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Mario Schifano | Palazzo delle Esposizioni, Roma

Fino al 12 luglio è allestita presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma una grande retrospettiva dedicata a Mario Schifano, a cura di Daniela Lancioni.

“Vivo nel presente e nel futuro. Non accetto il ricatto del passato”. M.S.

La mostra raccoglie più di cento opere provenienti da diverse collezioni pubbliche e private, allestite nella rotonda e nelle sette grandi sale del primo piano del Palazzo delle Esposizioni. La mostra è sviluppata seguendo un ordine cronologico, ritmato da zone di approfondimento per comprendere appieno le continue innovazioni stilistiche e tematiche del linguaggio artistico di Schifano, che si è espanso a più mezzi espressivi, dalla pittura alla fotografia e al cinema.
La mostra si apre con una biografia artistica di Mario Schifano (Homs 1934 – Roma 1998), attraverso una serie di testi, fotografie e documenti. Le opere sperimentali degli esordi, datate tra il 1956 e il 1960, sono principalmente informali e materiche. Dipinti ad olio dalle tinte terrose raffiguranti paesaggi (una tematica ricorrente nel percorso dell’artista) ma anche opere realizzate con smalto e gesso, così come con cemento e ferro, in cui il rapporto tra la lastra di ferro e la superficie di cemento che la incornicia rappresenta un’anticipazione per diverse opere seguenti. Il monocromo giallo Manifesto 1960 (1960, la data è riportata al centro del dipinto), smalto su carta applicata su tela, testimonia il passaggio di Schifano alla nuova fase dei monocromi. Aut Aut (1960) presenta lo stesso colore brillante e la stessa tecnica di Manifesto 1960, ma differisce nella forma a dittico e nella presenza del titolo sui due scomparti. I nuovi monocromi furono esposti alla collettiva 5 pittori. Roma 60. Angeli, Festa, Lo Savio, Schifano, Uncini presso la Galleria La Salita di Roma nel novembre 1960. Per spiegare la personalità ribelle, libera dal potere del mercato, proiettata nel futuro di Mario Schifano, occorre ricordare che nel 1963 ruppe ogni accordo con la gallerista Ileana Sonnabend poiché quest’ultima pretendeva che nella sua galleria parigina Schifano esponesse solo monocromi; qualcosa di inaccettabile per l’artista, desideroso di approfondire la conoscenza dell’immaginario pop americano, e dunque disposto per questo a rinunciare all’immediato successo planetario.
Nei primi dipinti pop Schifano prende spunto dal paesaggio urbano, in particolare dalle insegne pubblicitarie di cui rimane affascinato, per sviluppare una nuova tecnica. Per realizzare Grande particolare di propaganda (1962) l’artista proietta la foto del marchio della Coca-Cola sulla tela, ricalca i contorni a matita e la dipinge, lasciando vedere solo una porzione del marchio come nella tecnica fotografica. Il dipinto raffigurante il marchio per intero fu inserito nella storica collettiva The New Realists alla Sidney Janis Gallery di New York nell’ottobre 1962. 

Mario Schifano – Palazzo delle Esposizioni, Roma – Foto Alberto Novelli © Azienda Speciale Palaexpo

La differenza tra i dipinti pop di Schifano e quelli coevi americani è, però, piuttosto marcata: gli artisti pop statunitensi si limitano per le loro opere ad utilizzare le tecniche di riproduzione seriale, Schifano e gli esponenti della Pop Art italiana non rinunciano mai a un intervento manuale e pittorico. Successivamente ritorna la tematica del paesaggio: i colori freddi (verde, verde acqua, celeste) e il bianco sostituiscono quelli caldi, il disegno a matita diventa parte integrante del dipinto. Il dittico Grande angolo (1963), smalto e grafite su carta applicata su tela, fu esposto nella personale alla galleria Odyssia di Roma nell’aprile 1963. L’opera, il cui titolo è riportato a chiare lettere sul recto, rappresenta un paesaggio panoramico richiamando l’inquadratura fotografica con grandangolo. Il dittico Senza titolo (Beebe’s Tree) (1964) rappresenta invece una quercia isolata (simile a un logo), motivo ricorrente nella produzione di Schifano così come la palma, e non finita. Il colore continua ad essere sempre protagonista: domina in Futurismo rivisitato a colori (1965) e Ingegnere (1966), opere realizzate con spray e perspex su tela a partire da fotografie. Futurismo rivisitato a colori ripropone le sagome dei futuristi (Marinetti, Boccioni, Carrà, Russolo, Severini) immortalati nella celebre fotografia scattata a Parigi nel 1912. Per Ingegnere Schifano utilizza la fotografia che ritrae Gioacchino Guttuso (padre di Renato), adoperata anche da Renato per il ritratto pittorico di suo padre; l’amicizia speciale tra Renato Guttuso e Mario Schifano è testimoniata anche dal ritratto che il primo fa al secondo, probabilmente lavorando su una fotografia di Ugo Mulas.
Tra i lavori degli anni Settanta spiccano i Paesaggi TV: Schifano fotografa la televisione durante la trasmissione di programmi vari, stampa le foto su tele emulsionate e successivamente interviene dipingendo con smalti o aniline. Queste opere mettono in evidenza il bombardamento delle informazioni messo in atto dal piccolo schermo in quegli anni, dunque la voracità delle immagini e la sovraesposizione mediatica, tutto questo in netto anticipo rispetto all’avvento dei social. Schifano intuisce che lo schermo è la nuova finestra sul mondo, il paesaggio ormai non è più quello naturale ma il flusso di immagini che la televisione trasmette; di fatto non si percepisce più la realtà direttamente, ma filtrata attraverso la televisione che deforma la percezione dell’osservatore. Allo stesso tempo Schifano avverte in questo periodo anche una crisi nei confronti della pittura tradizionale: preferisce utilizzare principalmente tecniche fotografiche e di stampa, limitando l’intervento pittorico alla colorazione di piccoli dettagli.

