
Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Vincenzo Agnetti, uno degli artisti più irregolari e originali del secondo Novecento. Molti musei italiani lo omaggiano attraverso mostre e iniziative varie, dalla GAM di Torino al Museo del Novecento di Milano, ma la Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare lo ricorda in maniera particolare. La mostra Vincenzo Agnetti – Mostra Premio Pascali 1973, curata da Gaspare Luigi Marcone e in collaborazione con l’Archivio Vincenzo Agnetti di Milano, si riallaccia a due momenti importanti della carriera di Agnetti e della storia artistica pugliese; il primo è il conferimento del Premio Pascali (terza edizione) ad Agnetti nel 1972, il secondo è la conseguente mostra personale alla Pinacoteca di Bari l’anno successivo. Quella mostra rappresenta la consacrazione artistica per Vincenzo Agnetti, individuato dall’importante giuria del Premio Pascali 1972 come “rappresentante delle nuove sperimentazioni concettuali”.
L’idea curatoriale di Gaspare Luigi Marcone presenta Vincenzo Agnetti – Mostra Premio Pascali 1973 sia come una ricostruzione filologica della mostra alla Pinacoteca di Bari del 1973, sia come una rievocazione ambientale e contestuale. Sono esposte opere ospitate in quella mostra barese o inserite nel relativo catalogo, ma anche altre centrali nella produzione di Agnetti tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Per comprendere meglio il linguaggio e il significato delle opere, nonché le idee cardine di Agnetti, occorre fare un passo indietro considerando la formazione dell’artista.
A Milano il ventenne Agnetti lavora come attore per Il Piccolo Teatro sotto la guida di Giorgio Strehler, poi come critico militante di Azimuth (frequenta Piero Manzoni ed Enrico Castellani) sperimenta la scrittura e la riflessione sul linguaggio. Sono le premesse teoriche per una ricerca artistica concettuale che parte nel 1967 e lo porta ad esplorare fino alla morte (nel 1981) differenti linguaggi, senza mai tralasciare il punto focale della scrittura; quest’ultima diventa l’opera stessa, perde la funzione letteraria per diventare l’immagine visiva e l’oggetto plastico.




Il percorso della mostra nelle sale della Fondazione Pascali si apre e si chiude volutamente in maniera circolare con il dittico Chi entra esce / Chi esce entra (1970-1971), feltri incisi e dipinti:, un’opera concettuale che invita l’osservatore a riflettere sulla reversibilità dello spazio e del tempo e sulla conciliazione dei termini oppositivi, superando l’immediatezza semantica che le parole utilizzate trasmettono. Discorso simile per il feltro dipinto Ritratto (1971): la straordinaria frase “Alla fine scelse la cosa più difficile la scelta” riassume l’intero pensiero di Vincenzo Agnetti, dunque la sua irregolarità e la necessità di non dover seguire le tendenze artistiche maggiormente apprezzate o le dominanti logiche di mercato. Lo stesso Agnetti ci ricorda a tal proposito: “Non a caso, infatti, le parole e gli oggetti venduti dal sistema ci offrono sempre due significati: uno vero, che per vanità non vogliamo leggere, e uno falso, indolore, che accettiamo con voluta complicità per sentirci storicamente validi e buoni venditori”. Ritratto, opera pienamente concettuale, invita a riflettere sul potere e l’importanza della scelta individuale per il rispetto di sé stessi e delle proprie capacità; in una società contemporanea ormai fortemente orientata verso l’omologazione delle scelte, l’opera lancia un messaggio che colpisce la mente dell’osservatore nonostante i tanti anni che ci separano dalla sua realizzazione.
Al centro di ognuna delle due sale laterali sono esposti due esemplari identici di Libro dimenticato a memoria (1970), l’opera che rappresenta la motivazione del conferimento postumo ad Agnetti del Premio Libro d’Artista nel luglio prossimo. Libro dimenticato a memoria possiede un forte impatto visivo: un libro con copertina di tela e segnalibro è fustellato tutto dall’interno fino a rendere visibile solo la cornice. Il titolo ci aiuta a capire il riferimento al processo dell’apprendimento secondo Agnetti: per apprendere occorre dimenticare e cancellare la forma esteriore delle nozioni e delle esperienze, lasciare invece che queste ultime entrino a far parte in modo strutturale e naturale del nostro modo di pensare. Quel vuoto delle pagine non rappresenta una mancanza, ma un annullamento necessario che invita l’osservatore a riempire quello spazio con l’immaginazione e la riflessione.


Tra le opere esposte anche nella personale barese del 1973, vale la pena citare Autotelefonata (1972), 14 proposizioni (1972) e Progetto per un Amleto politico (1973). Autotelefonata è una riflessione amara e profetica sul linguaggio e sulla comunicazione umana al tempo della tecnologia; una serie di fotografie immortalano Agnetti mentre telefona a sé stesso usando due cornette, mentre il testo riporta le sue parole che si trasmettono da un dispositivo all’altro, fino a quando sembra che le due cornette possano comunicare direttamente tra loro. Discorso simile per 14 proposizioni, 14 telegrammi inviati da Agnetti a sé stesso, in cui i momenti della partenza e dell’arrivo si equivalgono deviando così il concetto di tempo. La comunicazione, invece, è circolare, necessita di almeno due persone per poter avvenire sotto forma di confronto; Autotelefonata e 14 proposizioni mettono in evidenza un paradosso: l’avanzare della tecnologia facilita apparentemente la comunicazione tra esseri umani, in realtà il rischio è quello di un’alienazione dell’individuo, con la tecnologia in sostituzione del rapporto umano.
Progetto per un Amleto politico, presentato nella sala centrale della Fondazione con vista sul mare, è una grande installazione comprendente una scultura in ferro incisa e dipinta (il palco al centro della sala), 46 bandiere, 6 statements e un sonoro con sequenza numerica recitata da Agnetti. Quest’ultimo concepisce l’intera opera come un “teatro statico”: uno spettacolo senza personaggi, testo (le parole sono sostituite da numeri) e movimento, con l’obiettivo di liberarsi delle secolari interpretazioni del personaggio shakespeariano che lo intendono emblema del dubbio o del calcolo, per ridurlo a un puro e semplice segnale.
Il teatro rappresenta sicuramente uno dei punti di contatto tra Vincenzo Agnetti e Pino Pascali, insieme alla fotografia, alla riflessione sulla comunicazione e tanto altro, nonostante i due artisti non si siano mai conosciuti di persona. Vincenzo Agnetti – Mostra Premio Pascali 1973 prosegue il progetto Confluenze della Fondazione Pascali, dedicato a chi ha incrociato in qualche modo la vita e l’opera di Pascali. Nel 1973, in concomitanza con la mostra di Agnetti, la Pinacoteca barese ospitava anche un’importante retrospettiva postuma dedicata proprio a Pascali, un ulteriore elemento a testimonianza di un dialogo prezioso che dura ancora oggi.
Vincenzo Agnetti – Mostra Premio Pascali 1973
A cura di Gaspare Luigi Marcone
5 giugno – 27 settembre 2026
Fondazione Pino Pascali, Polignano a Mare
Cover: Vincenzo Agnetti – Mostra Premio Pascali 1973 – Installation view – Fondazione Fondazione Pino Pascali, Polignano a Mare – Foto Marino Colucci

