oggetti votivi che il materiale stesso, lavorato con acqua termale, è destinato a dissolvere nel tempo. La mostra si completa con una bacheca d’archivio sulla storia del paese, messa insieme dalla curatrice Szonja Szurop a partire da documenti e testimonianze dei cittadini.

Il progetto trova un corrispettivo a Colle di Val d’Elsa con la mostra Acqua che lavora, a cura di Bianca Marsella (Lecce, 1990). In questo caso il progetto non si lega ad un contesto specifico ma si apre al dialogo con plurimi luoghi della città. Qui quattro artisti hanno lavorato a partire da dettagli apparentemente laterali della vita locale, come oggetti domestici, dipinti custoditi nei musei e souvenir, per aprire riflessioni più ampie sulle trasformazioni economiche e sociali del territorio, in particolare quelle legate alla sua vocazione manifatturiera e alle acque che l’hanno storicamente alimentata. Gli interventi si distribuiscono tra il Museo San Pietro, Piazza Arnolfo di Cambio e il Baluardo che collega le due parti della città. Filippo Contatore (Modena, 1999) prende le mosse da un dipinto del 1894 di Antonio Salvetti, La Nicchia o Estate sulle Rive dell’Elsa, conservato al Museo San Pietro: una scena di bagnanti sulla riva del fiume che ha attirato la sua attenzione per le domande che sottende (chi osserva, chi viene osservato, chi resta escluso dall’inquadratura). Contatore ha cercato il luogo dipinto da Salvetti, che oggi appare diverso a causa di una frana che ha modificato il corso del fiume, e ha vissuto il corso d’acqua insieme ad alcuni abitanti di Colle di Val d’Elsa che si sono uniti a lui. Ne ha restituito un’indagine che mette insieme una componente analitica sulle caratteristiche geologiche del territorio, una di materiali d’archivio, e una legata alla dimensione della socialità rinnovata, con disegni realizzati dalle persone presenti che hanno provato a riprodurre le pose delle persone ritratte nel dipinto. Sempre al Museo di San Pietro, Francesca Baglieri (Modica, 1997) presenta Lista nozze, una fontana realizzata con calici degli anni Ottanta recuperati dal magazzino della Colle Vilca, storica manifattura locale del cristallo. La struttura richiama la cascata di coppe di champagne tipica dei matrimoni, ma qualcosa si è incrinato nel meccanismo festivo: l’acqua scorre lenta, il sistema celebrativo sembra rallentato, quasi svuotato della sua originaria tensione collettiva. L’opera riflette su come un certo tipo di struttura familiare e comunitaria si riconoscesse in passato nei propri oggetti di consumo, custodendoli come depositi di identità, e su come questo sia venuto meno nel tempo. Installata al Museo San Pietro, la fontana dialoga con una vera da pozzo trecentesca decorata con scene di lavoro stagionale, instaurando un cortocircuito temporale tra la dimensione produttiva medievale e quella del boom industriale novecentesco.

Scendendo dalla città vecchia lungo le murature del Baluardo, si incontra una scritta appesa, composta di elementi vegetali, che recita la parola Ricordo. È un’opera di Alicya Ricciuto (Isernia, 1997) che parte da un reperto custodito al Museo del Cristallo, un calice con incisa la parola “ricordo”, legato alla tradizione manifatturiera locale e alla sua produzione di souvenir. Un oggetto umile induce una riflessione su come il cristallo abbia funzionato, nella cultura materiale locale, come archivio di affetti e di identità. Ricciuto trasferisce quella parola nello spazio pubblico: Ricordo aderisce alle superfici murarie del Baluardo come una pianta rampicante, con la libertà disordinata di qualcosa che non chiede permesso allo spazio che abita. Il materiale organico, con la sua intrinseca deperibilità, è effimero come la memoria. Giunti in Piazza Arnolfo di Cambio si incontrano all’esterno della farmacia comunale alcune piccole sculture di Luca Pagin (Dolo, 2002), che prendono spunto dalle cosiddette “statuine segnatempo”, souvenir molto diffusi negli anni Novanta che si credeva potessero annunciare i cambiamenti metereologici virando di colore con il variare dell’umidità. Pagin li ha interpretati come oggetti che occupano una posizione ambigua: arredi domestici, strumenti empirici di misurazione, veicoli di divinazione. Ha ricavato dei calchi da alcune statuette della ditta Florence e li ha trattati con biossido di silicio e cloruro di cobalto, sostanze che reagiscono all’umidità mutando la colorazione superficiale. Altre sculture trovano alloggio all’interno della farmacia e del condominio sito nello stesso palazzo, che è anche l’ex stazione ferroviaria della città; piccoli tesori nascosti, sono corpi permeabili che registrano le condizioni ambientali circostanti e restituiscono una memoria vitale, in costante trasformazione.
Cover: Carola Gatto, Nudə alzate la terra e gettatela in acqua, 2026. Chianciano Terme, Parco termale Acqua Santa | Ph Leonardo Morfini