Mario Schifano – Palazzo delle Esposizioni, Roma – Foto Alberto Novelli © Azienda Speciale Palaexpo

Le opere degli anni Ottanta segnano il ritorno a una pittura gestuale e libera dal punto di vista espressivo, influenzata dalla corrente della Transavanguardia. Si tratta principalmente di tele di grandi dimensioni raffiguranti paesaggi, resi con ampie campiture di colore; le tonalità fortemente accese si mescolano e si sovrappongono continuamente fino a debordare sulla cornice. La tela Il parto numeroso della moglie del collezionista (1984) colpisce e inquieta l’osservatore: una serie di neonati variopinti fuoriescono dal grembo di una donna (forse Monica De Bei, moglie di Schifano, che nel 1985 dette alla luce Marco Giuseppe) e fluttuano nell’aria in una miriade di colori accesi e stesi con pennellate vigorose. Gli ultimi lavori di Schifano, risalenti agli anni Novanta, evidenziano un nuovo processo esecutivo: acrilici realizzati su stampe digitali applicate su PVC. Meteomalato (1990) rappresenta la condizione fisica e psicologica della meteoropatia, ma attraverso il ritocco pittorico simboleggia anche (come in altre opere) la manipolazione delle immagini e delle informazioni tipica dell’era televisiva e mediatica. Il malessere di Schifano in questi anni è profondo, legato all’instabilità del mondo contemporaneo: oltre che per l’emergenza climatica l’artista esprime tutta la sua preoccupazione per le guerre e le sofferenze delle popolazioni nell’area mediorientale. Il gioco di parole che utilizza nei titoli delle sue opere crea un legame tra l’aspetto meramente visuale, caratterizzato dall’utilizzo ragionato del colore, e quello concettuale, metaforico; è anche il caso di Sorrisi scomparsi (1991), tecnica mista su tela, che raffigura una serie di volti privati della loro fisionomia e rimanda alla Guerra del Golfo di quell’anno, con il titolo dell’opera in arabo che campeggia nella parte superiore del dipinto.
Nella rotonda centrale del palazzo ci si immerge nella Stanza di casa Agnelli (1968), una ricostruzione della sala da pranzo della casa romana degli Agnelli, interamente dipinta da Schifano con un mosaico di quindici tele; prevalgono cieli stellati prettamente decorativi e palme legate alle origini libiche dell’artista, con la parete destra attraversata da una citazione tratta dai Canti di Maldoror di Lautréamont e legata all’ingiusto trattamento che gli uomini riservano alle creature non umane. Sempre nella rotonda l’attività di fotografo di Schifano, inseparabile dalle sue Polaroid, è documentata attraverso le foto scattate nel 1970 negli Stati Uniti, che ritraggono i centri del potere e della tecnologia durante i sopralluoghi del film Human Lab mai girato. Lungo il percorso espositivo si possono visionare anche i cortometraggi realizzati da Mario Schifano in 16mm, mentre i tre film della “Trilogia per un massacro” (1968-1969) sono proiettati nella sala cinema.

Mario Schifano
A cura di Daniela Lancioni
17 marzo – 12 luglio 2026
Palazzo delle Esposizioni, Roma 

Mario Schifano – Palazzo delle Esposizioni, Roma – Foto Alberto Novelli © Azienda Speciale Palaexpo