



Tre diverse mostre alla Galerie Rolando Anselmi guardano alla pittura da una prospettiva ravvicinata; il lessico figurativo di Alina Grasman e Adèla Janská – rispettivamente nello spazio dedicato alle residenze e nella main gallery – i campi cromatici di Li Gang – nella project room – definiscono alcune delle linee di sviluppo della generazione di artisti nati negli anni Ottanta.
House Taken Over è il titolo della personale di Alina Grasman ospitata negli spazi che la galleria adibisce regolarmente a progetti di residenza per artisti internazionali. A seguito di un periodo di lavoro a Roma, Grasman ha presentato gli esiti più attuali della sua ricerca con un nucleo di opere appositamente prodotte. Il titolo, preso in prestito da un racconto di Julio Cortazar, Casa Tomada (1946), richiama le reminiscenze narrative del testo dell’autore argentino facendo della casa un luogo simbolico legato alla memoria, sia fattuale che finzionale. “Ci piaceva la casa perché oltre ad essere spaziosa e antica (ora che le case antiche soccombono alla più vantaggiosa liquidazione dei loro materiali) conservava i ricordi dei nostri bisavoli, del nonno paterno, dei nostri genitori e di tutta la nostra infanzia”: il racconto di Cortazar si apre con queste parole evocative di quanto l’architettura, e i luoghi, custodiscano un carattere genetico e un’identità irripetibile dei ricordi – aspetto di cui si parla spesso in riferimento proprio al genius loci. Alle fantasie di una storia possibile, e alle immaginazioni fittizie che vengono costruite intorno a queste storie, è intrinsecamente legata la pittura di Grasman, per la quale la poetica del locus, intenso come architettura emotiva, costruisce un nuovo sentimento della pittura, agita per addentrarsi al di sotto della superficie delle cose, animandole di presenze intangibili. A partire dallo studio di Villa Necchi Campiglio a Milano – gioiello architettonico degli anni Trenta – Grasman elabora delle composizioni in cui le trame architettoniche degli interni e del giardino esterno fanno da contrappunto a un rimaneggiamento immaginifico dello spazio, inteso come estensione naturale delle storie che custodisce. Dentro questo animismo architettonico, la perfetta costruzione del campo pittorico, giocata su diagonali prospettiche e tagli di luce netti, il dettaglio – una sigaretta ancora fumante, i girasoli freschi bagnati dalla luce proveniente da una finestra aperta sul piano di fondo, lo sprazzo d’acqua nella piscina in cui qualcuno si è appena tuffato – suggerisce, senza mostrarla, la presenza umana. Nella reviviscenza del luogo abitato si manifesta la capacità di Grasman di costruire attraverso il quadro non tanto una narrazione didascalica quanto piuttosto una suggestione fantasmatica che, incontrando l’accuratezza della composizione, si sviluppa nella luminosità vibrante degli interni e nel racconto di immaginari possibili contesi tra passato e futuro.


Near Field – accompagnata da un testo critico di Nicolas Vamvouklis, è la mostra personale di Adéla Janská, che presenta opere di grandi dimensioni in cui un soggetto ricorsivo nella pittura dell’artista – la figura femminile – trova nuova forza attraverso un corpus di lavori sintetici e diretti. In questo campo ravvicinato di forze, i soggetti vengono colti a figura intera, di profilo, a pieno volto, con un lessico che rielabora in chiave contemporanea il genere storico della ritrattistica. Sfuggendo ad una caratterizzazione psicologica a tutto tondo, queste figure si offrono apertamente agli occhi dello spettatore, sottraendosi a una definizione chiara rispetto ai luoghi che ne accompagnano la raffigurazione. Nelle dominanti dei rossi caldi, dei verdi e dei toni pastello che dal rosa arrivano al beige, le pose – che si tratti di lievi torsioni degli arti, oppure di posizioni stanti, o ancora, di figure ritratte in flebile abbandono – le protagoniste dei dipinti di Janská finiscono col collocarsi in una posizione antagonista rispetto al voyeurismo dello spettatore. Questi immobili corpi di bambola dalla pelle di porcellana sono titanici e sovrabbondanti, a tratti sovradimensionati rispetto ai margini della tela; in questo scarto dimensionale è impresso un secondo slittamento, che spetta all’atto del guardare: così immobili, le figure sono sottoposte sì al voyeurismo dello spettatore, ma, allo stesso tempo, sono capaci di invertire subitaneamente i ruoli, instaurando con quello stesso spettatore un rapporto di potere. Teneramente ritratti, con i loro occhi vitrei e gli sguardi assorti, questi soggetti – umani e non-umani – sono attraenti e respingenti proprio perché osservano e si fanno osservare. Nell’impraticabile compito di descrivere il luogo a cui queste donne appartengono risiede l’attivazione di un campo di tensioni esasperato dall’impossibilità di sottrarsi a questa dinamica. Il racconto dell’identità passa attraverso l’atto del guardare, e non soltanto attraverso il corpo esposto. Quest’ultimo, nell’apparenza del corpo inanimato della bambola, richiama una tradizione visiva che viene ribaltata – e fatta propria. Le bambole di Hans Bellmer avevano introdotto l’immagine del corpo femminile come oggetto manipolabile, sottoposto alla logica del desiderio maschile; le silhouettes emaciate di Greer Lankton, al contrario, avevano manifestato la potenza e complessità della fragilità di un corpo aperto alla dimensione sia personale che politica. Dentro questa traiettoria, e forse in continuità con essa, Janská guarda alla dimensione personale e collettiva realizzando un salto ulteriore: come soggetto-corpo totemico, la bambola manifesta il suo carattere perturbante nell’impossibilità di cogliere il momento in cui quel corpo, tanto immobile quanto capace di trattenere lo sguardo, potrà farsi spazio muovendosi.



Nella project room della galleria, i lavori di Li Gang riportano alla materialità della pittura intesa come dispositivo linguistico capace di raccordare idea e sensazione, affondando le radici in una riflessione sull’ontologia stessa del medium. I lavori in mostra, con una caratteristica sfumatura rosso-aranciata, sono realizzati con pigmenti di argilla macinati e miscelati manualmente dall’artista. In questo atto primordiale e ritualistico risiede una presa di posizione precisa: sottrarre il pigmento alla standardizzazione industriale significa restituire al colore una legittimità emotiva che la produzione fordista ha progressivamente eroso, ristabilendo un rapporto con la materia che rimanda alla storia più antica della pittura. Li Gang riconduce questa condizione a un tempo pre-moderno in cui il pittore era anche bricoleur, nell’accezione lévi-straussiana, trasformatore delle sostanze che intendeva impiegare. È a questa coincidenza originaria tra sostanza e immagine che l’artista guarda, non per nostalgia ma come critica attiva a una modernità che ha polarizzato il fare pittura dal suo stesso materiale. In questi piani sfocati, tutta la composizione si imposta sulla capacità del colore di addensarsi in porzioni di pura materia e di puro gesto, allargando il campo ed espandendo la superficie pulsante di luce.
Cover: Adéla Janská | 2026, Cut out, oil and oil stick on canvas, 150 x 200 cm



