
Offrire narrazioni possibili mai definitive ma costruendo connessioni parziali, laterali e porose. Unire i puntini non per comporre un disegno finale ma con lo scopo di percorrere traiettorie instabili per approdare a quell’eterno miraggio che è Atlantide, non isola sommersa ma dimensione percettiva che riaffiora costantemente dalle profondità degli ecosistemi contemporanei sempre sospesi tra artificiale e naturale.
Queste le premesse di More About Atlantis e Connect the Dots, più che una mostra, un dialogo tra due poetiche, quelle di Michela de Mattei e Natalia Trejbalová, voluto dalle due curatrici Ilaria Gianni e Paola Clerico di Case Chiuse.
La mostra, visitabile fino al 24 giugno, si sviluppa negli spazi di IUNO e del cinema Azzurro Scipioni che apre l’esposizione ad una dimensione più immersiva e cinematografica con la proiezione dei due film centrali del progetto, Never Ground (2025) di Natália Trejbalová e The World Part I: MIRAGE (2019) di Michela de Mattei. Nelle sale di IUNO invece sono presenti i lavori scultorei, video e disegni che dialogano direttamente con i due film e ne esplorano i processi di costruzione.
Natalia Trejbalová interviene sugli spazi applicando una pellicola arancione alle finestre che filtrando la luce naturale le trasforma in dispositivi stranianti, capaci di alterare la percezione delle opere fino a spingere le stanze in uno spazio temporaneamente altro, sospeso che abdica così alla sua dimensione espositiva divenendo parte integrante del progetto.




Nelle sue opere Trejbalová immagina nuove forme di coesistenza tra specie lavorando sul sottosuolo e la materia geologica. In Never Ground affiancando a grotte reali miniature, set ed illusioni ottiche dissolve il confine tra documentazione scientifica e costruzione artificiale.
Nel video, evocando gli effetti speciali del cinema di fantascienza analogico, trasforma gli ambienti da cavità terrestri a paesaggi alieni, spazi allo stesso tempo archeologici e futuribili.
In Fantastic Voyage pt.1, pt.2 e pt.3, le sculture-props di grotte in miniatura (realizzate in cera d’api per il film Never Ground) amplificano questa atmosfera sospesa tra realtà e finzione attraverso lo scarto di scale e mondi: dal microscopico al cosmico, dal naturale all’artificiale.
Anche nelle opere di Michela de Mattei lo spazio alterato diventa una soglia immaginativa verso una dimensione allucinata e ambigua.
In The World Part I: MIRAGE un cammello di ghiaccio si scioglie lentamente sott’acqua nel lusso domestico di Dubai precipitando lo spettatore in un’atmosfera lynchiana.
L’acqua agisce come un dispositivo in grado di destabilizzare la percezione.
Il cammello diventa una presenza fantasmagorica.
La sua dissoluzione, il simbolo di un ecosistema artificiale che collassa in se stesso.
In Conicani (Wild Dog Dreaming) tramite incisioni e disegni realizzati sui collari elisabettiani per cani, il dispositivo veterinario si trasforma in una nuova pelle attraversata da stratificazioni in acrilico, pennarello e carta vetrata.
Il collare diventa così una superficie narrativa capace di contenere un “archivio instabile” di animali immaginari ed esistenti, presenze sospese tra folklore e biologia.
Le due artiste non intendono però suggerire immaginari distopici ma piuttosto proporre modalità alternative di percezione del presente.
Read More About Atlantis and Connect the Dots non vuole essere un luogo perduto da ritrovare ma un “archivio incompleto”, un miraggio sommerso che ritorna costantemente ad alterare la percezione dello spettatore.



